Un’immagine di The Program (2015) di Stephen Frears

Sudore e fatica. Adrenalina e panico. Vittoria e sconfitta. Lance Armstrong macina un chilometro dopo l’altro sulla sua bici, un prolungamento del suo corpo, parte integrante della macchina umana. Il cuore pulsa nelle orecchie, sempre più forte. Il ritmo aumenta e l’uomo in maglia gialla è pronto per la salita. Il suo corpo freme, il suo sangue è carico di ridondante ossigeno. Quella salita non è una strada come le altre, ma un’ascesa nell’olimpo dello sport. Quel traguardo non è una semplice linea da superare per primi, ma un ingresso trionfale nella memoria collettiva. È il momento di spingere a fondo, di staccarsi dalla mediocre massa, affermarsi, primeggiare, lasciare che milioni di occhi siano puntati sul texano in maglia gialla venuto a prendersi il Tour de France per il settimo anno consecutivo. Che quelle vittorie siano frutto di doping sistematico pare non importare a nessuno, almeno per il momento.

Sullo sfondo di The program, di Stephen Frears, tra il vocio concitato del pubblico, sentiamo il cinico Leonard Cohen cantare “Everybody knows that the boat is leaking/ Everybody knows that the captain lied”. La menzogna si fa spettacolo e non c’è spazio per la verità. Il giallo di quella maglia cucita sulla pelle di Armstrong pervade l’immaginario collettivo, lo colonizza prepotentemente sovraccaricando le sinapsi neuronali di centinaia di persone. Sotto quella maglia non c’è più il ciclista in carne ed ossa un tempo incapace di vincere in Europa, ma Prometeo stesso, il trasgressore pronto a sacrificarsi per l’umanità. Un’umanità carente e debole, carica di ressentiment verso un creatore ignoto, forse inesistente, che ha messo al mondo creature altamente imperfette. La malattia e la povertà, la paura e l’ignoranza, tutto è ora affidato a Lance Armstrong, catalizzatore di desideri e aspirazioni, personificazione di sogni altrui, vendicatore di battaglie perse. La volata verso il traguardo si fa catarsi collettiva, la fuga dal gruppo di ciclisti diviene sinonimo di dominio sulla natura, accesso a una dimensione trans-umana, capacità di infinita auto-poiesi. Armstrong rappresenta il sogno di sconfinare in ciò che per lungo tempo è stato proibito: la fuga in bici è sconfitta del dolore, cacciata della morte, fine dell’inferno mondano. La scienza e la tecnica hanno infine preso in mano la situazione, creando i mezzi per vivere in un perenne solstizio d’estate dove la sconfitta non è contemplata: 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005… È l’eterna giovinezza che interrompe il secolare ciclo delle umane vicende.

Ma quale fuoco porta Armstrong agli uomini, quale dono? A guardar da più vicino, si noterà che non v’è dono alcuno, ma condanne. Armstrong condanna gli uomini perché ricorda loro che la natura umana è debole e che il superamento dei limiti resta pur sempre un’eccezione, incarnata di volta in volta da un eroe diverso, da un predestinato scelto per distinguersi dalla massa. Gli uomini non sono salvati, ma condannati a vedere in quell’uomo in maglia gialla ciò che non saranno mai, ciò che non è consentito loro essere. Così vicino, eppure così lontano, Armstrong crea imperfezione, formatta la griglia percettiva, ridefinisce l’umano e lo disprezza con arroganza. L’icona in maglia gialla, in quanto icona, lascia intravedere la perfezione ai suoi fedeli, senza lasciare che essi possano accedervi. Essa è riservata agli eroi e dev’essere ammirata dai deboli, destinati a un lento avvelenamento. Non c’è grandezza senza mediocrità.

Eroe incarnato, Armstrong è l’uomo che ha sconfitto, autenticamente, il cancro e ha risalito la china. Eroe dopato, Armstrong è l’icona necessaria per uno sport decadente. Il giallo acceso della sua maglia è sinonimo di adrenalina ed emozione, ma è anche un cancro maligno che rende inautentico e falso tutto ciò che tocca. La menzogna sistematica, le intimidazioni ai giornalisti e ai compagni, la retorica aggressiva e stereotipata rafforzano l’icona-Armstrong, ma svuotano lentamente l’uomo-Armstrong. O forse no. A differenza di Prometeo, Armstrong non è condannato all’eterno supplizio. È vero, egli va lentamente incontro alla punizione per il suo eccesso di hybris, ma la sua squalifica non scalfirà l’essenza dell’icona che in superficie. L’icona è indistruttibile. Il colore giallo è ormai indissociabile da Armstrong, la trasmutazione è stata portata a compimento. Quelle vittorie sono ormai entrate nella storia, che non può essere riscritta; quelle fughe sono ormai digitalizzate e fruibili; le emozioni che ha regalato erano autentiche e questo è ciò che più conta ormai. Nessuno ricorderà i secondi classificati al Tour de France. In un modo o nell’altro, Armstrong esce vincitore, perché ha cambiato la storia del ciclismo: apparire è meglio che essere. Armstrong giocherà fino in fondo la sua parte, consegnando agli archivi multimediali la sua confessione dell’abuso di sostanze dopanti. Nella retorica del sacrificio per l’umanità, egli sembra dire: «Ho dato a tutti voi ciò che volevate. L’ho fatto unicamente per voi e per il ciclismo». Il dado è tratto, l’eroe ha ammesso la propria debolezza in diretta nazionale, la sua redenzione è ora possibile. Una redenzione che non è però salvezza personale, ma semplice riammissione all’olimpo mediatico.

Se l’icona è ormai consegnata all’eternità, si tratta ora di salvare l’uomo spogliato della sua aureola. La via del ciclismo è ormai preclusa, non resta che inventare un nuovo mito, elaborare un nuovo “programma” di allenamento, raccogliere consensi tra la folla, giocare il ruolo della vittima e lanciarsi in nuove folli imprese. Occorre cioè mediatizzare la propria riabilitazione, riprendere l’opera di evangelizzazione più determinati di prima: «Sono tornato e sono più forte di prima. Sono stato squalificato per doping, è vero, ma quei titoli li avrei vinti lo stesso. La volontà è l’unica cosa che conta. Seguitemi». Anche la sconfitta è un modo nuovo di reinventarsi, un modo nuovo di far soldi e vendere la propria persona al miglior offerente. Forse Armstrong, al contrario di Dorian Gray, contempla nelle lunghe notti texane l’icona che un tempo impersonava, rimasta impeccabilmente perfetta nelle lucide foto, e intuisce i limiti del presente. Ma non c’è tempo per i rimpianti, lo spettacolo deve continuare. Sullo sfondo suona ancora il ritornello di Cohen: «Everybody knows the fight was fixed/ The poor stay poor, the rich get rich».