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Recensioni cinematografiche

#cineSPECIAL: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014) di Roy Andersson – la stravagante strada del quotidiano

A volte usciamo dalla sala e l’unica parola che riusciamo a spiccicare è “strano”. Anzi, sarebbe meglio utilizzare il maiuscolo: “STRANO“. Quale aggettivo meglio di questo può descrivere il bizzarro, controverso, assurdo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson? A cominciare dal titolo, l’opera del regista svedese lascia incuriositi e perplessi. Delle tante interpretazioni che sono state date al piccione, che peraltro compare una sola volta nei primi minuti della pellicola, mi permetto di adottare la sola che non mi lasci più stranito di quanto non lo faccia già il film in sé e per sé. Credo che il senso sia: l’immagine irenica di un pennuto immerso nella natura ci induce a pensare che debba meditare su qualcosa di profondo, ma probabilmente sta solo riposando; allo stesso modo lo schermo cinematografico propone una sequenza di fotogrammi evocativi e noi che guardiamo ci arrovelliamo a decifrarli arrischiandoci in pericolosissime elucubrazioni alla ricerca di un significato che spesso semplicemente non c’è. Un piccione è un piccione, sembra dirci Andersson. Tautologia banalissima, che tuttavia gli è valsa il Leone d’oro a Venezia tre anni fa. Questo perché il messaggio passa attraverso una modalità insolita nel cinema di tutti i tempi: la presa in giro (viva gli eufemismi!) dello spettatore.

Le inquadrature del film sono una trentina. Impeccabili dal punto di vista della fotografia, accolgono scene di una compostezza surreale, dove gli attori recitano come delle marionette sempre le stesse battute. Parlano spesso di soldi: un tema adombrato è quello dell’ossessione del denaro che stride con i miseri interni, con l’aspetto pallidissimo dei protagonisti e, infine, con la morte. Emblematico è l’episodio in cui due grossisti di merce clownesca, impacciati e tristissimi, tentano di riscuotere un debito. In risposta a un rifiuto della commerciante minacciano di riprendersi le maschere di zio Dentone, il cui aspetto anziché essere spassoso è terrificante.

Se c’è un accenno di fulcro narrativo nello svolgersi delle scene è rappresentato proprio da questa coppia di clown che si ostinano a diffondere buon umore sebbene facciano piangere. Il commercio di articoli come il sacchetto-risata e i denti da vampiro extra lunghi occupa circa metà del film. La restante parte è dedicata a situazioni che mettono in seria crisi l’ipotalamo di chi è seduto in sala. Tanto per fare un esempio, basti citare l’interminabile sequenza ambientata in un’anonima locanda. All’inizio tutto è tranquillo: c’è chi beve e perfino chi si bacia vicino al jukebox. All’improvviso, dalle finestre si intravede una schiera di fanti a cavallo con tanto di pennacchio. Due cavalieri spalancano le porte della locanda e intimano alle donne presenti di andarsene. Dopo un’ultima ispezione preventiva, entra il sovrano, introdotto dal coro delle truppe: “Carlo XII ha centomila soldati quando avanza in marcia sulla massicciata e nella polvere”. Insomma, una trovata paradossale che fa strabuzzare una volta di più gli occhi al pubblico, che a questo punto ha due alternative: accettare l’ironia e rassegnarsi all’inutilità di qualsivoglia interpretazione, oppure cadere nel luogo comune (della serie “la guerra è una costante dell’umanità”).

Come se non fosse sufficiente, Carlo XII ordina un bicchier d’acqua e ci prova con il barista. Ma proprio quando credi di esserti imbattuto nel film più astratto degli ultimi anni, ecco che Andersson ti fa inciampare nel più lucido realismo. A tale proposito, sono indimenticabili i dialoghi telefonici. «Sono contento di sapere che state bene» viene ripetuto come un ritornello. Di quante frasi vuote[1] come questa è affollata la nostra quotidianità? Un altro esempio è costituito dalla scena finale, dove un gruppo di persone che aspettano il bus discutono se sia mercoledì o giovedì. Sembra di vedersi allo specchio.

