Scena del film The End of the Tour (2015) di James Ponsoldt

Se un giorno vi capitasse di sentirvi molto, molto soli, l’antidoto migliore che ci sia è iniziare a leggere Infinite Jest. Non solo perché Infinite Jest, in un modo del tutto speciale, ruota intorno al tema della solitudine; ma soprattutto perché, David Foster Wallace -l’autore- pensava che lo scopo dei libri fosse proprio questo: combattere la solitudine. E il suo capolavoro ci riesce benissimo.
Giusto per essere chiari, non siete voi ad entrare nell’universo raccontato da Infinite Jest; è Infinite Jest, assieme ai suoi personaggi, ad affondare in voi le sue spesse radici, e con esso, indissolubilmente, David Foster Wallace. 
Quest’anno, questo mese, Infinite Jest compie vent’anni (oggi in America verrà rilasciata la nuova edizione del libro). Solo otto anni fa, David Foster Wallace si è ucciso, lasciandosi alle spalle una produzione letteraria fin troppo breve per me e la schiera di suoi affezionati lettori, affamati di altri racconti.
Questo preambolo era necessario per raccontarvi del film di Ponsoldt The End of the Tour (2015), tratto dal libro scritto da David Lipsky Although of course you end up becoming yourself (in italiano: Come diventare se stessi – David Foster Wallace si racconta). Come potrete facilmente immaginare, Infinite Jest ebbe un impatto inenarrabile sull’America degli anni ’90. Fu un vero e proprio evento ed improvvisamente Wallace, fino a quel momento noto solo all’interno dell’ambito letterario americano, divenne un autore di enorme successo, conosciuto in tutto il mondo. David Foster Wallace, come ci si può aspettare da uno scrittore capace di tale e tanta sensibilità, non amava stare sotto i riflettori.  “Quello che mi piacerebbe da morire sarebbe scrivere un articolo su uno di voi giornalisti che sta scrivendo un articolo su di me. […] Sarebbe un modo per riprendere, almeno in parte, il controllo. Perché se tu volessi […] al tuo pezzo fondamentalmente potresti dare la forma che vuoi. E questo per me è fonte di grandissima angoscia. Perché voglio essere io a cercare di modellare e gestire l’immagine che viene tramessa”, dice ad un certo punto Wallace. 
Direi che Ponsoldt, ma soprattutto Jason Segel (l’attore che interpreta DFW, ndr), sono riusciti molto bene a tradurre sullo schermo la timidezza, l’angoscia e l’insicurezza che pare abbiano caratterizzato lo scrittore di Infinite Jest. The End of the Tour, devo essere onesta, all’inizio è quasi estraniante; ho una naturale ritrosia per i film biografici -stessa ritrosia che avevo già provato con The Social Network (2010), e guarda caso Lipsky è interpretato proprio da Jesse Eisenberg (l’attore interprete di Mark Zuckerberg, ndr). Superato, però, il gradino dello spaesamento iniziale, il film scorre fluidamente, e in men che non si dica si è già ai titoli di coda. The End of the Tour riesce a ricalcare molto bene il libro da cui è tratto, arricchito dalle osservazioni di Lipsky sull’atteggiamento e sui piccoli gesti di Wallace, che nel film vengono fedelmente interpretati dagli attori. Forse, se avessi avuto la fortuna di conoscere DFW dal vivo, non avrei trovato Segel così eccezionale nei suoi panni. Eppure, tramite le parole di Lipsky e di David Foster Wallace stesso, immaginavo lo scrittore esattamente così: impacciato ma a suo modo carismatico, coinvolgente. Ancora più sorprendente, è la capacità di mettersi a nudo di Lipsky. Già all’interno del suo romanzo, il giornalista di Rolling Stones non negava di provare una forte ammirazione mista ad invidia nei confronti dello scrittore. Agli occhi dei più, in effetti, a soli trentaquattro anni David Foster Wallace aveva raggiunto ciò che altri scrittori potevano solo lontanamente immaginare. Nel film di Ponsoldt è resa estremamente bene, forse a tratti anche eccessivamente esasperata, questa scissione tra la parte di Lipsky che è sinceramente incuriosita ed attratta da Wallace e la parte di lui che invece lo invidia disperatamente. 
Probabilmente però, ciò che più colpisce di The End of the Tour, è che riesce ad essere non solo un film su David Foster Wallace, ma un film su due trentenni alle prese con problemi più o meno ordinari: la paura che segue ogni grande successo, il dover essere all’altezza delle aspettative, il terrore del fraintendimento ed il confronto che necessariamente, ad un certo punto della propria vita, ognuno è costretto a fare, tra la realizzabilità dei propri sogni e le capacità che si possiedono realmente.

Benedetta Magro