Se c’è una novità che in questo scorcio di secolo ha inequivocabilmente caratterizzato il cinema di consumo, è stata certamente la nascita del genere cine-comic. Beninteso, non nascono dopo il 2000 i film tratti dal mondo del fumetto o quelli a tema supereroistico (basti pensare ai Batman di Tim Burton, veri e propri cult a metà tra l’urban fantasy e la fantascienza ottantiana più estrosa): il marchio di fabbrica del cine-comic non è quindi da ricercarsi banalmente nei soggetti, quanto piuttosto nella collocazione dei singoli film all’interno di una “famiglia allargata”, di una continuity che viene prima del cinema e che nel cinema dovrebbe completarsi, attraverso una serie di passaggi minori animati-televisivi e chi più ne ha più ne metta.

Ad un’analisi più attenta potrebbe dirsi che il cine-comic è un tumore, che sta invadendo con i suoi film-metastasi ogni sala cinematografica occidentale, ben propensa alla proiezione di film spesso privi di qualunque dimensione autoriale piuttosto che a quelle produzioni di nicchia che spesso vengono sacrificate all’altare del marketing. Non è un caso dunque che, quando da questo pattume esca un film brillante, venga naturale obiettare “non è un vero cine-comic” o “non sembra un cine-comic” (si pensi, tanto per, ai Batman di Nolan o a Guardiani della Galassia), o ancora che si rischi, quando un film di questo tipo viene promosso a cult, che l’attore protagonista si veda ridotto a macchietta (qualcuno ha detto Iron-Man?); in verità sarebbe ingiusto svilire un genere solo per quelli che, a conti fatti, rimangono dei meri presupposti, che non possono per definizione esaurire i punti di interesse di un film, e che anzi potrebbero essi stessi essere rivalutati nel tempo: chi si sognerebbe oggi di criticare gli spaghetti-western dopo la cura Tarantino? o ancora chi avrebbe il cuore di gettar via anni di commedia sexy all’italiana, ad oggi genere forse rivelatosi irraggiungibile a livello di mestiere? Certo, quello era un altro cinema, non c’erano in ballo tanti bei verdoni, e l’estro la faceva da padrone, ma sicuramente all’epoca i recensori puzzaculo ostentavano lo stesso snobismo che si ostenta oggi per i cine-comic. Veniamo dunque a quello che è giusto concedere anche a questo film, ovvero la recensione nel merito, assumendo questi fatti poc’anzi spiegati come una giustificazione per quei limiti che, in un film di genere, vanno accettati e non condannati a priori. E vediamo quindi perché, al netto di quanto appena detto, Batman v Superman è una produzione offensiva per l’intelligenza di chi guarda.

Di cavalli e cavallinità
 
Anche la regia è sotto processo
Un libro non si giudica dalla copertina, nondimeno l’incipit nel cinema ha il suo bel peso specifico. La sequenza iniziale, comica suo malgrado nel tentativo di sfoggiare una drammaticità teatrale, dà già un’idea di come il film sia caratterizzato da una scarsa cura per i particolari: verrebbe da domandarsi chi passi al vaglio una scena con un primo piano di Bruce Wayne bambino che urla disperato con la naturalezza di uno sbadiglio, considerati i costi e i tempi di produzione. Ma facciamo finta di nulla, diciamo che si è trattato di un eccesso di sicurezza; in fin dei conti Snyder, nonostante gli alti e bassi, resta pur sempre un regista rodato nel genere, sarebbe forse un po’ spietato stroncare subito il suo lavoro. Soprattutto non c’è bisogno di appigliarsi all’incipit, poiché di porcherie vere la sola macchina da presa ce ne offre a bizzeffe, una però su tutte: esplode la sede del Congresso a Washington, decine e decine di morti, inquadrato un cavallo imbizzarrito. Ripeto, un cavallo imbizzarrito. Forse una vetta di surrealismo non apprezzata dall’utente medio del film, più probabilmente una scelta infelice che di più si muore.
Il dialogo prima di tutto
 
