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Recensioni cinematografiche

ORNI: Valhalla Arriving. O: Di come Hollywood fa cose buone solo quando soffoca.

“Now today is tomorrow, and tomorrow today
and yesterday is weaving in and out”

(Cake, Comfort Eagle)

Precisiamo subito una cosa: questa non è la recensione di un film. O meglio, un po’ sì, però anche no. Sì, me l’ha ispirata la recente visione di Arrival. No, non parla solo di quello. Di che parla? Meh. Diciamo che se Wu Ming 1 ha voluto definire i suoi “Point Lenana” e “Un viaggio che non promettiamo breve” (per altro, letture assolutamente necessarie nell’Italia del 2017: sui fascismi di ieri il primo, sui fascismi di oggi il secondo; ma stiamo divagando), se, dicevo, ha voluto chiamare i suoi libri “oggetti letterari non identificati”, allora questo può essere un “oggetto recensorio non idenficato” (ORNI). Insomma: non siamo ancora alle “videocose” di Enrico Ghezzi: ma potremmo arrivarci presto.

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#CineHot: Arrival (2016) di Denis Villeneuve: la fantascienza della relatività linguistica

“Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia. La memoria è una cosa strana, non funziona come credevo, siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine…ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine, ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita”

(Louise Banks, Arrival, Denis Villeneuve, 2016)

Presentato alla 73a mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, Arrival segna l’ingresso di Denis Villeneuve (già regista di Prisoners, Enemy e Sicario) nell’Olimpo della fantascienza, con una pellicola destinata a rivoluzionare il genere stesso, in forza del suo sincero attaccamento a principi e nozioni incorporate dal mondo della linguistica e dall’universo della fisica. Il film, ispirato dal racconto di Ted Chiang “Storia della tua vita”, rielaborato per il grande schermo da Eric Heisserer, può infatti vantare il record di pellicola fantascientifica con il maggior numero di candidature agli Oscar con 8 nominations, tra cui quelle per il Miglior film e la Miglior regia, in attesa di scoprire tra meno di un mese se potrà dirsi anche vincitore di alcuni tra questi. Se non fosse che Villeneuve sembra voler far proprio l’incipit di una celebre ode oraziana: exegi monumentum, un monumento cinematografico offerto sotto le non così mentite spoglie di un esperimento mentale dal forte sapore filosofico.

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#CineBit: The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson: Una fiaba color pastello

Scena del film The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson

The Color Motion è un sito web che presenta alcuni film in maniera piuttosto originale, vale a dire tramite il loro spettro cromatico; l’idea di base è di catturare il colore principale di ogni fotogramma per poi riprodurli in serie fino a costruire lo spettro rappresentativo di ogni film. Tra i molti già presenti, quelli che più catturano l’attenzione sono naturalmente i film con maggior variazione e originalità cromatica. Tra questi, il regista (nonché filosofo!) Wes Anderson non poteva assolutamente mancare.

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#CineHot: La La Land — Non è la solita commedia d’amore

Perché La La Land non è solo l’ennesimo prodotto di consumo hollywoodiano:

La La Land è probabilmente il film più pompato da che io ne abbia memoria. Ancora prima che il film uscisse, l’immagine di Emma Stone e Ryan Gosling che volteggiano su uno sfondo blu ci ha colonizzato la mente, riempiendo banner su facebook e cartelloni pubblicitari. Le 14 nomination agli Oscar, poi, hanno creato un mito ancora prima che il film fosse nelle sale.
Insomma è impossibile non andare a vedere La La Land con una buona dose di pregiudizi. E i miei non erano particolarmente positivi. Sarà perché gioco a fare il critico cinematografico e quindi ne devo pur rispettare gli stereotipi. E si sa che i critici non sono mai teneri con le commedie d’amore hollywoodiane. Sarà che Ryan Gosling è un gran bel figliolo, ma da qui a considerarlo un attore da Oscar ce ne passa. E un po’ come se dicessi che Carlo Verdone è il mio feticcio erotico solo perché mi fa molto ridere. Sarà poi che i musical se non sono fatti bene, con canzoni dosate e adatte alla situazione, diventano subito noiosi. E un bel musical non lo vedevo dai tempi di Chicago.

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#GenderTroubles: Mona Lisa Smile: il libro e l’aspirapolvere.

