Poster del film Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) di Zack Snyder
 
Per la prima volta nel nostro paese, così refrattario alla novità, dall’autunno scorso è sbarcato Netflix, ponendoci di fronte, adesso più che mai, il problema della frammentarietà dei prodotti audiovisivi. Lo stesso cinema, generalmente così lontano dal mondo seriale, si è adattato velocemente a questa novità. Viviamo in un tempo di serials, spin-off, prequel e sequel. Si ha la tendenza a costruire multi-versi, come se un film, da solo, non fosse più in grado di racchiudere il contenuto di una narrazione. Come se in un’epoca postmoderna come la nostra, dove le grandi narrazioni sono venute meno, solamente una pluralità di cellule narrative, piccole parti di narrazioni differite e mai esauribili, potessero salvarci. In questo contesto il sottogenere fantastico dei cinecomics, sogno proibito di ogni grande studio cinematografico, rappresenta la quintessenza di questa deriva (?) produttiva.


Basti pensare al colosso Marvel, il quale già dal pionieristico 2005 ha fondato un suo studio interamente dedicato (Marvel Studios), dando vita a un universo cinematografico parallelo e parzialmente perpendicolare a quello dei fumetti (Marvel Cinematic Universe, nato nel 2008 con Iron Man). Il film-evento è ciò che contraddistingue il palcoscenico dello show business contemporaneo. Ogni film viene presentato con mesi e mesi di anticipo, spot, community di fan che su luoghi digitali si confrontano, analizzano e speculano su di un prodotto che, di fatto, non hanno ancora fruito e non avrebbero alcuna ragione di aspettare con tanta partecipazione. All’uscita dal cinema ad attendere l’utenza un’orda di prodotti massmediali per ogni gusto o età (questo è quel che gli esperti chiamano media franchise: un piano commerciale a trecentosessanta gradi). Poste queste premesse, l’avversaria storica della Marvel, la DC, non poteva non cimentarsi in un progetto di pari livello. È in questa cornice che s’inserisce Batman v Superman: Dawn of Justice, seconda pellicola del DC Extended Universe dopo Man of Steel, creato appositamente per gettare le basi per il futuro film crossover sulla Justice League (squadra di supereroi comprendente i maggiori personaggi dell’universo DC). Raccolti questi pochi elementi possiamo già notare un primo limite dell’opera: se l’autosufficienza del singolo tassello cinematografico è stata fino ad ora svilita, in questo caso è definitivamente sacrificata sull’altare della serialità — Batman v Superman è anzitutto un grande spot.

Fatte salve queste premesse, il lavoro confezionato dallo zelante Zack Snyder resta, tuttavia, un’operazione ambiziosa, tecnicamente all’avanguardia e non priva di molteplici elementi d’interesse.
Umano Meta-umano
 
 
Se da un lato Batman v Superman, sin dal titolo, è l’atto fondativo della Lega della giustizia, dall’altro esso si configura quale scontro tra due concezioni dell’eroismo antitetiche: l’umano e il divino. Il film, a tratti fin troppo didascalico, non ne fa affatto segreto. Superman, acclamato dalle folle, è assurto al ruolo di salvatore alla cui figura soteriologico-carismatica l’umanità ha derogato le sue speranze e dunque le proprie responsabilità. La rappresentazione dell’eroe è quella di un entità sovrannaturale calata letteralmente dall’alto (dal cielo). La fede, nel mondo propostoci dagli sceneggiatori Chris Terrio e David Goyer, è tornata ai fasti dell’epoca dell’incarnazione del figlio di Dio. Le masse adoranti possono toccare con mano la carne (sebbene in calzamaglia) della propria divinità. Ma come la storia insegna, all’ombra dei fedeli troviamo sempre la presenza scomoda degli empi. Miscredenti, questi ultimi, tendono ad affossare la credibilità di un tale oggetto di culto, mettendone in discussione l’integrità. Capofila occulto di questa corrente è lo stesso Superman, del tutto incerto sul ruolo da assumere e sui doveri da ottemperare nella sua condizione di onnipotente orfano d’un mondo altro e debitore dell’umanità. Ne consegue un comportamento dalle tinte opache (basti pensare alla preminenza data alla donna amata a discapito della responsabilità verso i molti). Come solo le entità aliene riescono, l’Uomo d’acciaio si mostra in tutta la sua fragile umanità: umano troppo umano.
Alla stregua di un mito fondativo, le azioni degli dei sono spesso incomprensibili allo sguardo dei mortali, e ciò che per un dio è un sacrificio necessario, all’uomo può apparire come una ferita insanabile e un crimine imperdonabile. Questo è quel che deve provare un inerme Bruce Wayne di fronte alla minaccia di un siffatto potere assoluto.  «Possiamo noi uomini — si chiede il filantropo di Gotham — ammettere l’esistenza di un essere imperfetto con un potere perfetto?». L’umano divenire non può sopportare la perfezione. Un potere perfetto implica in sé l’annientamento e in quanto tale è inimmaginabile. Unica soluzione è quella di distruggere la perfezione: di farla sanguinare. Batman è così chiamato, in veste di rappresentante dell’umanità, a scalfire la verità della trascendenza. La posta in gioco è la prova ontologica dell’esistenza del genere umano. Unico modo di affermare l’imperfezione umana è non sottrarsi all’inesorabilità di uno scontro impossibile e esiziale.  
La tensione metafisca è resa con una messa in scena incalzante dal punto di vista del ritmo, per giungere, in fine, al potente climax dello scontro effettivo tra i due supereroi, cuore emotivo del film ad alta spettacolarizzazione. Come accennato in apertura, questo fa da cerniera tra le due fasi del plot, che si concluderà con la prima battaglia di gruppo contro un nemico comune (cuore narrativo dell’intreccio). Il processo dialettico fin qui delineato si è così — purtroppo — risolto con un espediente narrativo eccessivamente disinvolto. Tuttavia, non sono del tutto incomprensibili le ragioni che portano Batman ad abbandonare lo scontro: gettata la maschera dell’invulnerabilità (la madre come archetipo dell’umana fragilità — Freud plaude), diviene possibile estendere la propria compassione, divenire compagni. 
Ha ben da dire Epicuro che gli dei se ne stanno per conto loro negli intermundia: niente di più falso. 
And Justice for All
 
