Scena del film Trumbo (2015) di Jay Roach

«Sì, ho da dire che sono innocente, in tutta la mia vita non ho mai rubato e non ho mai ammazzato. Non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per la quale sono qui è questa e nessun’altra. Una frase, una frase signor Kezman mi ritorna sempre alla mente: “Lei signor Vanzetti è venuto qui nel paese di Bengodi per arricchire!” È una frase che mi dà allegria, io non ho mai pensato di arricchire. Non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando; sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso: sto soffrendo e pagando perché sono anarchico — e mi sun anarchic! —, perché sono italiano, e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi per due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto! Nicola Sacco, il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui, ma quante volte, quante volte guardandolo, pensando a lui, a quest’uomo che voi giudicate ladro e assassino e che ammazzerete.
Quando le sue ossa non saranno che polvere e i vostri nomi, le vostre istituzioni non saranno che il ricordo di un passato mai detto, il suo nome, il nome di Nicola Sacco sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarli, senza di loro non saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo, e mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini. Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati.»

— Dal film Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo

Iniziare un testo con un rimando ad un altro testo non è cosa affatto originale. Non si tratta, spesso, di cercare relazioni tra i due: somiglianze. Non si cerca nemmeno di mettere in luce differenze. Come si potrebbe tentare di avvicinare, anche solo per trovare una comunanza, due film tanto diversi, scritti e girati a distanza di anni, come Sacco e Vanzetti di Montaldo e Trumbo (“tradotto” in italiano con L’ultima parola — La vera storia di Dalton Trumbo) di Jay Roach? Operiamo una selezione nella diffusione delle scene.

C’è del vero nel titolo italiano della pellicola. Abbiamo a che fare, in entrambi i casi, con l’ultima parola dei protagonisti: da un lato il monologo di Bartolomeo Vanzetti, il silenzio eloquente di Nicola Sacco e la sua lettera al figlio Dante; dall’altro il monologo di Dalton Trumbo alla consegna del Laurel Award da parte della Guild of America. Entrambi sembrano essere girati per lasciare spazio e voce ai propri protagonisti in un’ultima scena eloquente. Entrambi pensano, a loro modo, il tema del simbolo incarnato.
Dalton Trumbo assume queste vesti tentando, di volta in volta, di revocarle. Non sono rari gli interventi in cui è detto «non sarò un martire». Il martirio attraversa la trama trasversalmente. Ogni scena sembra essere costruita per smentire le parole dello sceneggiatore di Hollywood. Come se il dirsi dell’impegno proferito sia un disdirsi nell’immaginario che su Trumbo è costruito. Edificazione di un immaginario simbolico, la vicenda di Dalton Trumbo è anche immersione nella storia del maccartismo, popolato dalle sue figure topiche. Si tratta di un film costruito sulle opposizioni, mediate da una figura, quella del protagonista, residente in entrambi i lati della polarizzazione — né in paradiso né all’inferno egli vive sulla terra ferma. Certamente Trumbo, rinunciando al ruolo del martire, rifiuta un’altra caratterizzazione: quella del santo. Dalton Trumbo, infatti, non è un santo. Jay Roach ci tiene a farcelo sapere ogni volta che può. Ma sarà poi vero? La sua vicenda sembra sconfessare questa immagine generale del protagonista che ci viene consegnata. La narrazione, in sé, pare far riferimento a certi tòpos letterari della vita dei santi: uomini imperturbabili vengono messi alla prova dal Signore nella loro fede per essere elevati, successivamente, alla più alta Gloria. Un solo evento sconvolge la vita dell’uomo, la “fuga” della propria copia, della propria figlia, che ha il compito di riportarlo sui binari della santità dai quali si stava allontanando. Subito dopo la svolta la vita di Trumbo riceve le proprie ricompense: la sua arte torna a essere apprezzata. Ḕ questa la sua più alta Gloria.
Tentando di sconfessare il tema della santità Jay Roach mette in moto un meccanismo contorto. Il santo, il martire, colui che si sacrifica è in realtà il non-sacrificato, l’illeso, il vincitore sulla scena. Trumbo comprende ed è l’unico a comprendere gli incastri del dispositivo hollywoodiano. Si potrebbe, a questo proposito, immaginare la storia di un orologiaio uscito dalle pagine di Alice’s Adventures in Wonderland che, bevendo una pozione magica, è in grado di rimpicciolire il proprio corpo al fine di riparare dall’interno dei congegni danneggiati. Perché i dispositivi, si sa, devono essere riparati dall’interno e chi non può farlo o chi non lo capisce è destinato al fallimento: ad essere un pessimo orologiaio. Come avere la propria rivalsa, come ottenere la propria vendetta, partecipando dall’interno al meccanismo? Bisogna partire da quell’arte del limite che è la messa in ridicolo o il ragionamento per assurdo. Una logica, quella del maccartismo, che rifiuta i comunisti o i presunti tali, arriva al suo punto di rottura, alla sua dimensione di assurdità, quando a portare in alto la bandiera del suo fasto sono coloro che ha rigettato. Hollywood è chiamata ad essere palcoscenico di una vendetta ridicola. Vendetta attraverso l’imbroglio conosciuto da tutti: vendetta come maschera carnevalesca. Maschera di una realtà trascendente l’Academy Award svolge il ruolo di una divinità giusta che, più di altri, onnisciente, conosce la verità e premia la vittima a spese del carnefice. In questa maniera il martire — che è però sopravvissuto alla pena — è santificato ed eletto a modello delle generazioni future. Modello di mediazione terrena per uno spostamento dall’inferno sotterraneo al celeste paradiso. Modello che smentisce sé per affermarsi nelle coscienze: «sono solo un uomo, non un santo», per questo puoi seguirmi, per questo puoi imitarmi. Dalton Trumbo è un santo incarnato che non smette di ripetere il proprio mantra «né buoni né cattivi, solamente vittime!». Una vittima che, infine, pronuncia la sua ultima parola da uomo e la sua prima parola da santo. Perdono, perdono per tutti coloro che hanno partecipato all’orrore, «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno», non l’hanno mai saputo. «Tutti sanno… che bisogna perdonare» è la formula magica del film; incantesimo pronunciato anche per chi, qui e ora, non viene rappresentato. Si accendano le luci in sala: possiamo tornare a sperare…

Alessandro Calefati