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Recensioni cinematografiche

#CineHot: “I, Tonya”. L’eroina tradita dell’American Dream.

 

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“I think I got too many memories getting in the way of me / I’m about to go Tonya Harding on the whole world’s knee”, così cantano i Fall Out Boy in “Stay Frosty, Royal Milk Tea. E Obama, durante la sua campagna elettorale nel 2009, contro i suoi detrattori ebbe a dire: “Folks said there’s no way Obama has a chance unless he goes and kneecaps the person ahead of us, does a Tonya Harding…”. È forse difficile per chi vive fuori dagli USA rendersi conto di quanto lo scandalo sportivo che ha coinvolto Tonya Harding e Nancy Kerrigan durante i Campionati nazionali di pattinaggio di figura del 1994, sia entrato a far parte, si potrebbe dire, del folklore, o almeno della cultura pop.

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Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009) – Quando l’obiettivo tocca la realtà

Scena di Castaway on the Moon (Lee Hae-Jun, 2009)

Tutti dovrebbero vedere, almeno una volta, Castaway on the Moon – titolo insolitamente non tradotto dall’industria cinematografica italiana e la cui versione originale coreana (김씨 표류기) sarebbe qualcosa del genere “Mr. Kim alla deriva”. Un titolo che, sottolineamolo da subito, sarebbe stato assolutamente più appropriato, perché il protagonista del film si chiama Kim, ma “Kim” è anche il cognome di più della metà della popolazione sud-coreana. Già nel titolo, quindi, è intrinseca l’idea che il nostro Mr. Kim rappresenta in realtà tutti i Kim o, volendo estendere il concetto ancora un po’, rappresenta l’uomo medio. In ognuno di noi c’è un po’ di Mr. Kim. Il film inizia sorprendentemente con il suo suicidio, dovuto ad insoddisfazione lavorativa, amorosa, ad un senso di fallimento costante e totale. Un tale fallimento, da fallire perfino nel suicidio…

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#cineBIT: Melancholia (2011) di Lars von Trier — Tornare alla terra

“Papà ha detto che non c’è più niente da fare..” “Ha dimenticato la grotta magica.”

E anche stavolta di fronte all’ennesimo capolavoro del regista Lars von Trier non possiamo che rimanere scossi e alzare le mani, farci muti e restare a guardare ciò che ci resta addosso del film, anche a film concluso. Melancholia, plurinominato e pluripremiato, esce nel 2011 in assoluta continuità e allo stesso tempo discontinuità con la filmografia precedente di von Trier. Continuità per il carattere estremamente enigmatico e inafferrabile con cui ci viene presentata ogni singola scena, ma in realtà questo stampo oscuro e inaccessibile riguarda anche l’interezza dei suoi film, mai riducibili a un’interpretazione univoca, compiuta e definitiva. Discontinuità perché toccando questioni “cosmiche”, permette al suo ideatore di rivelarci da un’angolazione nuova e originale argomenti e intuizioni che però rimangono riconoscibili e tipiche del genio Lars von Trier.

Sulle note di Wagner, il momento iniziale della pellicola si presenta come una serie di fotogrammi pensabili, se presi insieme, come l’espressione compiuta del film. Questa sequenza non semplicemente riassume il contenuto del film, ma è il film stesso; si apre infatti con la protagonista Justine che, immobile, dischiude gli occhi mentre sagome di uccelli piovono dal cielo, e si conclude con l’apicale scontro tra la Terra e il pianeta Melancholia. Ecco che, nella sequenza completa di queste singole immagini, cominciano già a dispiegarsi gli elementi fondamentali che caratterizzeranno tutta la pellicola: l’espressione vuota di Justine, il pianeta, la caduta del cavallo come fisico “ritorno alla terra” e il contatto con un mondo naturale e animale – forse sempre più lontano e per certi versi inquietante – che Justine cercherà di ristabilire fino alla fine. C’è anche il suo tentativo di slegarsi dalle corde che, vestita da sposa, la imprigionano e le impediscono il libero movimento, il richiamo a Ofelia sdraiata sul fiume e, per finire, la collisione e poi l’esplosione dei due pianeti.

