Scena del film The Danish Girl (2016) di Tom Hooper

Ho sempre creduto fermamente nel potere della narrazione. Il racconto, qualunque forma esso assuma, non è soltanto invenzione, finzione, creatività: spesso è un modo di porci in contatto con esperienze a noi estranee, differenti, con punti di vista che non potremmo diversamente avvicinare. Ci sono romanzi e film che sanno metterci in dialogo con l’alterità, che sanno porre in dubbio le nostre certezze rendendoci, se non addirittura più umani, senza dubbio meno inclini al pregiudizio. The Danish Girl (2015), film di Tom Hooper con Eddie Redmayne e Alicia Vikander (che ha recentemente ottenuto il premio Oscar come miglior attrice non protagonista proprio per The Danish Girl) è uno di questi racconti.


Tratto dal romanzo La danese di David Ebershoff ed ispirato alla vera storia e ai diari (Man into Woman) di Lili Elbe, artista danese vissuta negli anni ‘20 del ‘900, questo film non narra soltanto del difficile e all’epoca inaudito processo di trasformazione di un uomo in una donna. Ancor prima, ci parla della ricerca di un’identità, dell’incessante fatica della definizione e, in fondo, del suo costitutivo fallimento, della violenza talvolta sottilmente insita nella categorizzazione.
Il tema dell’identità e del riconoscimento permea tutto il film: non a caso, la volontà di cambiamento insita nella protagonista si manifesta proprio quando decide di posare, con abiti femminili, per la moglie Gerda, anch’ella pittrice. Nel ritrovarsi rappresentata come donna, nel riflesso degli occhi di Gerda, Lili si riconosce come “Altra”, decidendo infine di trasformare il proprio corpo così come la figura sulla tela. 
L’atto del dipingere è spesso affiancato nel film a giochi di riflessi e ombre: nel porsi davanti allo specchio Einar vede Lili, così come Gerda la raffigura, trascendendo il rapporto fra copia ed originale per mostrarci come di fatto l’identità stessa non sia che una differenza la quale non è mai uguale a se stessa, priva di un originale, in perenne mutamento. Una differenza che talvolta spaventa, perché sa mettere in crisi le nostre certezze, e che tuttavia, se pienamente abbracciata, diviene atteggiamento morale per eccellenza nella forma della cura, dell’attenzione per l’altro. Gerda sa trasformare il proprio concetto di cura, riconoscendo ed ammettendo l’impossibilità di comprendere appieno, ma andando oltre tale necessità di conoscenza mediante l’amore, l’umiltà insista nell’accettare l’impossibilità di una partecipazione completa al mondo di Lili e nel voler allo stesso tempo sposare pienamente la sua mancanza di trasparenza; tanto da darla alla luce nei suoi ritratti, assumendo metaforicamente un ruolo quasi generativo e conferendole una forma nuova: come le dice Lili verso la fine del film, “What you draw, I become”.
A suggerirci come, in fondo, Lili possa rappresentare ciascuno di noi nella misura in cui cerca incessantemente di costruire la propria soggettività, in un processo senza fine che conserva zone di oscurità che nessuna luce può dissipare. Oscurità in cui l’atto d’amore più grande è accettare la necessità del buio, lasciar andare senza pretendere ad ogni costo la comprensione. Solo così sarà possibile comprendere come l’amore, in perenne mutamento, in costante evoluzione in tutte le sue forme, sappia trovare il modo di eccedere ogni incasellamento in rigide categorie: ogni definizione.

Giulia Gaveglio