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Scena del film Antichrist (2009) di Lars von Trier

Se vi ritrovaste mai a chiedermi un parere sull’universo, vi direi che le cose davvero belle si possono contare sulla punta delle dita di una mano: tra queste, annovererei sicuramente i film di Lars von Trier. Certo, non tutti e forse non nella loro interezza, ma Antichrist (2009) rappresenta probabilmente uno di quelli che citerei senza batter ciglio.

Che Lars von Trier abbia sofferto di depressione nel corso della sua vita non è un mistero; il fatto che però sia riuscito ad incanalarla in un’opera d’arte meravigliosa e al contempo disturbante come Antichrist rappresenta probabilmente una delle vittorie più grandi che un regista possa ottenere.

Antichrist parla di depressione e allo stesso tempo parla di molto altro: parla del sesso femminile, di esoterismo, di psicanalisi e di amore. Più di tutto, forse, parla di morte.

D’altronde, la scena iniziale, rappresenta proprio questo: l’amore e la morte, l’estasi e il tragico, eros e thanatos. E sono proprio l’amore e la morte a tessere i fili narrativi dell’intera vicenda: la malattia di Charlotte Gainsbourg, l’incapacità di perdonarsi la morte del figlio -cosa che alla fine appare solo come un pallido pretesto. Cosa non riesce davvero a perdonarsi la protagonista? L’incapacità di gestire le proprie pulsioni o il mero averle presenti in lei, nel suo corpo? L’indole (auto)distruttiva che ne scaturisce deriva dalla malattia o dall’umanità stessa che la permane?

E Willem Defoe, psicoterapeuta dedito all’abnegazione, ama davvero così ciecamente sua moglie o ama più il proprio ego, che lo spinge fino alla fine a porsi come ultimo barlume di salvezza per la moglie violenta? Cosa ha provocato in lui la morte del figlio? È capace di empatia?

La morte penetra ogni anfratto della narrazione: dappertutto si vedono animali putrescenti, deformi, mostruosi. E al contempo ogni elemento della narrazione porta con sé un significato ulteriore, che non tace, anzi, echeggia nel susseguirsi degli eventi, come il suono delle ghiande sul tetto o il gracchiare del corvo.

La protagonista, in superficie madre affranta e depressa, in realtà emerge come figura di genitrice degenere. Perde di vista il figlio durante la loro villeggiatura e lo costringe ad indossare le scarpe al contrario (apparentemente non rendendosi conto dell’errore). Tutto lascia supporre che in realtà, il figlio, altro non fosse che un bieco pretesto; la scusante dell’auto-umiliazione, derivante invece dal suo essere donna e come tale demoniaca. La tesi della protagonista, sviluppatasi durante i suoi studi, non mira a screditare gli uomini, colpevoli di aver arso sul rogo delle presunte streghe; piuttosto è il femmineo, forza distruttiva, a dover essere punito.

Von Trier non è estraneo a queste tematiche, sviluppate in modo analogo in Melancholia (2011) e Nymphomaniac [vol. 1 & 2] (2013) – non a caso i restanti film della trilogia della depressione. Il potere femminile è una forza inarrestabile, incapace di essere domata e controllata; chiunque ci provi ne resterà inevitabilmente schiacciato, annientato. L’automutilazione operata da Charlotte Gainsbourg, d’altronde, che funzione ha se non quella di recidere alla base il fulcro stesso della femminilità, ultimo disperato tentativo di redenzione?

Defoe, in questo contesto, appare più come un catalizzatore, la vittima sacrificale delle pulsioni incontrollate. La razionalità che cerca di contenere la forza dirompente della natura, il confine che tenta di costringere l’universo in uno spazio dato e definito. Anche quando sembra che la morte sia riuscita a piegare il fulcro stesso delle forze primordiali, ecco che un’orda di donne senza volto attraversa lo schermo. Non ci sono vincitori, ci sono soltanto vinti.

Benedetta Magro