Scena del film The Girl in the Book (2015) di Marya Cohn

Com’era facilmente prevedibile, da quando mi sono abbonata a Netflix la mia vita sociale è colata a picco; in compenso, però, mi capita di guardare dei film -più o meno sconosciuti- che si rivelano essere delle perle di rara sensibilità. È il caso di The Girl in the Book (2015), lungometraggio d’esordio di Marya Cohn, regista statunitense (già produttrice del corto Developing (1994), con una giovane Natalie Portman). Il film racconta la storia di Alice Harvey, assistente in una casa editrice, che si ritrova a dover gestire il re-release del libro Waking Eyes di Milan Daneker, famoso scrittore lanciato proprio dal padre di Alice, agente letterario. Alice sarà dunque costretta ad affrontare i fantasmi del suo passato (la relazione patologica con lo scrittore durante l’adolescenza, il rapporto anomalo con un padre assente, ecc.) e ad emanciparsi da un ruolo a cui era stata relegata fin troppo a lungo.

Comincio subito col dire che uno degli aspetti più interessanti del film, è il suo essere semi-autobiografico. La regista non specifica in che modo e in che misura, sta di fatto che tutte le sensazioni, le emozioni e i turbamenti provati dalla protagonista, fluiscono naturalmente dallo schermo allo spettatore, lasciandoti addosso un senso di impotenza. Non si può non empatizzare con Alice; spesso verrebbe voglia di spronarla, a volte di criticarla, tuttavia tutti riusciamo a ritrovarci un po’ in quella rassegnazione. La rassegnazione di chi è abituato ad adattarsi ad un certo ruolo, un ruolo che ci hanno cucito addosso e da cui non siamo mai riusciti veramente ad affrancarci. L’adolescente Alice Harvey incarna perfettamente quel senso di anonimità che si prova quando si hanno quattordici anni; quel desiderio di rivalsa misto a terrore, quello spasmodico bisogno di essere riconosciuti come un’identità a sé stante e non come una semplice incarnazione dei desideri e delle ambizioni dei nostri genitori. Ed è questo che ferisce di più, tanto Alice, quanto lo spettatore: illudersi che Milan Daneker l’abbia voluta valorizzare per il suo essere Alice Harvey e non meramente del “materiale letterario”, un personaggio fatto di carta e inchiostro. Eppure Alice, la Alice adulta, continua a vivere come una mera proiezione di quel personaggio, incapace persino di ordinare ciò che più desidera al ristorante, piegandosi a ciò che suo padre vorrebbe che assaggiasse; incapace di ritagliarsi una posizione di rilievo in ufficio, nonostante ne abbia le capacità; incapace di portare avanti una relazione sentimentale sana. La protagonista non riesce a fare ciò che vorrebbe perché non sa nemmeno cosa realmente vorrebbe la vera Alice.

The Girl in the Book è una crescita, più che un film. È il nostro desiderio di emancipazione proiettato su uno schermo, è il nostro bisogno di costruirci un’identità reale, sofferta, sudata, ma autentica.

Benedetta Magro