Scena del film Seul contre tous (1999) di Gaspar Noé

Mi sono imbattuta in Gaspar Noé guardando Love (2015). Che detto en passant, non è un brutto film, l’ho solo trovato estremamente inconcludente. E tuttavia facevo fatica a capire perché qualcuno potesse trovare Noé così incredibilmente originale e interessante. Poi ho guardato Seul contre tous (1999) ed ho capito.

(No, non è vero. Prima ho visto Carne (1991), poi Seul contre tous (1999) ed infine ho capito.)

Volendo parlarne in ordine, Carne (lo trovate qui in V.O. sottotitolato in spagnolo) è il primo mediometraggio del regista argentino. Non lasciatevi ingannare dalla durata relativamente breve della pellicola (38 minuti); il tempo si cristallizza ed inizia a pesare come un macigno sul vostro petto. Ogni stacco di scena è sempre più asfissiante e quasi è sorprendente come si possa essere ancora in grado di respirare al termine della proiezione. La saturazione ferisce gli occhi e la preponderanza del rosso inizia ad essere disturbante dopo appena dieci minuti.
D’altronde, come potrebbe esistere un colore altrettanto indicato?

Carne è la storia di un macellaio equino parigino. Non conosciamo il suo nome; quel poco che conosciamo di lui emerge durante lo snodarsi della vicenda. Mette incinta una donna, che lo lascia poco dopo aver dato alla luce loro figlia, Cynthia. Le giornate del macellaio si susseguono tutte uguali, tra lavoro e cura della figlia, fino a quando non gli giunge voce che Cynthia sia stata sedotta da un operaio. Accecato dalla gelosia, si reca nel cantiere ed accoltella un uomo, convinto della sua colpevolezza. Il macellaio viene dunque incarcerato con l’accusa di aver aggredito un uomo innocente, ed è costretto a vendere sia il locale che la casa per poter pagare la cauzione. Cynthia viene affidata ai servizi sociali, mentre il padre inizia a lavorare come sguattero in un bar. Sedotto dalla titolare, l’ex-macellaio la mette incinta, ed assieme decidono di vendere il bar e lasciare Parigi per cercare fortuna altrove.

La sfortunata storia del protagonista continua tragicamente in Seul contre tous, primo lungometraggio di Noé e sequel di Carne. Infatti, l’ex-macellaio, dopo aver tentato invano e con scarsa convinzione di adattarsi alla nuova vita, scappa da Lille, la cittadina in cui era andato a vivere assieme alla padrona del bar e alla madre di lei. Tornato a Parigi, cerca di riappropriarsi della vita che conduceva fino a qualche anno prima, nella speranza di poter tornare a vivere dignitosamente assieme alla figlia Cynthia.

La prima doverosa osservazione è che ciò che nel mediometraggio è solo accennato, in Seul contre tous emerge chiaramente. Più di una volta sembra che l’intento di Noé sia puramente quello di scandalizzare lo spettatore tramite i gesti ed i pensieri del protagonista. Il macellaio è un personaggio controverso, abietto ma a tratti caricaturale. Pieno di astio nei confronti di tutto e di tutti, tanto il medio, quanto il lungometraggio, sono accompagnati da riflessioni lapidarie e ciniche. E tuttavia il suo atteggiamento tradisce solo un eccesso di spavalderia. Specialmente nel lungometraggio, il protagonista medita e trama vendetta contro chiunque: contro la padrona del bar, contro la madre della padrona del bar, contro le prostitute, contro gli amici, contro il direttore del mattatoio, contro il figlio del barista perché è un pedé [omosessuale], contro il barista perché difende il figlio, contro il cliente del bar che l’ha apostrofato in modo sconveniente e via discorrendo. Alimenta il proprio astio, passo dopo passo, e paradossalmente passo dopo passo si allontana dal compimento dei suoi piani di riscatto per seguire l’unico percorso che lo chiama e lo richiama, come le sirene dell’Odissea: i propri pensieri incestuosi.

Infatti, non addolcisce la pillola nemmeno l’amore del macellaio per la figlia, perché si tratta di un amore morboso. Se in Carne si poteva solamente intuire, in Seul contre tous la natura incestuosa dei pensieri del padre è più che evidente. E ciò che più stranisce, è che non colpisce. Noé ha alzato così tanto la stanghetta dello scandalo, che sembra quasi la norma che il protagonista provi attrazione sessuale per la figlia.
Non stupisce che il film si apra con un flashback del protagonista sul significato della morale – non per niente oggettivata nella pistola che il protagonista porta con sé fino alla fine del film, minacciando di usarla più e più volte –, quasi come se ci si volesse volgere la domanda. Di cosa si parla quando si parla di morale?

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Perché è proprio qui che la magia di Noé si compie. Nonostante ci offra un personaggio assolutamente abietto e disgustoso, moralmente deprecabile e capace delle più vili turpitudini, l’ex-macellaio non si riesce a condannare. C’è qualcosa che trattiene dall’esprimere il giudizio definitivo. È la totale arbitrarietà del concetto di morale o forse la presenza ossessiva di quei pensieri cinici che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha conosciuto? È a causa della compassione che si prova nei suoi confronti, o, al contrario, dell’assenza di compassione che Noé ci ha portato a sperimentare nei confronti dei personaggi-vittima della pulsione distruttiva del protagonista?

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Onestamente, non ho una risposta. Ciò che è certo, è che persino ai più ligi alla morale tradizionale scapperà la lacrimuccia durante le scene finali del film, accompagnate dallo struggente Canon in D di Pachelbel. Provare per credere.