Scena del film "Ruby Sparks" (2012) di Jonathan Dayton & Valerie Faris

Scena del film “Ruby Sparks” (2012) di Jonathan Dayton & Valerie Faris

Sin dall’alba dei tempi, artisti di ogni epoca (sempre uomini) hanno trovato ispirazione in figure femminili, o piuttosto nella propria personale proiezione di queste, chiamandole “muse”, come le dee delle arti e della letteratura della Grecia antica. Il topos della musa prevede una serie di luoghi comuni: la donna in questione è totalmente passiva, fatta semplicemente per essere ammirata, non ha pensieri, desideri o ambizioni che siano indipendenti da quelli del suo creatore, il quale tende a farne l’oggetto delle proprie attenzioni romantiche o sessuali. Tale visione ha perpetrato lo stereotipo, filtrato poi anche nella cultura pop, secondo cui le donne sono più l’oggetto che non il soggetto dell’arte, e non partecipano attivamente dei processi creativi, ma piuttosto li sollecitano passivamente, eccitando la fantasia dell’artista. Le muse, in breve, sono escluse da quel percorso (per)formativo che è il senso stesso della creazione artistica, e che comporta un processo di crescita e di autocomprensione.

Ruby Sparks (USA, 2012) è un tentativo di esplorare il topos della musa, facendo perno sulla seguente questione: cosa accade quando la musa in questione si sottrae alle aspettative dell’artista, e si rifiuta di accettare il ruolo che lui le ha assegnato? Purtroppo, nello sforzo di conservare la propria veste di commedia romantica, Ruby Sparks finisce per non sfruttare appieno il proprio potenziale critico, riducendosi infine a quel genere di film contro cui intendeva dirigere i propri intenti polemici.

In Ruby Sparks, seguiamo la storia di Calvin Weir-Fields, un giovane romanziere che, dopo aver scritto un bestseller di enorme successo, è paralizzato dal blocco dello scrittore. A questo fallimento artistico si affianca il fallimento nella vita amorosa: le donne che incontra tendono a farne un idolo, amandolo più per la sua fama che per la persona che è al di là della sua professione. Per aiutarlo a superare questo stato di paralisi, sia sul piano personale che su quello professionale, il suo terapista gli consiglia di scrivere un brano su un incontro immaginario con una persona che lo apprezzi per quello che è. Calvin prende il compito un po’ troppo sul serio: la sua musa comincia a prendere vita, e la silhouette della ragazza illuminata dal tramonto che si vede nel primissimo frame del film, comincia ad assumere i caratteri di una più definita figura femminile. Calvin scrive, in buona sostanza, della propria “ragazza ideale”: Ruby Sparks è innocente, radiosa e un po’ bizzarra. Calvin ne è stregato, scrive di lei giorno dopo giorno, sviluppando un ossessivo attaccamento nei confronti di un prodotto della propria immaginazione. È evidente come Calvin sviluppi un meccanismo di adattamento in risposta alle frustrazioni della sua vita: da vero fanboy, scrive in buona sostanza quella che è nota come self-insert fiction, inserendo opportunamente nel racconto di finzione un avatar di se stesso per vivere attraverso di esso la storia d’amore che non riesce ad avere nella vita reale. Dopo una nottata passata a scrivere un brano in cui Ruby confessa il suo amore per lui, Calvin è sorpreso dalla presenza di lei, in carne ed ossa, nella propria cucina. Ruby non indossa nient’altro che una camicia di lui e la biancheria intima, mentre regge una ciotola di cereali in una mano e un cucchiaio nell’altra, sorridendo maliziosamente all’osservatore: cosa più importante, Ruby è convinta di essere effettivamente in una relazione con Calvin, sostanzialmente proseguendo nella vita reale gli eventi di cui lui aveva scritto la sera prima. Il vero momento di svolta della storia avviene quando il protagonista, nel tentativo di dimostrare al fratello Harry che Ruby è una persona reale, scopre di poter cambiare la personalità della ragazza semplicemente scrivendo di lei. La promessa che Calvin fa a sé stesso, cioè di non tentare di cambiare la personalità di Ruby a proprio vantaggio, sarà presto infranta quando lei comincia a rifiutare il proprio ruolo passivo di musa, manifestando l’intenzione di cercarsi un lavoro e il desiderio di avere degli amici, oltre alla relazione esclusiva che ha con Calvin (significativamente, questa fase è accompagnata dal rifiuto da parte di lei delle avances sessuali di lui). Da questo momento parte un crescendo di tensione che culminerà nella scena finale: nella stessa stanza in cui Calvin ha scritto di Ruby per la prima volta, ora scarsamente illuminata e pervasa da un’atmosfera cupa, il protagonista dimostra il suo potere a Ruby, umiliandola. Egli prova che può farle fare tutto ciò che vuole soltanto scrivendone: la fa parlare in francese, schioccare le dita, spogliarsi e cantare (il sottotesto sessuale in questa scena non è nemmeno tanto sottile). La fa persino mettere a quattro zampe, e abbaiare e ringhiare come un cane – mentre l’espressione di Calvin mostra che egli stesso è scosso dal proprio potere. La sanzione del suo potere su Ruby coincide con il coronamento del suo talento di scrittore: Ruby è costretta da Calvin a saltellare urlando “Sei un genio!”, nonostante lui abbia sempre odiato sentirsi chiamare in quel modo.

