Scena del film The Revenant (2015) di Alejandro González Iñárritu

«Perché nel mezzo di una tempesta, se guardi i rami di un albero, giureresti che stia per cadere. Ma se guardi il suo tronco ti accorgerai di quanto sia stabile.»

Oserei definire questo film sensoriale, evocativo più che narrativo.
La vicenda narrata, tratta dall’omonimo romanzo di Michael Punke del 2003, è quella di una spedizione di cacciatori di pelli statunitensi che, nell’inverno del 1823, si spingono negli stati del nord, insinuandosi nei territori abitati da popolazioni indiane indigene, i quali braccano e attaccano il gruppo di cacciatori per difendere la verginità delle proprie terre.
Il gruppo di cacciatori si sta ritirando verso una zona sicura quando la loro guida, Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene attaccato e ridotto in fin di vita da un orso. Il capitano della compagnia Andrew Henry (Domhnall Gleeson), ritrovato il compagno Hugh in quelle condizioni, ne affida l’assistenza allo spietato e infido John Fitzgerald (Tom Hardy).

Il proseguo del film vede l’avvicendarsi di questi personaggi nel cercare di raggiungere sani e salvi la propria base; in particolare si narra la storia del protagonista, sempre in lotta tra la vita e la morte e sempre vincitore su quest’ultima grazie ad una forza interiore, la cui natura complessa e misteriosa permane lungo il corso del film. Lo spettatore rimarrà, infatti, quasi sicuramente sbalordito ogni volta in cui Hugh strappa una sopravvivenza quasi inverosimile ad un destino di morte certa, date le condizioni avverse nelle quali si trova.
Il nostro protagonista, il cacciatore americano Hugh, prende vita grazie al volto e al corpo di Leonardo Di Caprio e alla meticolosità di studio con la quale egli si è preparato alle riprese, dando vita ad una interpretazione che suggerisce il silenzio d’ammirazione, piuttosto che fiumi di parole di commento. (tifiamo tutti per l’Oscar, ma senza osare dirlo per un filo di superstizione!) Hugh è accompagnato nella spedizione dal figlio Hawk, avuto dalla moglie, una donna indiana Pawnee, uccisa anni prima durante un attacco di soldati americani al loro villaggio indiano. Emerge dunque il dramma di morte e di persecuzione che questa famiglia vive al suo interno, la violenza “dell’uomo bianco”, esportatore di cultura e deportatore di umanità, pioniere di progresso, inebriato dalla propria capacità di conquista.
Il vero dramma assume qui il sapore della tragedia, nel senso più arcaico e pregnante del termine, è all’interno, infatti, dei rapporti più intimi, quelli d’amore, che si consuma la contraddizione inevitabile e irremovibile dell’esistenza. Una storia violenta di popoli in lotta tra loro, incarnata e rovesciata nella trama di un amore destinato ad essere dilaniato e sfregiato dalla cicatrice ardente della disumanizzazione. Universale e particolare sono l’uno la faccia dell’altro, convivono inseparabilmente facendo dell’uomo che li abita un enigma irrisolto. Ma è proprio da una tale ferita indelebile che prende vita l’incontro di due mondi ostili e contrapposti, quello americano, incarnato da Hugh e quello indiano che vive nella moglie e nel figlio Hawk.
L’atteggiamento umano di chi vuole afferrare e trattenere il mondo è raffrontato, posto contro, fronte a fronte con l’atteggiamento di chi ha scelto di vivere ascoltando il vento e affidandosi alla terra come ad una madre, trovando negli alberi la grande capacità quasi passiva di tremare ed ondeggiare senza spezzarsi. Lo scorcio narrativo è semplice e lineare ma culla alcuni temi antropologicamente viscerali, sia perché storicamente connotati, sia perché legati ad una dimensione più propriamente riflessiva, di indagine su ciò che abita il cuore dell’uomo quando si trova sfrontatamente gettato di fronte al proprio limite. 
l regista con grande sensibilità plasma questi temi grazie a inquadrature che mozzano il fiato, dove regna la maestosa natura, col suo mistero di bellezza compenetrata a fatalità. I suoni e le musiche avvolgono lo spettatore come per rapirlo, accompagnandolo in quel mondo desolato ed affascinante. Nella lotta per la sopravvivenza, il protagonista è l’uomo denudato da ogni artificio e da ogni superflua preoccupazione. È l’umanità essenziale che prende il sopravvento nelle estreme situazioni. L’uomo e la sua radicale animalità: la fame, il sonno, il freddo. Ma resta un’eccedenza, un trascendere accennato. Che miseria d’ animale è, vien da chiedersi, questo uomo senza peli per coprirsi o artigli per cacciare; un animale fragile come un filo d’erba in un pascolo verde, calpestato inesorabilmente dallo zoccolo.
Da dove deriva quella forza di sopravvivenza, quando l’uomo arranca nel gelo, con le lacrime ghiacciate di terrore, quando le splendide vette colorate di tramonto sembrano essere solo simbolo di morte per lui? L’uomo è qui denudato, senza olfatto per individuare il pericolo o ali per elevarsi verso il cielo e la sua miseria sovrasta il potere che lo spinge a calpestare con prepotenza l’orizzonte di diversità che lo circonda.
Che forza è quella che eccede e lo porta a rinascere?

Maria Chiara Pelosi