Scena del film Spotlight (2015) di Tom McCarthy
Cosa sia The Wire per la storia delle televisione seriale è una cosa che si ha forte difficoltà a comprendere. Dimenticato pressoché totalmente dagli Emmy – i premi di maggiore prestigio per una serie televisiva – e accompagnato da ascolti non necessariamente entusiasmanti (per tacere della distribuzione italiana), lo show di David Simon è tuttavia annoverato dalla quasi unanimità della critica [ma chi sono i “particolari” che compongono l’”universale” che porta il nome di “critica”?] come la più cinematografica, letteraria e – giusto aggiungerlo – riuscita (vige qui l’amichevole confronto con la altrettanto stupenda e coeva I Soprano, leggermente retrò) serie televisiva di sempre. La serie affronta, attraverso la metodologia del procedural ma soprattutto del drama, la corruzione a tutti i livelli nella città di Baltimora e ha il suo fulcro in un distaccamento speciale della polizia che deve intercettare (da qui il titolo wire = filo, che in gergo sta per “cimice”) le bande criminali dei projects, i quartieri popolari. Nella quinta e ultima stagione, sicuramente la meno magnifica, è introdotta la redazione di un quotidiano, il Baltimore Sun, insieme a quello che è l’antagonista minore e viscido della serie, Scott Templeton.

Templeton, forse ispirato a Stephen Glass, è un fabulist, un fabbricante di notizie false, inattendibili, non verificate, ma sensazionalistiche, e per questo ben visto da una direzione spaventata dal fallimento, e mal visto dall’editortutto d’un pezzo – interpretato non a caso da Clark Johnson, un altro dei “creatori” della serie. Quello che perseguono nella fittizia redazione è il “dickensian aspect”, il lato narrativo della storia squallida, che sappia scaldare il cuore. A interpretare questo giornalista “finto” è Thomas McCarthy, regista e sceneggiatore di film indipendenti, attore dal viso pulito e antipatico.
McCarthy all’epoca aveva già vinto un BAFTA (il più importante premio della Gran Bretagna) per la sceneggiatura del suo notevole e asciutto debutto alla regia, The Station Agent, che lanciò, tra gli altri, Peter Dinklage. Seguono altri due film indipendenti di discreto successo “di nicchia”, L’ospite inatteso, oggetto anche di una felice distribuzione italiana, e il meno fortunato Mosse vincenti. In mezzo viene nominato all’Oscar per il soggetto di Up, entrando di striscio nella grande famiglia Pixar.
E poi, giusto una manciata di anni dopo, Spotlight. Non era impensabile portare sullo schermo una storia così cinematografica. La narrazione, quasi cronachistica, di come un distaccamento della redazione del Boston Globe, tra il 2001 e il 2002, denunciò l’atteggiamento naive della chiesa nei confronti degli abusi sessuali compiuti sui minori da parte del clero bostoniano (e americano, per estensione). È una storia talmente ben orchestrata, e ben sceneggiata – i meriti del McCarthy sceneggiatore, qui al lavoro con Josh Singer, sono sempre stati ben remunerati – che il regista può fare un passo indietro e scomparire. Il lavoro è tutto strutturato sull’eccellente montaggio di Tom McArdle, le musiche di Howard Shore e un ensemble di attori perfettamente in parte. Il plauso del pubblico facile è stato per l’istrionico Mark Ruffalo, un attore di cui non ci si stanca mai, dalla parlata americanissima e masticata, ma meritano probabilmente maggiore riconoscimento le più sottili interpretazioni di Liev Schreiber, sottotraccia, smunto, irresistibile, e di Michael Keaton, rinvigorito da Iñárritu e diventato quell’attore che non era mai – per suo demerito – riuscito ad essere.