In conclusione, “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” è un’ottima prova a sostegno dell’ipotesi di chi considera il cinema d’autore una pratica sempre più autolesionistica. Labirinto di simboli incomprensibili, offre un’alienante parodia della vita di tutti i giorni (dell’essere un essere umano, come riporta una delle prime didascalie) in chiave metacinematografica. Ciononostante, appena le natiche si assestano nella conca del divano domestico, risulta difficile non rievocare questa o quella battuta, questa o quella scena; allora si inizia a pensare: “non era poi così strano…”.

Tommaso Sitzia

1 Ci tengo a precisare che non è il contenuto a rendere la frase vuota, ma la reiterazione, così come se pronunciamo “gomma” diverse volte di seguito ne perdiamo il significato.

#GenderTroubles: A Taste Of Honey (1961). Il gusto amaro dell’emancipazione.

Titoli di testa di “A Taste Of Honey”, per la regia di Tony Richardson.

“This night has opened my eyes
and I will never sleep again,
you kicked and cried like a bullied child,
a grown man of twenty-five.
Oh, he said he’d cure your ills,
but he didn’t and he never will.
Oh, save your life,
because you’ve only got one.”
– The Smiths, “The Night Has Opened My Eyes” (1984)

Il modello informatico dell’ipertesto, in cui un insieme di documenti con informazioni multimediali sono collegati l’uno all’altro per mezzo di connessioni logiche e continui rimandi, si può applicare anche ai rapporti tra i testi della cultura in cui viviamo, che costituiscono una rete di unità culturali tra loro interconnesse, in cui nessun significato è autosufficiente, consentendo così all’utente-lettore di costruirsi di volta in volta un autonomo percorso di lettura. Ciò comporta che l’identificazione del significato sia un processo estremamente dinamico: la nostra competenza intertestuale consiste infatti nell’uso di concetti legati alla nostra generale esperienza o conoscenza del mondo, appresi nel tempo da altri testi.

Il risultato della costruzione di un personale percorso di lettura che si snoda nella miriade dei nostri prodotti culturali, è che molto spesso, navigando a bordo di un testo nel mare della cultura, si approda a lidi sconosciuti e piacevolmente inaspettati. Io, per esempio, se non fosse stato per quella canzone degli Smiths di cui in esergo, non avrei forse mai scoperto A Taste Of Honey, a cui il testo si ispira. E non è l’unico riferimento nella loro discografia, vista la fascinazione che Morrissey, frontman della band, ha sempre provato per questa storia, tanto da inserirne numerosi riferimenti nella grafica dei suoi album e nei testi delle sue canzoni.

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CPmeetsTBU: On the Milky Road — verso il realismo magico di Kusturica


In On the Milky Road Emir Kusturica torna a raccontare la guerra civile in ex Jugoslavia. C’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che già sappiamo?

Lei è Sposa, lui è Kosta. Come nei migliori melodrammi: si conoscono, si innamorano, ma lei è la promessa Sposa del futuro cognato di lui. Più complesso a dirsi che a farsi, quanto meno nella tribuna di soggetti forgiati da Emir Kusturica. Se conoscete la sua filmografia infatti, saprete che in passato c’era già stata una donna contesa: era la bionda Natalija di Underground. Ma anche in quel caso, il corpo della voluttuosa attrice era il campo di battaglia di una guerra tra Marko e il Nero per la conquista del potere. E, neanche a farlo apposta, Miki Manojlović si ritrova ad interpretare lo stesso ruolo a distanza di 21 anni: comandante sleale, marito disinteressato, assegnato prima a Natalija e poi a Sposa.

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#GenderTroubles: The Handmaid’s tale&co. e il femminismo delle serie tv

Negli ultimi mesi – anni? –, ho notato una crescente sensibilizzazione di tematiche femministe all’interno delle serie tv sviluppate dai colossi della produzione come Netflix, Hulu e Kudos Film. Per citarne alcune, 13 Reasons Why, Sense8, l’ultima stagione di Broadchurch, e, ovviamente, The Handmaid’s Tale.

