Scena del film Trumbo (2015) di Jay Roach

“L’ultima parola” di Jay Roach è un film che narra la storia vera di Dalton Trumbo, sceneggiatore americano tra i più talentuosi degli anni ’40 a Hollywood, successivamente caduto in miseria a causa della sua fede comunista. Il film, che oscilla continuamente tra il comico e il drammatico, ricostruisce magistralmente l’atmosfera sfarzosa e lussuosa degli ambienti hollywodiani dell’epoca, permettendo allo spettatore di sbirciare non solo dietro la macchina da presa, ma soprattutto di entrare nel mondo di attori e registi, uomini in carne e ossa, perlopiù conformisti, talvolta capaci di vivere anche fuori dal set cinematografico e lottare per ideali reali.
Dalton Trumbo è uno di questi uomini. Nel 1947, iscritto sulla black list della Commissione per le attività anti-americane, viene chiamato a rispondere del suo presunto comunismo, ma il suo rifiuto di rispondere con chiarezza alla Corte e alcune sfavorevoli circostanze lo porteranno inaspettatamente a dover scontare 11 mesi di prigione. È interessante osservare a questo punto che Trumbo non viene condannato per le sue attività anti-americane, di cui per altro non si danno evidenti prove, né per la sua fede anti-patriottica, bensì per il comportamento oltraggioso nei confronti della corte, una sorta di ostruzionismo di principioadottato davanti ad accuse insensate. Va notato infatti che Trumbo è e resta fino in fondo un uomo il cui midollo è a stelle e strisce: dalla grande casa in riva al laghetto ai bei vestiti, passando per l’allegra famiglia plasmata a sua immagine, sino al consumo smodato di alcol e sigarette, Trumbo è innanzitutto il risultato più compiuto del sogno americano, quel sogno che promette fama e soldi alla modica cifra di nevrosi e dipendenze socialmente accettate. Lo sceneggiatore più pagato d’America, che fuma solo col bocchino e beve in bicchieri di lucente cristallo, non ha nulla a che fare con lo stereotipo del comunista sovietico medio. Trumbo non è un rivoluzionario, né un vero attivista politico. In che cosa consiste allora il suo comunismo? In un’interessante scena del film, Trumbo, discute con uno dei suoi amici, anch’egli comunista, che solleva i propri dubbi sull’effettiva coerenza del loro credo politico. Essi vivono in un mondo, quello di Hollywood, impregnato di capitalismo, un sistema contraddittorio ma pur sempre in grado di garantire a Trumbo e agli altri un tenore di vita elevato e un mestiere appassionante. La domanda che viene posta in quest’occasione a Trumbo suona così: “Vuoi davvero tu rinunciare a tutto ciò in nome della tua fede comunista?”. Nella risposta di Trumbo sta la definizione del suo stesso credo, condiviso forse da quelle centinaia di americani che almeno una volta si dissero “comunisti”. La risposta di Trumbo suona infatti così: “Io non sono disposto a perdere tutto ciò che ho, ma sono disposto a rischiare tutto!”. In questo senso Trumbo assume il comunismo come un orizzonte d’azione: la società comunista, filo-sovietica o meno, è irrealizzabile e nemmeno desiderabile. Trumbo mette in atto un’epurazione del comunismo dalle componenti più scomode e lo riduce al suo nucleo essenziale, quello più compatibile con l’identità americana. Il comunismo di Trumbo diviene così sinonimo di eguaglianza, libertà di espressione e lotta per i propri diritti. Insomma, il comunismo di Trumbo si risolve in un accentuato progressismo. Il rischio di cui parla Trumbo nella scena che abbiamo ricordato, non è il rischio negativo di costruire una società filo-sovietica, ma il rischio positivo di esporre la propria persona per affermare degli ideali puramente americani, svolgendo il proprio compito di cittadino politicamente consapevole. In tale rischio, nell’all-in cui Trumbo si espone, sta l’essenza di una retorica democratica tipicamente americana. Inserito in un contesto in cui le categorie politiche rispondono a una netta dicotomia (americano o sovietico, patriota o nemico, capitalista o comunista) Trumbo accetta l’etichetta che gli viene assegnata e porta avanti la sua lotta progressista sotto le mentite spoglie di un comunista. La dimensione del martire (cui accennava Alessandro Calefati qui) è allora propria di Trumbo nella misura in cui sceglie di portare una croce che non è propriamente sua, non totalmente. Nel gioco di Hollywood, egli accetta di giocare il ruolo del comunista, anche se il suo credo non risponde minimamente alle semplificazioni dei suoi detrattori. Trumbo pare gridar loro: “No, non sono il comunista che mi accusate di essere, ma in nome dell’America vi dimostrerò che, se anche lo fossi, avrei il diritto di vivere in questo Paese come tutti voi!”.

Se è vero che del comunismo di Trumbo non resta che una vaga idea di eguaglianza, ci sono però alcuni elementi più strettamente sovietici. Ridotto in miseria, Trumbo inizia a scrivere clandestinamente sceneggiature di film trash e lo fa ad un ritmo ossessivo, estraniandosi lentamente dal mondo in un intenso e prolungato turno di lavoro, sostenuto dal desiderio di rivalsa e dalla benzedrina. Trumbo è un minatore, scava a fondo per portare alla luce le peggiori sceneggiature in attesa di un diamante più bello (che troverà più tardi nella sceneggiatura di “The brave one”), rievocando in questo senso lo stakanovismo della propaganda sovietica. E che dire della mobilitazione totale cui è sottoposta la sua famiglia? Sua moglie e i suoi figli sono in funzione di Trumbo, lavorano con lui e per lui, assecondandone desideri, speranze, ordini e disordini. Trumbo è il potere statale, centralizzato, un moloch cui ogni altra giovanile speranza dev’essere sacrificata. Non c’è spazio per i desideri dei singoli nel tentativo di rivalsa del frustrato sceneggiatore. “Ognuno secondo le mie capacità, a ognuno secondo i miei bisogni” sembra ripetere Trumbo parafrasando Marx, imponendo ai suoi figli il proprio ascetismo.
Dopo anni di sofferenze, Trumbo riavrà indietro la sua vita e il riconoscimento di Hollywood. Al di là della contraddizioni, Trumbo è stato fedele alle sue parole: ha rischiato tutto e ha perso quasi tutto, ma ha vissuto da attore protagonista.

Fabrizio Defilippi