Esempio di messaggio promozionale
A livello di dialoghi il film non si presenterebbe come un disastro, mediamente: i personaggi spesso risultano realistici nel modo di esprimersi, e la caratterizzazione semplice li agevola in questo senso. Ma laddove una certa coerenza di fondo parrebbe salvare questo aspetto del film, l’inserimento forzato di mini-spot e volgarità che seguono a strumentali silenzi di scena sono un vero e proprio stupro a quella naturalezza che troppo spesso in questo genere di produzioni si dà per scontato: va bene il genere, va bene il marketing, va bene l’inserimento in un progetto più vasto e va bene l’ampio target di pubblico, ma un film non può diventare la parodia di se stesso. Da condannare in questi termini anche la caratterizzazione di Lex Luthor: banale e filologicamente zoppa, sarebbe stato più calzante se lo avessero proposto muto. Anche la sceneggiatura purtroppo è insalvabile, costellata di clamorose falle narrative, talune scusabili se prese individualmente, talaltre giustificate solo dall’involontaria carica comica in esse celata (si invita chi legge a domandarsi come sarebbe finito il film se la madre di Superman si fosse chiamata Roberta o Laura o Genoveffa).
“Finalmente il Batman di Miller sullo schermo!” disse il bestemmiatore seriale inconsapevole
 
“pew pew pew!”
Vista la scarsa resa sotto il profilo estetico, c’era da riversare ogni speranza nel Batman milleriano, in quello scontro di visioni politiche, al limite dell’ideologico, che uno dei più grandi autori di comics di sempre propose su carta, stregando ogni appassionato DC e convincendo molti amanti del fumetto in senso lato. “Finalmente una trasposizione su schermo” dicevano, “Ben Affleck un vero Bruce Wayne, altro che quella fighetta di Christian Bale” inneggiavano. Se quella del nostro sia o meno una buona interpretazione di Batman non è dato saperlo, poiché Batman non è il personaggio da lui interpretato. La sceneggiatura propone una caricatura del Cavaliere Oscuro, un mitomane ciclotimico, incoerente nei modi e nei fini e distante anni luce dall’intransigente e decadente uomo pipistrello che tutti siamo abituati a conoscere (non solo dai fumetti). Emblematica l’ambiguità, portata avanti con fastidioso metodo per tutta la pellicola, che non permette di comprendere se Batman uccida o meno i criminali che lo intralciano: tutto fa pensare che sì, l’incorruttibile per l’occasione è diventato un macellaio col pedigree. L’approccio politico e ricercato di Miller viene ricondotto ad un banalissimo complottismo, se non, peggio ancora, ad un confluire di coincidenze; il tutto spudoratamente impomatato da discorsi intorno a Dio sceso in terra, alla figura del superuomo o del superumano, in ogni caso di una piattezza disarmante che sfocia spesso nel più sincero disinteresse. Insomma il film piuttosto che aggiungere toglie, toglie e ancora toglie, non solo al Batman milleriano ma anche a quello della golden age. Laddove dovrebbe, sulla linea dei fumetti supereroistici, stimolare la fantasia, sembra piuttosto riuscire a castrarla meglio di un paio di cesoie da giardino.
Conclusione
 
Superman dopo aver letto questa recensione

 

Il film è mediocre, ingiustificato, intellettualmente disonesto (se ci si può porre una questione di onestà rispetto a un prodotto simile), non divulgativo, fuorviante e filologicamente inesatto. E, come se non bastasse, dura circa due ore e mezza. Non si può salvare con contestualizzazioni e banalizzazioni del caso, stavolta nessuno ci ha provato a fare qualcosa di buono, riuscendo anzi a raggiungere l’obiettivo, forse mai raggiunto prima con tanta nonchalance, di rendere irrimediabilmente atroce un film con Batman. L’unica consolazione è che questa metastasi è talmente insulsa da non poter far male al cinema, rimanendo nella sua piccola nicchia nerd; e speriamo venga presto debellata e dimenticata anche lì.

 

 

Maria J. RoccagloriosaMaria J Roccagloriosa nasce ad Aversa nel 1997 da padre indigeno e madre australiana. Autodidatta e analfabeta, si oppone alla diffusione di massa della cultura ed a qualunque tipo di espressione artistica che vada oltre le secrezioni corporali.