Fenomeni attuali come quello del consenso, dello stupro, della discriminazione femminile (e delle minoranze LGBTQA+), del victim-blaming e della dimensione del corpo femminile hanno trovato finalmente spazio nella produzione mainstream, forse nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questi argomenti troppo spesso ignorati.

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#cineHOT: Tanna (2015) di Martin Butler e Bentley Dean — La natura della tradizione

Il matrimonio, meglio ancora se un buon matrimonio – si pensi al famosissimo incipit di Orgoglio e pregiudizio –, è ciò a cui i genitori di una giovane donzella miravano. E spesso in alcune culture lo stesso matrimonio ha finalità ben diverse, che superano la semplice unione di due persone e la conseguente formazione di un nucleo familiare, arrivando a giocare un ruolo ben più cruciale, come ad esempio l’alleanza o riconciliazione tra più tribù o famiglie o clan etc…

È questo – per essere sintetici – il tema principale su cui ruota la narrazione del film Tanna.

Questo lungometraggio è stato presentato in una sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia del 2015, la Settimana della Critica; grazie alla candidatura al premio miglior film straniero agli Academy Awards 2017 ha superato le possibili difficoltà distributive, a cui possono andare incontro produzioni non ad alto o altissimo budget, trovando una localizzazione italiana. A questo proposito va reso grande merito a Tycoon Distribution per aver accettato la sfida e l’onere di distribuirlo nelle sale a partire dal 4 maggio prossimo.

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#cineHOT Bar Bahar – In Between

Anche in questa occasione ho scelto di parlare di un film appena uscito nelle sale italiane.

Si tratta dell’ultimo lungometraggio della regista di origini ungheresi Maysaloun Hamoud, premiato da festival cinematografici come il Toronto film festival, San Sebastian e l’Haifa Film Festival.

In Italia è uscito con il titolo “libere disobbedienti innamorate”, ma, a mio modesto avviso, il titolo inglese “in between”, come quello arabo “Bar Bahar”, tra cielo e mare, lo descrive alla perfezione.

Le protagoniste del film, Laila, Selma e Nour, si trovano in mezzo, divise tra il mondo orientale tradizionale, così come appare agli occhi stereotipati dell’occidente, e un nuovo mondo, che quegli stereotipi cerca di lasciarseli alle spalle.

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“Dubbi circa la morte di Dio, ne ho molti; sulla morte del Cinema, nessuno”. Così scrive il poeta e saggista Guido Ceronetti nel 1995, compendiando di fatto il “non datato” e incertificabile decesso dell’arte cinematografica, la cui putrescente obsolescenza ha avuto modo di trascinarsi al punto che “è giusto essere sazi, ormai, arcisazi, di immagini irreali in movimento artificiale, come di divenire […] dannoso e nemico alla pari delle industrie più inquinanti, turismo di massa, petrolchimico, nucleare”[1]. Il cinema ha esaurito la sua carica espressiva, simbolica e iconicamente rappresentativa, avvinghiato nella virale proliferazione esasperata e esasperante delle stesse forme per gli stessi contenuti, crogiolandosi negli strascichi di una senescenza languida e spegnendosi definitivamente, nell’amara ma consapevole rassegnazione dei suoi interpreti, con una silenziosa uscita di scena, lontana dai fasti delle origini e dallo splendore roboante delle proiezioni hollywoodiane. La provocatoria tesi di Ceronetti non vuole essere indagata nella sua verità, per le ragioni che l’accompagnano o rispetto alle conseguenze che da essa germinano, ma piuttosto filtrata attraverso la sensibilità di chi in primis l’ha avvertita, recepita come strazio, sentita risuonare nelle corde della propria attività: due registi hanno manifestamente sposato la tanto delittuosa dichiarazione, ma al rintocco delle campane a morto non hanno fatto seguire le loro lacrime, bensì una poetica reazione di rinascita speranzosa, una lazzariana promessa di nuova vita. Alla stregua di lampadofori, Leos Carax e Alain Resnais hanno rispettivamente illuminato, con le insegne al neon di Holy Motors e con il virtuale occhio di bue di Vous n’avez encore rien vu, la rimarginazione profana delle spoglie mute del cinema, impressionando critica e pubblico durante l’edizione 2012 del Festival di Cannes.