JUSTINE (parte prima)
Nella prima scena della prima parte del film, Justine ride: ciò non succederà quasi più per tutto il resto del film. I due novelli sposi già dai primi momenti si trovano letteralmente incastrati in situazioni banalmente pratiche e contingenti, come quella in cui una macchina a causa delle sue dimensioni non riesce a percorrere una strada troppo stretta. Già da questa scena così – forse inutilmente ma di certo volutamente – lunga, emerge la precisione di von Trier nel voler mostrare una pesantezza del vivere che si manifesta anche in questi intoppi così “umani, troppo umani”. Justine sembra quasi sollevata nell’arrivare in ritardo alla festa del suo matrimonio, tant’è che più avanti, Claire, la sorella, le chiederà se avesse veramente voluto quel momento e lei, molto enigmaticamente le risponderà di volerlo certamente. Dialogo, quello tra le due sorelle, criptico tanto quanto l’affermazione del padre – uno dei pochi esseri umani da cui Justine sembra sempre aspettarsi qualcosa – che le dirà: “Non ti ho mai vista così felice”, nonostante lei non lo fosse nemmeno apparentemente.

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Varieté (Dupont, 1925) – Silence makes sound [Karlsruhe Silent Film Festival 3/3]

Scene of Varieté (1925) by Dupont and ensemble Capella Obscura

The 16th edition of the Karlsruhe Silent Film Festival finished a couple of days ago, on the 18th of March: precisely the day before the anniversary of cinema itself. In 1985, indeed, the Lumière Brothers were recording the so-called “first movie of cinema history”. Silent, of course. And here we are, more than one century afterwards, still celebrating those incredible first 20 years of silent cinema. “Silent”, at least if we consider recorded sound, since sound was actually always present, especially concerning voices, noises and live music. This time the music accompaniment has been handled by the ensemble Capella Obscura , directed by the musician and composer Cornelia Brugger and including about 20 musicians.
Behind them, in front of the audience, Dupont’s masterpiece Varieté.

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Der letzte Mann (Murnau, 1924) – Last man or last laugh? [Karlsruhe Silent Film Festival 2/3]

Scene of Der letzte Mann (1924) by Murnau

It’s the 14th of March evening when the Karlsruhe Silent Film Festival starts: the room is complete, one of Murnau’s movies is ready to be screened and the musicians of the Ensemble Déjà-Vu (piano, violin and double bass) are also ready to integrate the movie with their creative music. Some might say that the silent movie era was not cinema because of the lack of recorded sound; others would say that real cinema was only and precisely during those years, because it achieves to communicate universally with only one of components of the cinematographic medium. Here I won’t stand for any of these positions: I will simply talk about a masterpiece of cinema history, Murnau’s Der letzte Mann, starring a great Emil Jannings, produced in 1924 at the time of the Weimar Republic. Talking of purism, though, it must be said that here even intertitles are absent, in the belief that the image can be totally independent. The result is impressing.

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Phantom (Murnau, 1922) – A poetic psychodrama [Karlsruhe Silent Film Festival 1/3]

Scene of Phantom (1922) by F. W. Murnau

The Karlsruhe Silent Film Festival (14-18 March 2018), arrived at its 16th edition, will start today with a focus on Friedrich Wilhelm Murnau and the Cinema of the Twenties (to conclude the program of the previous edition). This Festival is one of the few devoted only to “Stummfilme” and includes a program of about 15 movies organized around different thematics.
One of the movies is a gem created in 1922 precisely by Murnau, Phantom. Generally speaking, it is not one of the most well-known masterpieces directed by the German director, such as Nosferatu (1922 as well), Der letzte Mann (1924) or Tartuffe (1925). It should definitely be included in the top list, though. Béla Balázs has defined this movie an “objectified lyric”, while Leonard Maltin gave it almost maximum rank saying that it is an authentic “poetic psychodrama”. Let’s see why.

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#CPmeetsTBU: Phantom Thread (2017)

Immagine da The Phantom Thread (2017) di Paul Thomas Anderson

C’era un tempo un’istanza altmaniana nel cinema di Paul Thomas Anderson. Era un’istanza costituita attraverso la mutuazione da un certo Altman – quello di America oggi e Un matrimonio, ma anche de I protagonisti, Nashville e, ante litteram, di Radio America – di un cinema fatto di collettività e di provincia, di moltiplicazioni narrative coniugate con buona eleganza. Da quella istanza nascevano Sydney, solido film d’esordio, forse troppo “indipendente, e i primi capolavori, Boogie Nights e Magnolia, fino alle sfumature romantiche di Ubriaco d’amore, un detour che lo congedava (forse) definitivamente dal maestro.

