Se un genere su tutti può dirsi eclettico e cangiante, tale primato va senz’altro a premiare il cinema horror; in questo senso avvicinandosi alla visione di The Witch era d’obbligo una certa cautela iniziale. Di primo acchito gli elementi che la pellicola fornisce sembrano perfettamente stereotipati: una famigliola indifesa, un luogo isolato e lugubre, un pervasivo retaggio religioso e un titolo che lascia poco all’immaginazione. Dunque tanta angoscia e sporadici sussulti sulla poltrona, questa la formula più probabile; ma naturalmente la prima impressione è spesso la più fuorviante. Rinchiudere The Witch nelle pur larghe maglie del genere horror sarebbe ingeneroso: Eggers, al suo debutto, si presenta con un film che rinuncia a soddisfare ogni più gretta pretesa del pubblico, e piuttosto si concentra su un realismo maniacale al limite dell’inquietante –si leggano a tal proposito le stesse dichiarazioni dell’autore– che rende principe la componente storico-filologica.

Bastano pochi minuti di visione per tradire i canoni dell’horror, poiché la storia rivela subito la presenza maligna, ossia la strega che dimora nei boschi del New England. Neanche mezz’ora di suspense dunque che già il regista sembra bruciare quanto metodicamente accumulato fino a quel momento grazie a una colonna sonora eccellente e dei toni cromatici da cinema russo; ma è una mossa sapiente, una mossa che dà all’opera un respiro più ampio: l’orrore non è più l’obiettivo della produzione, e ne diventa piuttosto l’oggetto narrativo. La scelta di centellinare le scene orride e quelle da jumpscare, fino quasi ad azzerare queste ultime, è una chiara presa di posizione in favore della prevalenza della componente fantastico-folkloristica. Per quanto l’atmosfera mantenga sempre una certa inquietudine di fondo, che nel finale pure si sfoga degnamente, a risaltare è la cura del personaggio mostruoso: ogni sua forma e ogni suo famiglio si manifestano armonicamente secondo i più ferrei archetipi stregoneschi, essendo la lepre, il caprone, il corvo, il rospo, ed altri con loro, ricorrenti in maniera ossessiva nella pellicola, taluni visibili talaltri prontamente citati nei deliri dei diversi protagonisti. Inevitabile l’associazione ad un’altra declinazione, parimenti valida sul piano filologico ma orientata verso lidi psicopatologici, ossia Antichrist del maestro von Trier, dove pure il bosco e la sua fauna si facevano correlativo oggettivo del più struggente dramma materno. A caratterizzare The Witch è però una narrazione meno estrosa e invece saldamente collocata all’interno di un dato contesto storico-sociale, in cui prevale prepotentemente un preciso immaginario religioso e cultuale.

La figura della strega permette inoltre al film di proporre un rilettura dei topoi fiabeschi prettamente analitica, che non risulta però mai stucchevole. Anzi una simile proposta cattura l’interesse dello spettatore, obbligato dal mezzo a vedere la fiaba per quello che è, con tutti i suoi sotto-testi, in particolare quelli morbosamente sessuali, che non vengono in nessun modo edulcorati dalla narrazione. Spicca in questo senso il ruolo e l’interpretazione di Harvey “Caleb” Scrimshaw, le cui vicende individuali costituiscono un vero e proprio spartiacque per l’accettazione da parte dello spettatore della componente magica; è infatti preferibile parlare di componente magica piuttosto che fantastica, poiché quest’ultima, presa da sé, risulta quasi interamente assente, se si escludono sporadici momenti in cui comunque permane un’incertezza di fondo su cosa si è visto su schermo. Il risultato è pressoché opposto a quello ottenuto in un’altra opera, collocabile anch’essa a metà tra l’horror e il fantastico, ossia The Company of Wolves di Neil Jordan, che costituisce un nobile precedente; si ha anche qui un’interpretazione della fiaba in senso orrorifico, sempre attraverso un’interpretazione del soggetto di impronta analitico-filologica, eppure in questo caso viene a mancare quella forte contestualizzazione che rende invece The Witch così realistico e credibile.

Va concesso ai classificatori maniacali che la pellicola, nella costruzione della suspense e del setting in particolare, si rifà al cinema horror e mystery in generale: si pensi ai gemelli di kubrickiana memoria, alle atmosfere disturbanti che ricordano gli orrori celati de Il nastro bianco e ad un’ambientazione realizzata secondo canoni minimali che sembrano un’eco nobilitata e autoriale di The Blair Witch Project.

The Witch si rivela una sorpresa gradita nell’ambito del genere, e più in generale un film dal taglio fortemente autoriale destinato ad essere qualcosa di più di un mero esordio brillante. Il regista dimostra di saper andare oltre gli obiettivi che accomunano le produzioni horror contemporanee, ricordando agli spettatori, in un finale dal gusto vagamente felliniano, che l’estro c’è, e quando non si vede è perché è celato da un’elegante maestria.

10922445_393958107441854_7663754137048701458_nRuggero M. Coppola Nato e cresciuto a Roma, è dottore in Giurisprudenza. La sua passione è il fumetto, ma segue con divertimento anche il panorama videoludico. Scrive su CinePhilo perché costretto da poteri forti.