 
Così come Superman esercita un potere assoluto, Batman sembrerebbe in grado di pronunciare un giudizio assoluto — e mai assolutorio. Ogni nemico è segnato da un marchio a fuoco sulla pelle. Arduo stabilire un ordine di precedenza: se alla malvagità segua il marchio o se al marchio la malvagità. La giustizia è slegata dalla legge, come indicato esplicitamente, l’Uomo pipistrello si fa giudice, giuria e boia. La punizione è spietata, non conosce restrizioni, financo alla morte, che sia indiretta (effetto collaterale di scontri efferati) o sia diretta (il marchio di Batman nelle prigioni di Gotham equivale a una condanna a morte). Sennonché anche Batman è giudicato da una moralità superiore, quella di un dio, di Superman, il quale esige una regola di vita che egli stesso non può abbracciare. Il marchio assume i tratti di pietra dello scandalo e l’eroe di Gotham è costretto a render conto delle proprie azioni, mai state così radicali. La distanza che separa i due, tanto lieve quanto incolmabile, è quella che divide eroe e vigilante. Nel mondo dei fumetti (comics) è un tema trasversale, da sempre presente, che negli ultimi anni sta tornando alla ribalta riempiendo le scene. Si pensi, ad esempio, al coevo Daredevil di Netflix, il cui intreccio si basa integralmente sulla disamina delle due differenti declinazioni del modus supereroistico. In questo senso, mentre L’uomo del domani è automaticamente posto al di là della legge, in quanto da essa non contemplato, e si fa agente di un’etica autonoma al di là del bene e del male; al contrario Batman si pone al di là della legge per combattere il male con i suoi stessi mezzi, costretto com’è dalla sua condizione umana ad un’etica eteronoma. Va configurandosi un quadro dicotomico con, ai due poli, da una parte un concetto di giustizia che contrappone il bene al male, per trasmutare il secondo nel primo, e dall’altra un concetto di giustizia che contrappone al male il male all’insegna dell’annichilimento —questi non a caso i toni del dibattito in corso sui fenomeni di violenza che attanagliano la nostra società. Il modello-Superman è quello di un eroe ideale, mentre il modello-Batman rappresenta un eroe assolutamente reale.  Il primo non esiste se non nelle proiezioni entusiastiche degli adoratori e in quelle frustrate del Cavaliere oscuro. L’uomo d’acciaio è distante dal suo modello ideale e nelle sue due performance cinematografiche è continuamente ribadito. Solamente giunti al punto di rottura, durante il confronto finale tra i due, Batman sarà in grado di accettare questa amara realtà. Verranno così gettate le basi per un’unione in una giustizia condivisa (la Justice League). Esiste dunque solamente questo tipo di giustizia da vigilanti? Il realismo e la durezza della strada intrapresa dalla DC (da sempre distante dall’irenismo proprio della Marvel) si spingono ad affermare tanto? Starà ai prossimi episodi di questa saga rispondere alle nostre domande. 
Evoluzione di un archetipo
 