Spotlight è tutto qui. Un’opera dalla struttura filmica perfetta e con una ottimale gestione dei tempi. Nonostante questo, fallisce però nell’innestarsi in quel cinema americano alto e vecchio cui avrebbe potuto – o voluto – aspirare; ma forse soltanto perché quel tipo di cinema, quello di denuncia della New Hollywood, non esiste più. Spotlight non può essere Tutti gli uomini del presidente. Non può perché è un film templare, cinto d’aureola, che al contempo manca però di emozione [ma non del dickensian aspectdi cui prima]. È a metà strada nel paragone con gli ultimi due film giornalistici di una certa rinomanza (escluso il praticamente coevo Truth, da poco nelle sale e accolto da un giudizio unanime di una certa mediocrità), State of Play e Insider. Non riesce ad essere puro film d’intrattenimento come il primo, un divertente thriller, ma non riesce neanche a raggiungere le vette autoriali del film che forse ha cambiato il cinema di giornalismo per sempre, proprio Insider appunto.
Tuttavia, Spotlight sfugge anche a questa analisi superficiale. Diventando non più un whodunit con un fantasmatico nemico complottista – la tensione c’è per tutto il film, manca però la macabra morte violenta improvvisa come nella tradizione del genere – ma una storia vera sul vero giornalismo e sul principale problema giornalistico: “cosa è da raccontare?”, “come lo si deve raccontare?”, “come si conosce la verità?”. Ed è qui che la regia torna protagonista, aiutando la sceneggiatura a mescolarsi con le musiche e il montaggio, nel serrato parallelo di immagini, intuizioni e interviste che costituisce il cuore e il nerbo della ricerca – e sullo sfondo una Boston così intima che sembra essere stata scritta da Dennis Lehane. Non esiste il mondo fittizio della comodità notiziale, esistono la polvere e la gavetta, un certo tipo di dilemma e la paura del vicino. Ma, e qui sta forse la più bella intuizione di tutto il film, non siamo sul piano dell’agiografia. Non esiste il santino del giornalista puro (salvo forse il personaggio di Ruffalo, troppo “buono”) – come non esiste il demonico ritratto di un avvocato lobbista, ingurgitante sofferenze – perché la verità pretende appunto la storia vera, il fatto vero, la vera superficialità di un giovane in un tempo remoto. È in questo momento, magnificato dal già citato Michael Keaton, che Spotlight recupera almeno uno dei meriti di Insider – il personaggio minore dell’ambiguo anchormaninterpretato da Christopher Plummer – e si fa cinema. Le molliche di pane, per una volta, indicavano la porta sbagliata e, nella semplicità di una scelta di questo tipo, la scrittura ne esce premiata. McCarthy riesce a rovesciare il suo fortunato e maledetto antagonista di gioventù, proprio quello Scott Templeton che diveniva prima MacGuffin e poi premio Pulitzer.
Spotlight finisce quindi con il diventare anche l’involontario coperchio che racconta lo scabroso dell’originario. A un secondo livello, indaga l’assenza di spiritualità, attraverso un film che di spiritualità è appunto privo. Esprime senza emozioni come l’ultima generazione, nella medialità e nel semplicismo spicciolo, etico, e cinico, abbia perso l’emozione religiosa e la reverenza clericale. Ed esprime questa perdita e questa sottrazione attraverso un meccanismo e una realtà continuamente giustificate, in ogni passo, e per questo autoassolutorie. Spotlight giustifica ed aiuta il mondo e le vittime di un sopruso senza precedenti a lavorare nell’indistinzione. Fa un lavoro opposto, completamente diverso, rispetto ad uno dei film più efficaci ed indimenticabili dell’ultimo lustro, Calvario di John Michael McDonagh.
Calvario è una storia spirituale. Il racconto di un “prete buono” minacciato di morte, in un paese irlandese totalmente alla fine della storia, imbevuto nel nichilismo e nel cinismo umoristico che dovrebbe contraddistinguere un mondo in cui il disvelamento di Spotlight (= torcia) è avvenuto. Il Bene, nella sua manifestazione in quanto paladino, elimina il Male ma poi non riesce a dare uno strutturale senso al mondo. È il senso che manca nei secondi in cui padre James (un magnifico Brendan Gleeson) aiuta una bambina a ritrovare la strada di casa e subisce lo sguardo torvo del genitore smaliziato che di fiducia non ne ha più.
Si finisce con il ritrovare quella che era la maggiore critica ad ogni filosofia degli ultimi due secoli: la pars destruens è sempre più facile ed interessante della pars construens. Gettare una luce sul crepuscolo non può impedire che la notte avvenga.

Vittorio Mollo