Ebbene, nonostante l’atmosfera leggera del film ci spinga a simpatizzare con Calvin, scopriamo ben presto che quello del protagonista è un caso di “narratore inaffidabile”: egli, lungi dall’essere un genio incompreso, maltrattato dalla sua ex ragazza, è un narcisista maniaco del controllo, con un ego sorprendentemente fragile accompagnato dalla tendenza ad etichettare come “heartless slut” ogni donna che lo indispettisca (usa la stessa espressione contro la sua ex e contro Ruby, poco prima della scena finale). Lo scambio di battute tra Calvin e la sua ex Layla, incontrata ad una festa, è rivelatore in questo senso: «The only person you wanted to be in a relationship with is you. So I let you do that».

Calvin è circondato da altre relazioni più “realistiche” (ad esempio, quella del fratello Harry con la moglie, o quella della madre con il compagno), che, pur con i loro difetti, rappresentano la realtà della vita di coppia, fatta anche di pragmatismo e compromessi. Ciononostante, Calvin rifiuta questo modello, nel tentativo di ricreare con Ruby il suo ideale romantico di una relazione: il protagonista addossa la colpa del fallimento di questo suo progetto interamente a Ruby, per non essere stata in grado di attenersi, come lei stessa gli rimprovera con irritazione, all’ideale platonico di ragazza perfetta di lui.

Ruby è la proiezione di tutte le qualità che Calvin desidera in una donna: innocente, radiosa, dotata di una natura maliziosa, i cui difetti non fanno che renderla più attraente. Ciononostante, ella manifesta la volontà di distaccarsi dalla proiezione che Calvin ha di lei: Ruby non è altro che un medium per l’ego narcisistico del protagonista, e quando lei minaccia di valicare i confini che le sono stati imposti, Calvin vive l’episodio come una minaccia personale. Il tentativo di ribellione di Ruby è destinato alla frustrazione: la ragazza avrebbe potuto essere un’eroina fino alla fine, in un conflitto con l’antagonista maschile, da cui, alla fine, sarebbe uscita vittoriosa, assicurandosi l’indipendenza. Tristemente, fino alla fine, Ruby serve gli interessi di un uomo che è l’antagonista di se stesso.

