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Recensioni cinematografiche

#SerialKiller: Dark (2017) e l’oscurità del libero arbitrio

Locandina Dark (2017).

Se Dark (2017) fosse una torta, sarebbe molto semplice azzeccare i suoi ingredienti: un’abbondante manciata di Stranger Things, Interstellar q.b., un pizzico de Il caso Spotlight, una spolverata di Donnie Darko. Infornare e farcire con crema al gusto Nietzsche e citazioni bibliche.

Se vi sembra che questo mix suoni delizioso come i cavoli a merenda, aspettate di guardare il prodotto finale. Come ci insegna la psicologia della Gestalt: “L’insieme è più della somma delle sue parti”. Infatti, Dark risulta ben peggiore di quanto possa suonare la mera enumerazione dei suoi componenti.

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#cineBit: Il settimo continente (1989) di Michael Haneke. Una glaciazione fatta di oggetti.

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Spesso il cinema ha provato a mettere in scena l’alienazione della società contemporanea, figlia del progresso tecnologico, portando in superficie l’irrazionalità celata dietro le più ordinate esistenze. Pur trattandosi di questioni ampiamente dibattute, non solo a livello filosofico, proprio il cinema ha forse il merito di mostrarne più dettagliatamente le contraddizioni, affidando alle immagini il compito di mantenerne l’ambivalenza.

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#cineFocus: Sul Cinema (2012) – seconda parte

Nella prima parte di questo articolo si è tentato di dare forma all’immagine di cinema proposta dal regista Leos Carax nel suo Holy Motors, ravvisando in essa quei peculiari nuclei di senso che si configurano come istanze rinnovatrici per una cinematografia defunta o prossima al decesso. La parossistica messinscena su cui si innesta l’intera pellicola porta alla luce due elementi cardinali con cui Carax plasma il suo orizzonte salvifico: il ripensamento della natura evoluzionistica del cinema e il ruolo focale della recitazione attoriale.

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#cineHOT: il Vangelo secondo The Place

Scrive Antonio Gurrado, in un suo recente articolo per Il Foglio, che The Place è «un film tomista, molinista, insomma cattolicissimo» e che pertanto «deve sperare nel mercato estero. Non è un film per una nazione talmente refrattaria alla responsabilità individuale da credere che, se uno è cattivo, non possa farci niente: una nazione sedicente cattolica che, pur di trovare scuse alla propria indolenza spirituale, protestantizza e luteraneggia».

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#GenderTroubles: San Junipero (da “Black Mirror”, 2016). Il Paradiso è un posto sulla Terra.

Welcome to San Junipero – Party Town”, recita l’insegna al neon di un locale notturno in una cittadina balneare della West Coast americana, tutta spiagge assolate e tramonti pastello sull’oceano. Nel locale risuona una canzone anni ’80, mentre una torma di gente vestita a tema si agita sulla pista da ballo. La città di San Junipero offre ogni tipo di intrattenimento, il genere di cose che si fanno per sentirsi vivi. Peccato che, in questa città da favola, i vivi siano davvero pochi.

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#SerialKiller: Mindhunter — Psicopatologia di un serial killer

Ammettiamolo: i serial killer hanno il loro fascino. E qua devo subito chiarire: non mi riferisco a figure iconiche del genere horror come Leatherface (Non aprite quella porta) o Chucky (La bambola assassina), delle quali ciò che ci incolla allo schermo è quel tipico ambivalente voyeurismo da scena dell’orrore – del tipo, è rivoltante, eppure non so staccare gli occhi. Mi riferisco a un altro modo di caratterizzare i serial killer, ben più realistico e, in tale misura, ben più terrificante.

