Scena del film Saul fia (2015) di László Nemes

Che la mia primissima recensione in assoluto riguardasse un film sull’Olocausto, non può assolutamente essere un caso. Sin da bambina, per quanto possa suonare ingenuo, il tema della Shoah mi ha sempre lasciato attonita; l’efficienza e la spietatezza della macchina nazista non possono passare inosservate, specie quando si realizza che un evento storico di tale portata ha avuto luogo appena ottant’anni fa — in un presunto posto civilizzato quale l’Europa. La radicale politica antisemita tedesca era ben più di un sentito dire in tutto il continente, eppure le vessazioni subite dagli ebrei — e dalle minoranze etniche e sociali — sono rimaste impunite durante l’intero corso del regime nazista. Ancora oggi faccio molta fatica a concepirlo, nonostante abbia divorato libri e visto documentari e film di ogni sorta. I confini de “la soluzione finale” attraversano trasversalmente una serie di nozioni che noi oggi diamo per scontate; il concetto stesso di “dignità umana” è stato annientato con una semplicità disarmante. Chi dice che sull’Olocausto si è scritto e detto fin troppo è la conferma antropomorfa del fatto che evidentemente non si sia detto ancora abbastanza.

Nessun tipo di libro, film, documentario o fotografia sarà in grado di contenere, spiegare e mostrare interamente l’orrore e le sofferenze patite da chi è stato dapprima tagliato fuori dalla propria comunità e poi deportato, seviziato ed ucciso. La colpa di cui si macchiavano gli ebrei, gli slavi le altre minoranze etniche era semplicemente quella di non rispettare il fenotipo vincente dell’ideale ariano. Inoltre, ci si potrebbe concedere il lusso di sostenere che si è detto «fin troppo», se il rischio di commettere un errore del genere fosse totalmente smantellato; rischio che, invece, mi pare più che tangibile, dati i recenti entusiasmi in alcuni Stati europei per i movimenti nazionalisti (ad es. la Francia, con Le Front National e l’Italia, con la cara vecchia Lega Nord).

Ad ogni modo, la produzione di film sul tema dell’Olocausto, oltre a fungere da monito e memento, è creatrice di vere e proprie perle. Saul fia(2015), presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes e vincitore del premio Grand Prix, sicuramente è una di queste. Distaccandosi tanto da lavori originali come La vita è bella (1997), quanto da film di matrice biografica come Schinder’s List (1993), Saul fia ci permette di gettare uno sguardo sull’orrore dei campi di sterminio da una prospettiva ancora diversa.
Il protagonista, Saul Ausländer, è un membro ungherese delSonderkommando, l’unità speciale dei campi di sterminio composta da ebrei deportati, il cui compito principale è lo smaltimento dei cadaveri. La storia è ambientata al campo di Auschwitz-Birkenau, anno 1944, ed il film si apre con l’arrivo di un treno di ebrei ungheresi destinati alle camere a gas. Saul, come gli altri membri del Sonderkommando, li scorta verso la loro sorte con sguardo apatico e con la stessa apatia trasporta via i cadaveri, dopo l’esecuzione. All’improvviso, viene rinvenuto un bambino miracolosamente sopravvissuto. Ucciso poco dopo, il suo corpo viene riservato all’autopsia. Saul, sin da subito, mostra una curiosa affezione nei confronti del ragazzino e si mette in cerca di un rabbino che possa disporre una degna sepoltura e che possa recitare il Kaddish, ricerca che spesso metterà a repentaglio la sua stessa vita. Accanto ai suoi disperati tentativi di seppellire il bambino in modo dignitoso, Saul si trova a giocare un ruolo fondamentale nel piano di rivolta del suo Sonderkommando, piano di rivolta che culminerà con un tentativo di fuga.
È interessante notare come la macchina da presa non lasci quasi mai il volto o la nuca di Saul, permettendoci sempre di osservare e di intuire cosa accade intorno a lui in modo quasi periferico. Il vero fulcro dell’inquadratura è Saul, ma soprattutto ciò che conta per Saul. Il film, inoltre, gioca su una serie di non-detti: quello che sappiamo di Saul è che prima di essere deportato non aveva figli, aveva una moglie e faceva l’orologiaio. Saul, inoltre, afferma espressamente solo in due scene del film che quel cadavere sia suo figlio: quando prega il falso rabbino di recitare le preghiere («Devi aiutarmi a seppellire mio figlio») e parlando con un altro membro del Sonderkommando.
Il numero di parole proferite, in tutto il film, è ridotto all’osso; non c’è spazio per monologhi o per dialoghi più lunghi di pochi scambi di battute. Saul ripete ossessivamente «devo trovare un rabbino» e il suo sguardo non mostra mai cenni di paura o di gioia — eccetto il sorriso che rivolge in camera durante una delle ultime scene.
Nonostante l’intero film si snodi su questa ambiguità e non dia mai davvero risposta all’interrogativo se il bambino sia o meno il figlio di Saul, personalmente non sento il bisogno di riceverne conferma. Ho avuto l’impressione che il reale fulcro non fosse il legame di parentela tra Saul e il bambino, quanto piuttosto l’importanza della sepoltura di quel corpo. Il fatto che quel ragazzino fosse sopravvissuto alla camera a gas, il fatto che il suo istinto di autoconservazione avesse scardinato per un attimo l’intera macchina mortale del campo di sterminio nazista, rappresenta una vera e propria rottura, un kairos. Anzi, per essere precisi, il kairos della vita di Saul. Dare degna sepoltura a quel corpo, quindi, diventa per il protagonista un vero e proprio processo di espiazione. «Hai sacrificato i vivi per seppellire un morto», così lo apostrofa il medico ungherese del campo di Auschwitz-Birkenau, ma questa è una visione estremamente riduttiva degli sforzi disumani di Saul; “seppellire un morto”, rappresenta ora l’intero orizzonte dell’esistenza di Saul, un disperato tentativo di purificazione. Come membro obbediente del Sonderkommando, Saul era diventato complice, e in una certa misura responsabile, dello sterminio della sua stessa gente. Letto in quest’ottica, il film sembrerebbe dunque anche redimere storicamente la figura dei Sonderkommandos. Ritenuti e dipinti spesso come esseri abietti, senza cuore, opportunisti, alleati delle SS e traditori, la sorte dei Sonderkommandos, era solo all’apparenza più desiderabile di quella degli altri detenuti. È vero che in linea di massima pare che i membri del Sonderkommando godessero di maggiori privilegi — se così possiamo chiamarli: più razioni di cibo, vestiti e addirittura degli alcolici. Tuttavia, appunto, solo in apparenza; al di là dell’ovvio impatto emotivo a cui il loro ruolo li costringeva ogni giorno, la macchina letale nazista non poteva concedersi testimoni scomodi, dunque ogni unità del Sonderkommandoveniva ciclicamente sterminata e rimpiazzata da nuovi detenuti, che sarebbero a loro volta morti poco dopo. Il caso di ribellione di cui racconta il film è forse uno dei più celebri — ma non certo l’unico.
Per concludere, Saul fia mi sembra un film che offre numerosi spunti di riflessione tutto sommato innovativi su un tema affrontato più e più volte. Non solo per i tentativi di László Nemes di gettare una luce nuova sulla figura dei Sonderkommandos, ma anche per la capacità di trasmettere il dolore, la commozione e il senso di oppressione senza bisogno di dialoghi elaborati né di immagini crude. È una riflessione obbligata quella che il film porta con sé, il tormento di Saul e lo spazio, tra quel che resta della vita e della morte, di una pratica ancestrale come la sepoltura.

Benedetta Magro