Il finale del film lascia spiazzati e ulteriormente delusi: Calvin, dopo la scena dell’umiliazione di Ruby, pentitosi delle proprie azioni, decide di liberare per sempre la ragazza, scrivendo: “She was free” sul foglio infilato nella macchina da scrivere. Dopo aver scritto un libro sulla storia di Ruby diventato (guardacaso) un bestseller, Calvin la incontra di nuovo in un parco, nell’ambiente che ricalca il loro primo incontro all’inizio della storia: segue un amabile scambio di battute da cui emerge che la ragazza non ricorda nulla della sua storia con il protagonista – generando in questa “seconda chance” che viene data a Calvin un consistente squilibrio di potere che va tutto a vantaggio di lui, che invece conserva memoria delle azioni di entrambi. Dalle presentazioni che seguono, si evince che i due ricomincino da zero la loro relazione. Insomma, Calvin, alla fine della storia, nonostante tutto non perde nulla a parte i “poteri magici” (le cui cause nel film non vengono mai spiegate) su di lei, per giunta solo quando lui stesso decide spontaneamente di rinunciarvi. Ebbene, il fatto che Calvin non subisca conseguenze per le sue azioni, anzi, che venga poi “premiato” con una seconda chance, tradisce il senso stesso del film.

Nonostante le premesse potenzialmente positive, Ruby finisce per essere uno strumento per la realizzazione personale del protagonista maschile. Non a caso, infatti, Calvin adatta il suo personaggio alle convenzioni del caso: Ruby è un’orfana, dunque un personaggio isolato, privo di rapporti umani con altri che non sia il suo creatore. Secondo la fantasia del protagonista, il quale costruisce appositamente per lei un passato fittizio, la ragazza fu espulsa dal liceo per essere andata a letto con uno dei professori – un dettaglio che dovrebbe farla apparire una donna disinibita, ma che in realtà la qualifica tristemente come una Lolita, il mito della giovane tentatrice che legittima ogni atteggiamento “predatorio” da parte di uomini più grandi di lei.

In altre parole, Ruby, che avrebbe potuto essere un’eroina, diventa un esempio di quel topos comune a molti personaggi femminili nel cinema e nella letteratura, che il critico cinematografico Nathan Rabin ha battezzato The Manic Pixie Dream Girl. Secondo la sua definizione, in riferimento al personaggio di Kristen Dunst nel film di Cameron Crowe Elizabethtown (2007):

«Dunst embodies a character type I like to call The Manic Pixie Dream Girl (see Natalie Portman in Garden State for another prime example). The Manic Pixie Dream Girl is that bubbly, shallow, cinematic creature that exists solely in the fevered imaginations of sensitive writer-directors to teach broodingly soulful young men to embrace life and its infinite mysteries and adventures».[1]

Ruby possiede tutte le qualità di questo topos: è candida ma al tempo stesso seducente, il suo solo scopo è contribuire al progetto narrativo del protagonista maschile, non ha una vita indipendente da lui, e quando prova ad ottenerla viene punita per questo; non ha una famiglia, non ha amici, non ha interessi né un vero lavoro. È semplicemente la fonte di ispirazione di un uomo travagliato e narcisista e non ha la possibilità di perseguire il proprio ideale di felicità (che nel caso di Ruby sarebbe stato seguire un corso di arte, incontrare persone nuove, avere più spazi di libertà e autonomia).

In conclusione, Ruby Sparks è un film pieno di potenziale, anche se non resta fedele fino alla fine al suo intento di critica nei confronti della rappresentazione dei personaggi femminili come semplici oggetti del desiderio del protagonista di turno. Infatti, quando Calvin si rende finalmente conto che anche Ruby ha bisogno di perseguire i propri desideri e le proprie aspirazioni, e non di essere trattata solo come oggetto del proprio desiderio, il corso degli eventi lo premia con una seconda possibilità di redimersi, a spese di Ruby, che così è costretta a ritornare ad essere una Manic Pixie Dream Girl, solo per offrire al protagonista una (immeritata) seconda chance.

[1] N. Rabin, The Bataan Death March of Whimsy Case File #1: “Elizabethtown”, available on http://www.avclub.com/article/the-bataan-death-march-of-whimsy-case-file-1-emeli-15577