Prendiamo una scena di un film caposaldo del genere: Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. La protagonista Jodie Foster, che nel film interpreta una giovane spaurita leva dell’FBI, deve far visita al famoso dottor Hannibal Lecter, del quale conosciamo la curiosa abitudine di cibarsi dei corpi delle proprie vittime (con un buon Chianti) e – ci racconta inoltre il mellifluo direttore del carcere – il fatto di aver recentemente staccato a morsi pezzi del volto di un’infermiera che lo stava accudendo. Ciò basta a terrorizzare la giovane Foster e metterla nella giusta disposizione d’animo prima della lunga sfilata davanti alle celle dei detenuti più pericolosi, violenti, sudici. Jodie Foster e lo spettatore si preparano a questo: Hannibal Lecter non può che essere il re di questa sfilata, il più immondo degli immondi, l’incarnazione disgustosa e sboccata del Male. E invece: la cella del dottor Lecter è luminosa, chiara, ordinata; alle pareti vi sono dei dipinti a matita dal tratto magistrale, di buon gusto; e il dottore compare al centro della stanza, con la schiena dritta, ben pettinato, la testa leggermente inclinata su cui sta un sorriso appena accennato sotto due occhi chiari. Il contrasto con gli altri detenuti non potrebbe essere più netto. Parla in modo forbito e ha un’intelligenza splendida; inutile negarlo: è un uomo affascinante. Eppure è una delle cose più terrificanti che abbiamo mai visto.

La produzione cinematografica e televisiva è ricolma di figure di serial killer affascinanti come il dottor Lecter: pensiamo allo yuppi Patrick Bateman, a cui presta il proprio bel viso Christian Bale in American Psycho; o alla serie televisiva Dexter, che gioca apertamente sul sex appeal del protagonista Micheal C. Hall mentre squarta meticolosamente i cadaveri delle proprie vittime. Cosa ci attrae e insieme ci terrorizza di queste figure? Dubito si tratti solamente dei dettagli osceni dei loro crimini; anche se, come ho detto, una certa dose di voyeurismo gioca la propria parte, è un altro il fattore più attraente. Per individuarlo, immaginiamo di trovarci su una scena del crimine. C’è una semplice formula che la polizia applica nelle proprie indagini (e che anche noi applichiamo, seppur inconsapevolmente, all’occasione): cosa + perché = chi; ossia, le risposte alle domande «Cosa è stato compiuto?» e «Perché è stato compiuto?» conducono alla risposta alla domanda «Chi l’ha compiuto?». Ebbene, attorno agli anni ’70 del secolo scorso la polizia americana si trovò di fronte a numerosi casi di omicidio per i quali questa semplice equazione, cosa + perché = chi, era insoddisfacente. In particolare i dubbi si concentravano attorno alla domanda «Perché?»: si moltiplicavano i casi di omicidi plurimi compiuti in modo efferato, con l’aggiunta di violenze sessuali, necrofilia, atti di cannibalismo, mutilazioni e via di questo genere. Erano gli anni di Charles Manson e Ted Bundy, per intenderci. L’opinione pubblica era shockata e altrettanto lo era la polizia: quale spiegazione per questi gesti?

Chiariamoci: non è che non vi siano stati casi di omicidi seriali prima degli anni ’70; il punto è che prima – prima della creazione dell’etichetta “serial killer” – essi non erano oggetto di interesse particolare. Si consideravano gli assassini seriali come degli esemplari malnati, provvisti di un qualche innato “difetto di fabbrica” che a un certo punto della loro esistenza si manifestava in una catena di azioni rovinose. Inutile cercare una ragione dei loro atti, un’origine nelle costrizioni della società o nei loro traumi infantili. Nessuna sorpresa per questa reazione di rifiuto: la mente degli assassini seriali costituisce una sfida all’idea familiare e tranquillizzante dell’esistenza di un Io unitario e insieme razionale. Il loro comportamento è letteralmente schizofrenico (dal greco σχίζω “separare” e ϕρήν “mente”) nell’alternanza tra atti violenti e periodi “freddi”, durante i quali essi conducono una vita sotto ogni altro aspetto normale, come se vi fossero alla guida di una stessa mente due soggetti diversi. (A proposito di questa, se vogliamo chiamarla così, capacità di mimesi dei serial killer, vi è una citazione di Ted Bundy, serial-killer americano che durante gli anni ‘70 stuprò, uccise e praticò atti di necrofilia su circa una trentina di giovani donne: «Noi serial-killer siamo i vostri figli, i vostri mariti, siamo ovunque»). Gli atti dei serial killer non rispondono alla logica delle persone normali e delle loro azioni quotidiane, e nella loro inspiegabilità e imprevedibilità sta il segreto del terrore che suscitano. Ecco quindi ciò ci mette i brividi, e insieme ci affascina, del nostro dottor Lecter e del suo mezzo sorriso gentile: il contrasto acceso tra la sua intelligenza affilata e i suoi appetiti osceni, tra il suo aspetto comune e tutto sommato piacevole e i suoi atti violenti e la sfida che tutto ciò pone alla nostra visione domestica del Soggetto.

