Scena del film The Hateful Eight (2015) di Quentin Tarantino

Scrivere di cinema non è cosa facile, soprattutto se si è estranei al gergo specifico, alla storia del cinema e alle tecniche cinematografiche. Penso però che sia possibile, anche per i profani, scrivere a partire dalle proprie sensazioni e impressioni e cercare di ricondurle a categorie più note, indagando l’interazione tra lo schermo e lo spettatore. Se poi il film in questione è The hateful eight, l’ultimo film di Quentin Tarantino, allora si potrà star certi che lo scriverne sarà impresa ardua, ma necessaria.
L’ultima fatica di Tarantino è un film per cui si spenderanno fiumi di parole e inchiostro, che piaccia o non piaccia.
 L’ottavo film del regista americano si presenta infatti sin da subito come film cult, uno di quei film destinati a diventare oggetto di venerazione quasi religiosa da parte di una cerchia più o meno ampia di pubblico. Una prima osservazione riguarderà quindi proprio questo aspetto. Per definizione infatti un’opera può diventare cultsolo a posteriori, cioè solo nel momento in cui diventa icona riconosciuta da parte di un gruppo di fan-fedeli. Il processo per cui un’opera diventa cultè spesso imprevedibile, poiché caratterizzato da una certa spontaneità che può prescindere sia dai costi di produzione e incassi al botteghino, sia dall’impatto con la critica cinematografica. La forza del cult sta, oltre che nei meriti del film stesso, proprio in questa componente di spontaneità che guida il processo che eleva l’opera a icona in modo incontrollato. Ora, l’impressione è che The hateful eight sia un film cult a priori, un film concepito e realizzato come film cult, pensato ad hoc per entrare nel novero dei cult. Pare cioè che Tarantino abbia fatto del cult un vero e proprio genere. I suoi film, compreso quest’ultimo, sono ormai un oggetto-feticcio investiti di un significato che non dipende più da un processo spontaneo, come forse poteva accadere per i suoi primi film, bensì da un’imposizione che viene dall’alto, dal regista stesso, dall’aura di cui il film viene investito a priori: in altre parole, i film di Tarantinon non possono non essere cult. Questo aspetto non riguarda il solo Tarantino, molti film d’exploitation, eppure è indubbio che Tarantino sia il maestro del cult, un profeta (che ha dichiarato di voler fare dieci film nella sua carriera, come i dieci comandamenti, aggiungerei) capace di sfruttare la vena d’oro scoperta ormai più di vent’anni fa con Reservoir dogs Pulp fiction. Ma in cosa consiste esattamente questa vena d’oro? Non esiterei a dire che il cinema di Tarantino è, se così si può definire, un cinema pop, connubio tra il cinema d’autore, nella misura in cui rispecchia la personalità del regista, e i più deteriori contenuti commerciali, nella misura in cui è in grado di soddisfare un target di pubblico “incolto”.

Credo sia interessante a tal proposito osservare il tipo di interazione che viene a crearsi tra il film e il pubblico. Il film è costruito in modo da accompagnare lo spettatore passo a passo verso un punto di non ritorno intuibile sin dall’inizio. Nessuno dei protagonisti è chi dice veramente di essere, ognuno ha una colpa da nascondere o confessare, ognuno porta una maschera che ad un certo punto cadrà a terra. E quando cadrà, si scatenerà l’inferno. L’esito della battaglia è incerto, ma è chiaro sin dall’inizio che la farsa non durerà a lungo e che il sangue e la violenza incombono come una spada di Damocle sui protagonisti, nonostante i loro malcelati tentativi di dialogo. Ora, è interessante osservare quale tipo di sforzo sia richiesto allo spettatore. Non si tratta infatti di un lavoro che lo spettatore compie su se stesso, bensì di un puro calcolo razionale rivolto alle vicende che si susseguono sullo schermo: il film, che non manca di momenti di comicità, spinge lo spettatore a interrogarsi innanzitutto sulle identità dei protagonisti, sui possibili colpi di scena, sugli indizi celati nelle singole battute. Il coinvolgimento emotivo, seppur presente, passa in secondo piano. Lo spettatore è intento, come avviene in ogni noir che si rispetti, a considerare ogni dettaglio che gli possa permettere di scoprire chi sia l’impostore, il nemico, l’avversario. Non è richiesto allo spettatore un lavoro sul proprio io, sulla propria identità e sulle proprie sensazioni, non c’è alcun esercizio psicagogico.  Diversamente da quanto accadeva ad esempio in Inglorious bastards, in cui lo spettatore, invocando la morte dei nazisti nel cinema, finiva per identificarsi involontariamente con essi, in The hateful eight la partecipazione dello spettatore è minima.  The hateful eight, se così si può dire, rimane sullo schermo nella misura in cui non tocca che la parte raziocinante dello spettatore, quella adibita al calcolo e alla previsione. Questo aspetto è una conseguenza del modo di far cinema di Tarantino, che spesso espone i fatti e le situazioni analiticamente, in modo tale che lo spettatore osserva il film, ma non vi partecipa,  capisce il film, ma non lo comprende, perché ogni comprensione implicherebbe un coinvolgimento che semplicemente non c’è.
È emblematica in questo senso la scena che apre il quarto capitolo del film. La voce narrante, sino a quel momento assente, avverte che qualcuno ha avvelenato il caffè in un momento di disattenzione collettiva. Con questo espediente,  Tarantino dilegua ogni possibilità di dubbio nello spettatore, indicando allo sguardo una precisa direzione: l’evento scatenante è indicato, ostentato, detto, analizzato. Messo al corrente del segreto di Daisy Domergue, allo spettatore non resta che osservare e costruire i possibili scenari.
Anche la divisione del film in capitoli risponderebbe a questa esigenza di esposizione analitica. Tale divisione permette infatti al regista di scomporre in modo chiaro gli eventi e mostrare, come fa ad esempio nel quinto capitolo, ciò che era rimasto nella sfera del non-detto. Questo aspetto è confermato dalle vicende dell’ultimo capitolo, in cui ogni impostore è presentato con il proprio nome, soprannome e rispettiva taglia. Nulla è lasciato al caso, nessun volto rimane senza nome, tutto è controllato e comunicato allo spettatore, che prosegue sino alla fine coi propri calcoli e scommesse. Ecco, The hateful eight è una scommessa, ma al termine dei 187 minuti di aneddoti raccontati da personaggi stereotipati, incapaci di tacere per un solo istante — a conferma che per Tarantino esistono solo il linguaggio verbale e quello della violenza —  che cosa guadagna lo spettatore? Poco o nulla. La partita si chiude con un pareggio a reti bianche. Il cerchio si chiude, tutti i personaggi muoiono ricoperti di sangue e nessuno di loro, nemmeno per un momento, si è permesso di puntare la pistola contro il pubblico in sala. Possiamo alzarci indenni dalla poltrona e uscire dal cinema, nulla è accaduto in noi, nessuna domanda ci è stata rivolta.

Fabrizio Defilippi