spo
Anche quest’anno finalmente (o purtroppo?) è arrivato il momento di recensire la pellicola protagonista dell’ultima assegnazione degli Oscar, una produzione che ha portato a casa sia l’ambitissimo titolo di miglior film che quello apparentemente prestigioso di miglior sceneggiatura originale. È quindi giusto porsi anche stavolta la domanda, da tempo ormai vero e proprio tormentone: fidarsi o non fidarsi della statuetta dorata? Dato per appurato come sia impossibile poter dire oggettivamente e in maniera incontrovertibile se un film sia davvero il migliore, più opportuno sarebbe valutare, caso per caso, se le basi per l’attribuzione del premio sussistano o meno. Il caso Spotlight aggiunge a questi interrogativi anche un’altra serie di problematiche, correlate al fatto che la storia non è di fantasia, verrebbe da dire non è originale (?), e al tema scelto, particolarmente spinoso e sempre attuale. Per quanto concerne quest’ultimo punto, attenzione a non cadere nell’errore imperdonabile di decidere la validità di un’opera secondo criteri che possono giustificarne meramente l’esistenza: la sensibilizzazione o la denuncia che seguono la scelta di una particolare tematica non necessariamente implicano che il risultato sia autonomo e dignitoso su un piano creativo.

 
Un disturbo nel montaggio
 
Purtroppo per i maschietti, non è il suo il montaggio del titolo
Vista la scelta registica di uno stile asciutto, che nessuno spazio lascia all’estro o a barocchismi, risalta immediatamente all’occhio dello spettatore il montaggio, vera e propria chiave interpretativa della pellicola. Si può dire che questo sia fuor di dubbio coerente: incalzante e pieno di cesure nette, immediatamente porta lo spettatore a percepire il continuo stato di apprensione e l’impegno serrato del lavoro dei redattori di Spotlight; e andando avanti questa prima impressione si radica, e riesce nell’intento di far vivere a chi guarda la quotidianità di chi ha lavorato a un’inchiesta di questa portata, che si presenta come lo scoopdella vita per molti dei personaggi. Il montaggio assume quindi funzione diegetica, portando dietro di sé anche il resto delle scelte stilistiche, come ad esempio la regia e la caratterizzazione dei protagonisti; e qui, purtroppo, il quadro complessivo del lavoro comincia a fare acqua. La struttura opprimente della narrazione costringe le singole personalità proposte, talvolta annullandone completamente ogni individualità, e provando, con dei patetici rattoppi, a fornire quegli elementi che dovrebbero permettere allo spettatore di ricavare un modello caratteriale che nei fatti non riesce mai a distaccarsi dallo sciatto, in alcuni casi addirittura buffo, stereotipo. Se quindi la narrazione non manca di essere avvincente, questo è da attribuirsi in verità più all’interesse morboso che la tematica e il contesto investigativo portano con sé, togliendo ogni merito autoriale a questo risultato. Sono però da analizzare le singole componenti di questa fallita alchimia.
Una serie di fortunati eventi
 