Tuttavia negli anni ’70 l’atteggiamento nei confronti dei serial killer muta e diviene quel che potremmo chiamare un atteggiamento giustificatore, nella misura in cui cerca una ragione e una spiegazione per i loro atti. Si comprende finalmente come lo studio del comportamento criminale sia l’unico modo, se non per renderlo innocuo, almeno per depotenziarlo, per non esserne più totalmente terrorizzati. Si sente la necessità dell’analisi psicologica come unico mezzo per raggiungere questo scopo. Si tenta di ricollocare il soggetto deviante all’interno di rassicuranti e ordinate griglie concettuali (i “profili” criminali). Si vede l’atto conoscitivo come argine alla paura.

Di queste prime incursioni nelle menti dei criminali seriali, cioè di quello che oggi chiamiamo criminal profiling, si narra in Mindhunter, ultimo lavoro di David Fincher uscito da poche settimane per Netflix. La serie, tratta da fatti reali, segue le vicende di due agenti dell’FBI, Holden Ford e Bill Tench, impegnati in una serie di interviste a serial killer illustri con lo scopo di individuare dei profili criminali da impiegare nelle indagini e nella prevenzione dei crimini futuri.

Chi ha familiarità con la filmografia fincheriana, riconoscerà che egli è fuor di dubbio uno di quelli che subiscono il fascino dei serial killer, ossessionati dalla domanda sul perché dei loro comportamenti; basti pensare a film come Zodiac o Seven, dei quali potremmo dire che Mindhunter è un adattamento in formato serie televisiva. Inoltre Fincher non è estraneo, e ciò non dovrebbe affatto sorprenderci, al tema della schizofrenia, narrata in Fight Club. Ed è bravissimo nel restituirci questa passione quasi ossessiva per l’indagine sulla mente criminale: certamente i colloqui con i serial killer costituiscono i momenti più alti di Mindhunter. In essi la tensione è costruita meticolosamente e inesorabilmente attraverso la sola descrizione verbale degli atti di violenza, senza bisogno di una loro riproduzione visiva (con l’eccezione delle fotografie dei dossier di polizia), cosa che solo i migliori maestri del thriller sanno fare. Anche la recitazione dei personaggi coinvolti in queste scene brilla particolarmente (la mia preferenza assoluta va a Cameron Britton nei panni di Ed Kemper, serial killer americano dall’aspetto di gigante buono, che negli anni ’70 violentò, uccise e praticò necrofilia su molte giovani ragazze, così come alcuni membri della sua famiglia). Coinvolgente – e ciò è il miglior esito per un buon thriller psicologico, qual è Mindhunter – è inoltre la struttura degli episodi, separati in un primo momento diciamo di “apprendimento”, centrato sul dialogo con il serial killer e sullo studio del suo carattere, e un secondo momento di “esercitazione” su un qualche fatto di cronaca, alla ricerca di somiglianze e differenze col profilo tracciato in precedenza. Il tutto crea un gioco, a cui lo spettatore si sente chiamato a partecipare attivamente, che è il pregio migliore della serie. Il difetto è che al di fuori di questo gioco Mindhunter manca di ritmo e presenta poca attenzione alla caratterizzazione dei personaggi secondari, i quali risultano scarsamente caratterizzati quando non stereotipati (come il boss dei due protagonisti, interpretato da Cotter Smith). Disperatamente in cerca di una collocazione appare la dottoressa Wendy Carr, interpretata da Anna Torv, il cui personaggio, per quanto non spiacevole, appare francamente superfluo, almeno per la prima serie. Pertanto se non siete di quelli che si mettono a canticchiare allegramente Psycho killer dei Talking Heads (che ovviamente compare da colonna sonora alla serie, scelta banalotta ma forse doverosa e che comunque non abbassa il livello di originalità delle musiche, già di per sé scarso) o che non hanno consumato i propri di dvd di Hitchcock, lasciate perdere. Per tutti gli altri… Psycho killer, qu’est-ce que c’est?