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#cineBIT: Intolerance (1916) di David Wark Griffith: Una culla per l’umanità

Scena del film Intolerance (1916) di David Griffith

Intolerance è uno dei capisaldi della storia del cinema muto e del cinema in generale, un’opera lunga, elaborata e complessa che affronta temi storico-morali con grande maestria. Filo conduttore, neanche a dirlo, è l’intolleranza: l’intolleranza che, attraverso i secoli, ha sempre contraddistinto la specie umana in senso prettamente negativo, distruttivo, controproducente. Il maggior merito di Griffith è che non solo egli ha presentato questa tesi, ma ha anche voluto dimostrarla, proprio tramite il medium cinematografico; come casi emblematici, il regista statunitense ha scelto 4 periodi che, insieme, abbracciano un totale di circa 2500 anni di storia. La scelta, tutt’altro che casuale, ricalca i quattro generi più diffusi all’epoca:
colossal: la caduta di Babilonia nel 539 a.C.;
– passioni: la crocifissione di Gesù in Giudea nel I secolo;
art français: la strage degli ugonotti del 1572 in Francia a San Bartolomeo;
– dramma sociale: il grande sciopero del 1914 negli Stati Uniti.

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#CPmeetsTBU: L’altro volto della speranza (2017) di Aki Kaurismäki — Dove il cambiamento incontra la solidarietà

La notte di Helsinki è buia, di un buio nero pece. Sul molo, le ruspe si muovono come giraffe dal collo alto, alzandosi e abbassandosi per scaricare materiale dalla nave merci Eira (agognata meta in Calamari Union). Da un cumulo di carbone si spalancano due grandi occhi, incorniciati dal volto di un uomo sporco di un pesante strato di fuliggine, nero come la notte finlandese. È il volto di Khaled Aliun ragazzo di Aleppo in fuga dal conflitto siriano. Cambia la scena. Un uomo riempie una vecchia valigia di pelle con i pochi abiti che possiede. Al tavolo della cucina siede una donna, ciocche di capelli tirati nei bigodini. Chiusa la valigia, l’uomo le si avvicina, si sfila dall’anulare sinistro la fede e la posa sul tavolo, insieme ad un mazzo di chiavi. È Waldemar Wikstromcommesso viaggiatore che ha deciso di cambiare la sua vita

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#GenderTroubles. “Vergine Giurata” (L. Bispuri, 2015): L’insostenibile leggerezza del genere.

Alba Rohrwacher nei panni di Hana/Mark nel film “Vergine Giurata”.

Rosi Braidotti, una delle maggiori teoriche italiane del femminismo della differenza, nella sua analisi interdisciplinare della soggettività contemporanea, ha elaborato la teoria del soggetto nomade. La filosofa, ponendo al centro del discorso il corpo sessuato, intende rappresentare una molteplicità di forme alternative di soggettività, che vadano al di là del binarismo di genere – la rigida scelta tra maschio e femmina – senza per questo ricadere in un nuovo essenzialismo che imbrigli la libertà creativa ed espressiva dei soggetti performati. Il soggetto nomade è tale in molti sensi, vive al confine tra molte dicotomie: quella tra cittadino e straniero, tra donna e uomo, tra idem e alter, e sfrutta questa a-normatività per mostrarne la carica positiva, facendone così uno strumento di arricchimento, non un motivo di inadeguatezza.

In altri termini, in questa ridefinizione della soggettività, femminile e non solo, si tratta di dare voce al desiderio dell’individuo di affermare e rappresentare varie forme di soggettività, tutte ugualmente valide. Un paradigma della soggettività nomade è il personaggio di Hana/Mark, protagonista del film Vergine Giurata di Laura Bispuri.

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