Scena del film Inside Out (2015) di Pete Docter e Ronnie del Carmen

«Ma che cos’hai nella testa?». Quante volte ci hanno fatto questa domanda, specialmente durante la nostra giovinezza! Cosa c’è nella testa di una ragazzina di 11 anni: è ciò che cerca di mostrare questo assoluto capolavoro d’animazione della Pixar. “Inside out” è infatti in gran parte ambientato all’interno dell’apparato biopsichico della protagonista, di nome Riley, figlia unica di una coppia appartenente alla middle class statunitense. La struttura architettonica del film si regge, in particolare, su uno schema a specchio, potremmo dire, in cui le scene esterne (situazioni di vita comune) vengono osservate da un punto di vista decisamente inusuale, ossia da dentro la nostra macchina corporea e spirituale, appunto.

I creatori di questo cartone animato hanno davvero messo in moto tutta la loro bravura creativa, immaginando in qualche modo com’è fatto e come funziona il nostro io, sia superficiale che profondo. Il risultato è un manuale di psicanalisi a fumetti, pieno di forme e figure bizzarre e suggestive. Per esempio, la memoria a lungo termine è rappresentata come un enorme database, dove vengono collocati i ricordi che meritano di essere conservati nel tempo, paragonati a delle biglie colorate. Un variopinto archivio delle esperienze dell’esistenza, dunque, associate a precisi sentimenti.

I personaggi che animano il nostro ego, nel dettaglio, sono cinque: Gioia (simile a una stella lucente e dorata), Rabbia (mattone rosso fuoco), Disgusto (broccolo verde acidulo), Paura (nervo viola pallido) e Tristezza (lacrima blu e ingombrante), caratterizzati da gesti e atteggiamenti tipici delle emozioni che impersonano. Essi sono per così dire le maschere della commedia dell’arte che ogni giorno viene recitata sul palcoscenico della nostra soggettività. Il postmoderno, d’altronde, ci insegna che l’identità è nient’altro che una costruzione di stampo borghese: il soggetto propriamente non agisce bensì subisce flussi di forze che lo attraversano e lo plasmano continuamente. In questo modo, l’individualità tanto esaltata dalla modernità si scopre un reale subjectum: assoggettato da sovrastrutture e sottostrutture impersonali. Pertanto, la camicia di forza sociale brevettata dalla moralistica e spesso ipocrita etica della borghesia viene lacerata. A partire dai cosiddetti “maestri del sospetto”, secondo la felice espressione coniata da Paul Ricœur. Nietzsche, Marx e Freud svelano la falsa coscienza dell’epoca moderna, fiutando nell’aria quei “grandi racconti” ideologici denunciati poi ufficialmente da Jean-François Lyotard, il teorico del postmodernismo per eccellenza.

Proprio Sigmund Freud è uno degli autori chiamati in causa in “Inside Out”, cosparso di sottili riferimenti letterali e filosofici, che corrispondono a puntuali (anche se impliciti) riferimenti d’un certo spessore. Per il neurologo austriaco Ego, Es e Super-io costituiscono una sorta di iceberg interno alla nostra anima, tripartita in inconscio, coscienza e preconscio. Il subconscio è qui quasi un subcontinente che alberga la nostra selva interiore, in cui la cinepresa virtuale stana i forestieri che vi abitano. Tali temi sono stati trattati prolissamente dai filosofi esistenzialisti, per esempio, e qui diventano – direi magicamente – un caleidoscopio di immagini e metafore incantevoli.

Come sappiamo, Freud considerava i sogni la via maestra per decifrare il linguaggio ermetico del nostro Io più abissale. Nel lungometraggio analizzato l’universo dei sogni compare sotto forma di cinema onirico: una sala situata dietro ai nostri occhi, in cui il nostro cervello proietta sul maxischermo storie fantastiche o incubi terrificanti. Di magistrale inventiva sono anche le isole che compongono l’arcipelago della nostra personalità: famiglia, amicizia, il luna park dello svago ecc., collegati alla terraferma, vale a dire la torre di comando del sistema nervoso centrale. Il film riesce inoltre nella pressoché impossibile impresa di farci commuovere per una cosa inesistente. La scomparsa in dissolvenza dell’amico immaginario della protagonista è assolutamente struggente, per lo spettatore di ogni età.

Ancora, nell’opera suddetta vediamo in un certo senso che cosa succede dentro di noi quando eventi esterni interferiscono sulla nostra routine, scombussolando riti e ritmi della quotidianità. Altresì degno di nota è il disegno del regno dell’immaginazione, abitato da personaggi originali e rocamboleschi. Al contrario della dimensione monocromatica logico-razionale, in cui le cose assumono l’aspetto freddo di figure geometriche distorte. Come non pensare allora al celebre saggio del 1964 di Herbert Marcuse (uno degli esponenti più noti della Scuola di Francoforte, nonché ispiratore della contestazione giovanile del Sessantotto),L’uomo a una dimensione. Riduzionismo neopositivista, pensiero utilitaristico, funzionalista e strumentale; ossia il fondamento teorico che mostra come gli adulti omologati dalla globalizzazione dei consumi tendono a ragionare, cioè mediante categorie argomentative che livellano la complessità della realtà, sezionandola e analizzandola, anatomizzandola e semplificandola eccessivamente.

Esplorando lo spirito umano, quindi, attraverso un viaggio nei luoghi reconditi del carattere di una ragazzina, che porta in sé un pezzo di ciascuno di noi, per scoprire i meccanismi della sua e della nostra psiche. Alla ricerca della galassia contenuta nel nostro microcosmo interiore: un cabaret tragicomico, una carovana di tipi eccentrici che mettono in scena le turbolenze e le amenità della vita umana.

La morale di questa magnifica favola postmoderna è illuminante ed edificante, raccontando il Bildungsroman della graduale maturità del nostro passaggio terrestre. Alla fine del film, nel grande magazzino dei ricordi si forma infatti una biglia ibrida, poiché Gioia e Tristezza si fondono in maniera alchemica per dare vita a una sorta di tao in cui il blu e il giallo si abbracciano, generando una tonalità sfumata, che rompe quegli schemi consolidati che ripartiscono nettamente le emozioni secondo canoni precisi. I due stati d’animo, all’inizio mal conciliabili, scoprono insieme la ricchezza dell’alterità, fondamentale nella progressiva costruzione di strategie efficaci per proseguire l’eroico gioco della vita, dove le lacrime sono il frutto sia del pianto sia della risata, dove «gioia e dolore hanno il confine incerto», come canta Fabrizio De Andrè nella poetica ballata “Ave Maria”.

Concludendo, aspettiamo tutti impazienti “Inside Out 2”, per seguire l’arduo passaggio dalla giovinezza all’adolescenza di Riley, magari con l’arrivo di un fratellino o di una sorellina e, perché no, col ritorno di Bing Bong: l’indimenticabile amico immaginario dall’aspetto d’un gatto con proboscide, fatto di zucchero filato rosa che, quando è triste, piange caramelle.

Fabio Dellavalle