 
Tra i dibattiti più accesi provocati dall’uscita nelle sale di Batman v Superman spicca quello legato alla figura di Batman. Personaggio massimamente iconico, parte integrante della cultura popolare, tra i più rappresentati in media non fumettistici, trova in quest’ultima incarnazione uno sviluppo inedito. Tra i caratteri più rappresentativi del Cavaliere oscuro v’è una condotta irreprensibile. Il paladino di Gotham ricorre a svariati mezzi per combattere il crimine, a volte anche tetri o spaventevoli, ma ciò non l’ha mai privato della propria integrità (se si escludono alcune storie degli albori e poco altro). L’uomo pipistrello è anzitutto una vittima della prevaricazione e dell’omicidio. Mai potrebbe sorgere in lui la volontà di trasformarsi in carnefice. Il Batman di Snyder, d’altro canto, si presenta in modo diverso. È un Batman maturo e stanco. Vecchio, abbrutito, cinico, sembra essere ormai totalmente disilluso. Il Bat-marchio altro non è che un (im)perfetto coronamento di un percorso di degrado esistenziale. Ciononostante il tratto realmente distintivo del Cavaliere oscuro, il suo essere uno zelota dedito alla causa della giustizia, rimane vivo e immutato. Per quanto i vari dettagli di contorno possano sfumare (sulla falsa riga di numerose fonti illustri, in primis Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller), il nucleo essenziale dell’eroe sopravvive intatto. Batman, supereroe per antonomasia privo di poteri, è detentore della più grande delle risorse umane: la volontà. Laddove Superman o qualsiasi altro superuomo tutto può e poco ottiene, Batman poco può e ottiene il massimo. 
D’altronde che cos’è la vita umana se non uno sforzo per superarsi? 
Sad Affleck o della ricezione
Una delle controindicazioni più temibili della vastità e fruibilità di questi nuovi fenomeni cinematografici è l’indecifrabilità e la saturazione della loro ricezione. Nel regno dei social da tutti abitato, dove ciascuno è chiamato a esprimere (per lo più urlando) le proprie opinioni, il film qui preso in esame parrebbe vittima di un dileggio mediatico esasperato. Rotten Tomatoes, la celebre piattaforma digitale che raccoglie e rielabora un vasto numero di critiche cinematografiche, riporta per Batman v Superman dati del tutto scoraggianti. Buona parte della critica non ha infatti esitato a stroncare l’opera senza mezzi termini. Questo quadro mette in evidenza in modo lampante e inequivocabile lo iato che ha sovente diviso il pubblico (in questo caso tendenzialmente molto più cauto e accogliente nei confronti del film) dagli operatori del settore. 
Certamente molto di quel che si può leggere corrisponde al vero: Batman v Superman è un prodotto che accusa diversi difetti. La sceneggiatura presenta svariati buchi, la coralità dell’intreccio è a tratti disorientante, alcuni comprimari non sono totalmente in parte, i cameo-spot che introducono alla Justice League futura sono semplici giustapposizioni prive di spessore, Doomsday è l’ennesimo villain di cartapesta, mero strumento nelle mani del regista (il quale non di rado fa pesare troppo la propria presenza). E questo solo per citarne alcuni. 
In fine, Wonder Woman. In un contesto di aspre e diffuse critiche, la celebre amazzone sembrerebbe aver messo d’accordo tutti. Il suo personaggio piace, l’interpretazione di Gal Gadot ancor di più. Non è chiaro se sia per questioni di maschilismo — legate alla sua avvenenza — o per questioni di femminismo — legate al suo essere tradizionalmente un’icona pop delle lotte di genere — o altro, ma la cosa non ha alcun senso. Questa Wonder Woman, in definitiva poco più che una comparsa macchiettistica, non aggiunge nulla al film. Inoltre, la sua estetica fa acqua da tutte le parti. Per un personaggio che dovrebbe apparire come forte, carismatico e autorevole, ci viene presentata una figura esile, eccessivamente giovanile e di una bellezza da passerella. 
Rimane però la sensazione, come si diceva, che una simile accoglienza sia del tutto sbilanciata. In un panorama cinematografico mainstream mediamente desolante e sottotono, imbattersi nella dedizione e ammirazione di Snyder verso i suoi personaggi ha quasi del commovente. Nonostante i molti limiti, lo sfaccettato Batman v Superman porta con sé i chiari segni di un coinvolgimento e di una passione, da parte di tutte le professionalità che vi hanno preso parte, assolutamente degna di nota. È più di quanto si possa dire di molte produzioni affini e tanto basterebbe a guardare con dispiacere a questo fenomeno della critica. 
«L’addestramento è niente, la volontà è tutto!»:  la volontà di creare.
 
Alessandro Calefati e Simone Ferrari