Scena del film Suffragette (2015) di Sarah Gravon

La mia visione del film Suffragette (UK, 2015) comincia con uno sguardo sul pubblico in sala: è composto quasi totalmente da donne, con l’eccezione di un uomo soltanto, verosimilmente il marito annoiato della ciarliera signora che gli siede accanto. Sempre così: le donne parlano alle donne di cose da donne. Invece, mi dico, forse Suffragette è un racconto epico che ha qualcosa da dire a tutti. La mia visione comincia sotto i migliori auspici.

Siamo nell’Inghilterra del 1912, culla del femminismo cosiddetto “della prima ondata”, quello delle conquiste civili e politiche, della lotta per l’uguaglianza (e non per la differenza, come sarà quello degli anni Settanta). Un femminismo che si confronta direttamente con la legge e col potere. Non a caso, le personificazioni del potere in questo film sono sempre maschili: l’arrogante datore di lavoro, il marito severo e pragmatico, i ministri che affollano una delle sale del palazzo del parlamento, tra i quali l’unica donna è la stenografa. Anche la violenza ha le mani e la voce del maschio: le randellate della polizia, la violenza sessuale del capofabbrica, gli insulti gridati per strada (e quando, più raramente, la violenza è femmina, ha un effetto ancora più perturbante). Accanto a questi uomini violenti e dominatori, un’interessante galleria di personaggi femminili popola il film, tra cui alcune figure realmente esistite: tra queste c’è Emmeline Pankhurst, interpretata da Meryl Streep, che fa una brevissima ma intensa apparizione; c’è Emily Wilding Davison, la martire del movimento, che l’8 giugno 1913 morirà investita dal cavallo del re durante un derby, mentre tentava, per dare visibilità alla causa del voto alle donne, di appuntare alle briglie lo stendardo bianco, verde e viola delle suffragette[1].

Tuttavia, sin dall’inizio del film, una cosa è chiara: questo non sarà un racconto epico (lo diventerà solo verso la fine, per farsi perdonare). Questa non è la storia di Emmeline Pankhurst o della martire Emily Davison, e nemmeno della ribelle Edith (interpretata da Helena Bonham-Carter), interessante modello di donna, sposata con un uomo illuminato, che la appoggia e la sostiene, (e che ha meno titoli di studio di lei, che fa la farmacista). Il focus prescelto per la narrazione degli eventi la dice lunga sugli intenti del film, che, tutto sommato, pur nella sua onestà e lucidità, non vuole assumersi rischi nel prediligere il punto di vista di una protagonista realmente rivoluzionaria. Questa, infatti, è la storia di Maud, innanzitutto una madre, che con atteggiamento inizialmente poco convinto si lascia trascinare nelle manifestazioni e nelle retate, e diverrà davvero una ribelle, una pasionaria, quando avrà perso ogni legame col mondo degli affetti che la teneva legata al suo ruolo, tradizionale e conformista, di moglie e di madre. Le locandine per questo film recitano: Mothers, daughters, rebels. Eppure, dal film è chiaro che questi tre ruoli sociali non possono convivere nella stessa persona: Maud può diventare a tutti gli effetti una ribelle solo quando perde suo figlio, dato in adozione contro la sua volontà. Fino a quel momento, ella è dilaniata tra le sue due vite, quella di madre di famiglia e quella di attivista politica. Maud, si può dire, non è una donna di grandi ideali; è un’operaia, una lavoratrice, una donna onesta e semplice. La sua lotta ha inizio non per una illuminazione teorica, ma da eventi circoscritti che la toccano nel profondo (assistere ad una scena di stupro in fabbrica, dover dire addio al figlio e alla casa). Eppure, forse proprio per questo è un ritratto credibile: la sua battaglia comincia quando il personale diventa politico, quando le ingiustizie sperimentate nella sfera privata sono d’ispirazione per condurre battaglie di più ampio respiro.

La trasformazione di Maud da madre ferita negli affetti a sfrontata ribelle, che affronta le torture e gli interrogatori con coraggio e caparbietà, è suggellata in modo eloquente dalla rinuncia all’anello nuziale. Inutile dire, questa svolta è accompagnata da una transizione uguale e contraria, totalmente inattesa. Maud ha un alter-ego, una compagna che per prima la inizia alle manifestazioni e alle riunioni segrete: è Violet, aggressiva, appassionata, che va per le strade a infrangere vetrine a sassate e sorride in segno di sfida agli insulti degli uomini per strada. Nulla, dunque, lasciava presagire che ella, proprio quando Maud comincia ad appassionarsi alla causa, si sarebbe sottratta ai propri impegni di attivista, se non la necessità di invertire i ruoli perché sullo schermo resti pur sempre intatta l’immagine consolatoria di una donna-madre, mai apertamente in opposizione con le consuete aspettative sociali.

Tra queste donne rivoluzionarie e questi uomini dominatori, vi è il muro della legge: una legge fatta «senza ascoltare», la legge del più forte, insomma, che mette a tacere gli interessi, le aspirazioni e i desideri di chi questa legge non fa altro che subirla. E quale conquista è parlare di fronte a chi della legge si fa interprete e custode: questa è l’ebbrezza che prova Maud quando si fa portavoce delle sue compagne lavandaie, una singola voce femminile davanti ad un ampio consiglio di uomini di potere. E quando parlare non basta, bisogna urlare, per conquistarsi il diritto di avere diritti: «Vuoi che io rispetti la legge? Io voglio una legge che rispetti me».

Il merito principale di questo film è quello di affrontare in modo storicamente accurato, serio e lucido le aspettative del movimento femminile di conquista dei diritti civili e politici, attraverso la scelta del punto di vista di donne della classe operaia, combattute tra i consueti ruoli sociali, le fatiche del lavoro e una irrinunciabile volontà di riscatto, cioè, come si dice a un certo punto nel film, «un altro modo di vivere la vita». Insomma, tutto sommato un valido tentativo di distinguersi dalla rosea rappresentazione del movimento che ne fa Walt Disney in Mary Poppins, in cui la signora Banks canta allegramente, sotto lo sguardo attonito e scettico della governante e della cuoca: «We’re soldiers in petticoats / and dauntless crusaders for women’s votes…».

Alla fine del film, prima dei titoli di coda, si vede scorrere sullo schermo una linea del tempo della conquista del suffragio universale in vari Paesi del mondo. La sala del cinema è percorsa da mormorii di disappunto quando scopriamo che persino la Nuova Zelanda e il Brasile hanno fatto meglio di noi (conquistando il diritto di voto per le donne rispettivamente nel 1893 e nel 1932). L’ultima data dell’elenco è il 2015, che segna per le cittadine dell’Arabia Saudita la promessa del diritto di voto: come a dire, c’è ancora molta strada da percorrere.

[1] Su Wikipedia è disponibile il video del momento dello schianto, poi drammatizzato nel film, ripreso per caso da una delle molte cineprese che filmavano la corsa:
https://en.wikipedia.org/wiki/File:Emily_Davison_(Suffragette)_killed_by_King%27s_Horse_at_Derby_(1913).webm (al minuto 6’09)