Le facce entusiaste del cast
Sintomo e causa allo stesso tempo di questa disfunzione è la prova del cast, in qualche elemento trascurabile, si pensi a un Michael Keaton stavolta senza costumino, e in altri ormai garanzia consolidata di mediocrità, come la bella Rachel McAdams, ormai specializzatasi nel ruolo di bionda; da sottolineare come anche il personaggio la cui caratterizzazione trova più spazio, quello interpretato da Mark Ruffalo, si riduca quasi alla parodia di un giornalista/paladino della giustizia e della verità, rimanendo quindi una figura piatta e certo non destinata a stamparsi indelebile nella memoria di chi guarda. Ma si diceva sintomo, oltreché causa: come potrebbero del resto questi caratteri esprimersi e svilupparsi a fronte di un lavoro di scrittura dei dialoghi tanto approssimativo, è una domanda a cui difficilmente si può dare risposta. Le conversazioni all’interno del film lasciano una costante sensazione di artificioso, dovuta al totale asservimento di ogni frase pronunciata dagli attori al regolare concatenarsi degli eventi: la ricerca di fonti e di informazioni per l’inchiesta avviene spontaneamente e senza interruzioni, o comunque senza intralci che non siano immediatamente propedeutici a districare ulteriormente la matassa investigativa che i redattori cercano di sbrogliare per tutta la durata del film; insomma tutto accade perché è necessario che accada. Questo si direbbe una vera e propria deficienza a livello di scrittura; in particolare la carenza si accusa in una sceneggiatura in cui si richiedeva semplicemente di romanzare una storia reale, costituendo quindi questo il vero fulcro creativo del lavoro. Se la base era il realismo, il risultato è tristemente posticcio. Viene difficile pensare che un lavoro così mediocre possa essere frutto di una scelta stilistica.
 
In medium res
La faccia di qualunque spettatore assennato a fronte della rivelazione finale in stile Shutter Island
Avendo analizzato montaggio, recitazione, dialoghi e sceneggiatura, è necessario ora ragionare sull’effetto complessivo. Il lavoro si presenta come una cronaca giornalistica travestita da film, asettica nella forma e pungente nei soli argomenti trattati, vantando comunque quella coerenza a livello di proposta, dovuta principalmente al montaggio, comunque da premiare a livello concettuale. Nella sostanza però si svilisce il mezzo cinema, che viene privato delle sue caratteristiche espressive proprie per far spazio a una sorta di ibrido. E purtroppo la sensazione è che molti di questi limiti siano dovuti a una generale mancanza di qualità, a scelte pavide e talvolta addirittura inconsapevoli dei propri effetti: ad avvalorare quest’idea gli sparuti tentativi di drammaticità, da ricondursi a specifiche scene piuttosto trascurabili e male inserite; e peggio ancora lo scivolone kitsch della regia, verso il rush finale, quando si sente partire un coro natalizio di bambini, che stona in maniera goffa con l’atmosfera fino ad allora prevalente e che non riesce certo a stupire (come mai avrebbe potuto, con un montaggio così castrante, rimane nella testa del regista).
 
L’insostenibile leggerezza del premio
Anche qui c’è un Saviano complottista pronto ad ammorbarci

Per tornare al problema posto in apertura di recensione, il film si direbbe un lavoro raffazzonato, che cavalca forte l’onda di una storia che, presa da sé, tenta di autogiustificarsi nel suo diventare soggetto cinematografico. Sembra non potersi dare alcun merito, al di là della coerente impostazione cronachistica, all’autore dell’opera, che anzi tira i remi in barca prima ancora di esserci salito. Ci si chiede dunque come possa non essere in totale furbizia e malafede che un film così abbia vinto l’Oscar più importante. Peggio ancora come possa aver vinto quello alla miglior sceneggiatura originale: non avendo nessuno provato a romanzare la realtà in maniera credibile, sembra che il valore creativo in questo senso possa oggettivamente dirsi pari a zero. È un film che fa male agli Oscar, e l’ennesimo Oscar che fa male al cinema: sempre più, al giorno d’oggi, si tende colpevolmente a far prevalere il contenuto sulla forma, e anche stavolta lo si fa quando tale contenuto è da collocarsi completamente al di fuori del mondo cinematografico e artistico, perfettamente radicato come è nella vita reale. Questa è una storia che viene proposta non attraverso il mezzo cinema, ma piuttosto tramite una insensibile e automatica macchina da presa, sotto lo pseudonimo di un autore che più volte tradisce l’inconsapevolezza di questo macello.
Maria J. Roccagloriosa nasce ad Aversa nel 1997 da padre indigeno e madre australiana. Autodidatta e analfabeta, si oppone alla diffusione di massa della cultura ed a qualunque tipo di espressione artistica che vada oltre le secrezioni corporali.