Il parricidio si compiva, però, con i capolavori della seconda fase, Il petroliere e The Master. Cantati entrambi dalle musiche notturne e demoniache di Jonny Greenwood, ridimensionavano notevolmente le quantità di narrativa in gioco per moltiplicare esponenzialmente la quantità di cinema, mostrando, forse chiaramente per la prima volta, la cifra stilistica e cinematografica del suo autore. Studi di persona trasformati lentamente in gigantomachie (dando a Dano, Hofman, Day-Lewis e Phoenix i migliori personaggi delle loro carriere), inseriti in contesti sedimentati sulla disperazione – cui nessun drenaggio sfugge – e trasfigurati in finali irrisori in quanto disarmanti. Studio di persona rappresentato anche da, seppur parzialmente, Vizio di forma, che riprende Altman e lo droga attraverso Thomas Pynchon, in un progetto sicuramente in parte interlocutorio, ma dall’esito felice e godurioso.

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#cineBIT: District 9 (2009) di Neill Blomkamp – Tra scontro e alterità.

In tempi di migrazioni globali e di incontri tra culture, un film come District 9 riesce ad affrontare alcune questioni spinose in maniera originale, senza rinunciare a una buona dose d’azione tipica del genere. Secondo le parole dello stesso regista, il sudafricano Neill Blomkamp, il film mira innanzitutto all’intrattenimento, mettendo insieme science-fiction, spettacolo e umorismo. Tuttavia, non ci si deve sforzare molto per sviluppare un’interpretazione più esplicitamente politica. Il film tocca infatti una serie di punti che dovrebbero essere all’ordine del giorno dei principali governi nazionali. Dalla gestione delle emergenze umanitarie e dei flussi migratori, passando per la necessità di sviluppare un dialogo interculturale, District 9 è sì un film di fantascienza, ma pur sempre un film in grado di porre alla spettatore una domanda fondamentale: fino a che punto siamo in grado di accettare l’alterità nelle sue diverse declinazioni? Questione che costringe a riflettere sia sulla possibilità di estendere universalmente diritti e doveri umani al non-umano sia sul concetto di essenza umana (l’uomo/l’umanità/la specie umana), che tanto influenza la nostra stessa costruzione identitaria.

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#cineBIT: Her (2014) di Spike Jonze; Ex Machina (2014) di Alex Garland. Voce senza corpo, voce di macchina

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In un futuro distopico, non troppo lontano dal nostro tempo attuale, la virtualità mediatica domina la vita dell’uomo. Theodore (interpretato da un grande Joaquin Phoenix), un uomo abbastanza introverso, solo e tendenzialmente asociale in un mondo sempre più “social”, soffrendo per il divorzio con la moglie Catherine, cerca di distrarsi con il suo lavoro, che consiste nello scrivere lettere per conto di altri, attraverso un dettato a voce rivolto al computer. Sempre più alienato dal mondo, per colmare il vuoto creato dalla solitudine, decide di comprare un software all’avanguardia, “OS 1”, dotato di un’intelligenza artificiale capace di mutare ed evolvere in base alle esigenze dell’utente. Una volta installato il nuovo sistema operativo, una voce calda di donna comincia a parlare con Theodore attraverso dispositivi elettronici, quali computer e smartphone. Da qui comincia una lunga e via via più intensa relazione tra i due: tra uomo e macchina, tra uomo e voce senza corpo.

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#CineHot: La Forma dell’Acqua (Guillermo Del Toro, 2017): Beauty and the Fish.

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Unable to perceive the shape of you, I find you all around me. Your presence fills my eyes with your love, it humbles my heart, for you are everywhere.”

Una donna e un mostro. La Bella e la Bestia. Quante volte avete sentito questa storia? Ora, se il film in questione non avesse, sin dalla prima scena, il sapore di una favola (seppur adulta), questa potrebbe essere benissimo una storia perversa del rapporto sessuale tra una donna e una bestia. Oppure, se la componente sessuale non fosse stata presente, questa potrebbe essere una cautionary tale sull’accettazione del diverso, dell’Altro, che insegnerebbe a non fermarsi alle apparenze, a giudicare con il cuore e non con gli occhi. Ma se così fosse, questa sarebbe stata una storia come tante altre. E invece no, La forma dell’acqua è una storia d’amore, e lo spettatore, se vuole concedersi a quel che vede, non dubita nemmeno per un attimo che questa storia sia sana, tenera, romantica – e si badi bene, una tale attenzione per i sentimenti è cosa poco comune nella produzione precedente dello stesso regista, che invece più spesso porta sulla scena personaggi torbidi e inquieti. Restano costanti, invece, le atmosfere fiabesche e poetiche, ed il fascino per il mostruoso.

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