 

#cineOS: Mr. Robot, Arab Spring, and its Science Fiction question (II): The futuristic path?

In the previous text, I explored how the Arab Spring influenced the TV show creator Sam Esmail on setting up a story about the youth angst he found during that revolution, and how there would be a change of perspective from his side on those events. Mr. Robot is a TV show which suggested that anger may be a positive backbone towards societal equality, but at the same time wondered if that anger could had made things worse.

Critically, I would argue that part of the message is somewhat lost or blurred by Mr. Robot’s problems with pacing and mystery delivery, especially during season 2. A review from Matt Zoller (2016) provided a very interesting point of view: he argued that the TV show is at the same time brilliant in some moments while failing in its basic storytelling. Indeed, one of the perceived problems of Mr. Robot, especially striking in the second season, is how less tight it feels. For all the quite exciting TV show techniques, like setting up a 90’s sitcom excerpt with its own advertisements, the constant play between Elliot and the viewer, a season 2 premiere release before its official date under the pretense of a hacking attack, all the introduction segments for each episode becoming part of the narrative; there were also a lot of unresolved plots being established throughout the second season.

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#cineOS: Mr. Robot (2017), Arab Spring, and its Science Fiction question (I): The rebellious past.

*This essay considers the story development up to the s3ep01*

Mr. Robot landed recently its third season, so I decided to discuss about this impressive TV show, similar to a critique. This first essay will focus more on the general aspects of the Mr. Robot, while the second one will tackle an argument surrounding the alternate dimension interpretation on some aspects from Mr. Robot.

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#CineHot: Blade Runner 2049 (2017) — Ma gli androidi sognano sequel perfetti?

Se ci si proponesse di individuare dei topoi nella rosa delle produzioni tele-cinematografiche contemporanee, verrebbe immediatamente in luce la tendenza, in voga soprattutto negli ultimissimi anni, a riprendere brand e progetti risalenti al periodo 80-90; a cominciare dai tentativi di rilancio più velleitari e spudoratamente commerciali –si pensi al nuovo Ghostbusters o alla svilente trasposizione live-action di Ghost in the Shell–, passando per operazioni più compiaciute e ricche di fanservice –tra cui spicca il buon Sam Raimi con Ash vs Evil Dead– e arrivando infine a prosecuzioni d’autore vere e proprie –è il caso Mad Max: Fury Road e della terza stagione di Twin Peaks–. Archiviati il retrò e il vintage in senso stretto, il comune denominatore stilistico di questi nuovi anni dieci sembrerebbe riassumibile, nel bene e nel male, nella parola-chiave nostalgia.

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#GenderTroubles: Broadchurch (terza stagione, 2017): non vittime, ma protagoniste.

“If you’ve been affected by issues raised in this episode of Broadchurch, you can visit itv.com/advice for support and information”.

La confortante e sollecita voce fuori campo recita queste parole alla fine di ogni episodio della terza stagione della serie di argomento poliziesco Broadchurch, andata in onda sulla TV britannica la scorsa primavera sul canale ITV. Cosa interessante: la voce fuori campo di cui sopra è, alternativamente, femminile o maschile, perché non si abbia l’impressione che le problematiche (di genere) sollevate nella serie chiamino in causa le donne soltanto. Colgo lo spunto fornito da Benedetta Magro nel suo articolo per analizzare il modo in cui Broadchurch affronta i temi della violenza sessuale e della cosiddetta “cultura dello stupro”, con un approfondimento finale sulla posizione dei personaggi maschili in una cornice narrativa così costruita.

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