Una scena del film Mona Lisa Smile (Mike Newell, USA, 2003)

C’è un proverbio inglese che fa: “you can’t have your cake and eat it too”, e cioè, se due alternative confliggono, a una delle due bisogna per forza rinunciare. Insomma, l’equivalente del nostro “non si può tenere un piede in due scarpe”. Mona Lisa Smile (USA, 2003), un film spesso citato come esemplare per il modo in cui tratta temi “femministi”, finisce per tenere il piede in due scarpe. Insomma, pur proclamandosi in partenza audace e provocatorio, non sembra prendere parte davanti all’alternativa tra l’emancipazione femminile e la prospettiva, che segretamente nutrono tutte le inguaribili romantiche, di incontrare, prima o poi, il Principe Azzurro.

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#FuocoIncrociato: Juste la fin du monde (2016) – Le case invisibili di Xavier Dolan

Scena del film Juste la fin du monde (2016) di Xavier Dolan

Tornare a casa non è mai semplice. E lo dico da persona che torna a casa due volte all’anno da sei anni. Tutto resta al proprio posto, eppure cambia radicalmente. Gli oggetti si impolverano, gli affetti invecchiano; ciò che una volta rappresentava il familiare, diventa l’estraneo. Il milieu in cui si è spesa la propria infanzia o la propria adolescenza, all’improvviso viene spogliato di ogni quotidianità e rivestito di ricordi. Gli oggetti smettono di essere oggetti e diventano storie. Le case cessano di essere abitazioni e diventano musei. Il presente diventa così passato e, cambiando il frammento temporale entro cui si iscrive, diventa allo stesso tempo estraneo, unfamiliar.

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#CineBit: Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock: Vertigine cromatica

Scena del film Vertigo (1958) di Alfred Hitchcock

Quando si parla del più famoso ed influente regista inglese, Sir. Alfred Hitchcock, molti sono i film che vengono in mente: Psycho (1960) in primis, subito seguito da North by Northwest (1959), The Rear Window (1954), e il qui analizzato Vertigo, il cui sottotitolo italiano recita “La donna che visse due volte“. Se in tutti questi film molti sono i tratti comuni, a partire dal genere noir / thriller psicologico, Vertigo ha qualcosa che si fa distinguere: l’uso particolare ed accentuatissimo del colore, in particolare della coppia di complementari rosso-verde. L’elemento cromatico spicca già nei titoli di testa, un mix psichedelico di cerchi, spirali e ipnotiche sovrapposizioni che lasciano intendere chiaramente il tema del film.

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#FuocoIncrociato: Your Name — Il romanticismo nello spazio-tempo

Your Name, film appena passato per le sale cinematografiche per soli tre miseri giorni (con la notizia fresca di un possibile ritorno per un ulteriore giorno), è l’ultima fatica di Makoto Shinkai, regista che ho potuto apprezzare con il film Viaggio verso Agartha del 2011, ma che ha decisamente compiuto passi da gigante da quella data lontana.

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#fuocoincrociato: The Bloody 8

Il genere “western” è un genere immortale e capace di mutare a seconda del periodo storico e delle richieste del mondo. Nelle storie di Tarantino ci sono da sempre figure di cowboy moderni, armati fino ai denti (Mr Blonde in Reservoir Dogs) o una “resa dei conti” enfatizzata da musica pop e lenti movimenti di macchina (si pensi allo scontro tra Beatrix Kiddo e O-Ren Ishii). Troppo si scrive della grande influenza che il cinema del Maestro Leone abbia avuto sulle scelte di inquadratura del giovane Quentin. Non che queste siano infondate o false, ma ci si dimentica del nome di un altro grande Maestro che ispira Tarantino: Bloody Sam.

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#CineHot: Kimi no Na Wa – Your Name. Gli amori cosmici di Makoto Shinkai

Taki e Mitsuha in una delle immagini pubblicitarie di Your Name

Quando si parla di animazione giapponese per il grande schermo, non si può non fare il nome di Hayao Miyazaki, di gran lunga il più noto in Occidente, alla cui fantasia oggi dobbiamo dei classici dell’animazione che non hanno nulla da invidiare alla produzione disneyana. Eppure, dopo l’uscita del suo ultimo lavoro, Si alza il vento (Kaze tachinu, 2013), il co-fondatore dello Studio Ghibli ha annunciato il suo ritiro. Da allora, mentre periodicamente si diffondono notizie di un suo prossimo ritorno, una nuova generazione di registi e sceneggiatori si contende la palma di degno successore del maestro di Tokyo. Dopo il successo di Your Name (Kimi no Na Wa), uscito nell’estate del 2016, sembra proprio che quest’ambito riconoscimento spetti a Makoto Shinkai.

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