Una scena del film "Viola di Mare" di Donatella Maiorca (2009).

Una scena del film Viola di Mare di Donatella Maiorca (2009)

“Mio padre lo voleva maschio, ché una femmina è una vergogna peggio della morte… Mia madre aveva quindici anni, l’ha fatta partorire con un coltello alla gola. Un grido prolungato all’infinito… poi, il silenzio. Sono nata io, sporca e rossa come una cotognata appena fatta. Sono nata io, una femmina. E tu non l’hai ammazzata a mia madre. Rassegnati: sono io. Sono Angela”.

Eccola, un’altra “becoming story”, direte voi, se avete presente la trama di questo misconosciuto film del 2009 per la regia di Donatella Maiorca.
Se no, la storia è questa: la protagonista è Angela, una ragazza figlia del curatolo di una cava di tufo nella Sicilia dell’Ottocento, costretta dal padre a vestire i panni di un uomo, per salvare la famiglia dallo scandalo quando lei s’innamorerà della compaesana Sara. Eppure, credo che la storia di Angela che si fa Angelo valga la pena di essere vista: innanzitutto, per puro campanilismo. È una produzione tutta italiana tra quelle (poche) che affrontano il tema scomodo dell’amore lesbico: sullo schermo si alternano una Valeria Solarino che strega sia in panni maschili che femminili, una commovente Isabella Ragonese, una torbida Lucrezia Lante della Rovere, una truce Maria Grazia Cucinotta (tra l’altro produttrice del film). Inoltre, questa è una storia strana, perché in questa “becoming story” Angela non diventa un bel niente. Angela è, è sempre stata, una donna, che diviene maschio solo negli abiti, ma non nell’identità: non è una questione di genere, insomma, ma solo un’imposizione del padre padrone nel tentativo di salvare le apparenze, una pena dolorosa scontata da chi ha avuto la singolare sfortuna di nascere femmina, e ora si vede obbligata a indossare i panni del “picciotto”. Nel mondo patriarcale in cui vive, Angela non ha altra scelta che farsi maschio per amore. D’altronde, non è difficile: basta l’intercessione della madre, la connivenza del parroco, e la protezione del padre, che è colui che fa la legge, e che a un certo punto sostiene con ira: «Se io domani mi faccio cane, a tutti “bau bau” gli faccio fare». L’attualità di questo film sta appunto nel tentativo della protagonista di ribellarsi all’ipocrisia di chi vorrebbe costringerla a rinnegare la propria natura, non diversamente da quel che accade ancora oggi a molte donne, forse con mezzi differenti ma non meno umilianti.

Tra le figure maschili del film, il padre padrone, interpretato magistralmente da Ennio Fantastichini, spicca in quanto incarnazione del potere patriarcale – mai termine fu più adatto per descrivere i rapporti di potere in quel paesino siciliano, sullo sfondo di un paesaggio spettrale fatto di scogliere, tufo e sterpi. Accanto alla granitica fissità di questi elementi naturali, c’è il mare. Fissare l’attenzione sul mare non mi sembra peregrino per l’economia del film: se la cava di tufo è dominio degli uomini, il mare che abbraccia l’isola è simbolo dell’altra metà di questa storia. Per mare se ne va e dal mare ritorna Sara, già cresciuta, in tempo perché Angela raccolga il coraggio di confessarle, in modo brusco eppure tenero, i propri sentimenti. Fa da colonna sonora al film la chitarra feroce di Gianna Nannini (e l’accostamento anacronistico genera un effetto più gradevole di quanto non sembri a dirlo, provare per credere). Un commento su YouTube alla sua canzone “Sogno”, che si sente nei titoli di coda, mi spinge a puntare l’attenzione su questo verso: “Sogno che entra il mare in questo bosco di frattaglie…”, e credo proprio di non poterlo spiegare meglio di così: questo mare in un movimento impetuoso e costante è il simbolo di un desiderio autentico e irrinunciabile, che si fa strada nella vita di queste due donne, circondate da un girotondo di altre figure femminili, più anziane, di cui non restano altro che corpi scarnificati, consacrati al desiderio maschile e da questo, per tutta risposta, profanati: una moglie battuta dal marito, che si sfoga su di lei perché il tufo della cava va marcendo; un’altra donna costretta a prendere i voti dopo una gravidanza fuori dal matrimonio (colpa del prete, per giunta), e che ancora conserva il feto abortito in barattolo di vetro, feticcio dell’unico modo di “essere femmina” che lei abbia mai conosciuto. La “coppola” da una parte, il velo nero dall’altra, e in mezzo Angela/Angelo che vive in questo strano limbo in cui veste entrambi.

La relazione tra Angela e Sara traccia uno spazio di grazia strappato alla crudeltà di un matrimonio combinato (che sarebbe altrimenti stata la sorte di entrambe), e, per una volta, il modo in cui il film ritrae la loro vita insieme non indulge in sguardi ludici: l’occhio della telecamera è sempre intimo, anche quando è indiscreto, e fotografa un meraviglioso mescolarsi di ruoli, una vita domestica e affettiva in cui non ha importanza chi porta la coppola e chi porta il velo, chi i pantaloni e chi la gonna, chi i capelli lunghi e chi corti: le due si fanno beffe dei loro stessi ruoli quando, come per gioco, si scambiano i vestiti guardandosi allo specchio, entrambe con il sorriso malizioso di chi infrange impunemente le regole (e questa sì, questa sì che è una questione di genere). In un certo senso, però, non è del tutto vero che Angela non “diviene” nulla in questa storia: ella, dopotutto, dai pantaloni e la coppola ci guadagna qualcosa. E così, pian piano, il tempo di abituarsi alle bende che le stringono il seno e le impediscono di respirare, comincia a muoversi, a reagire come un uomo: Angela acquista una agency, un potere di fare che, nell’impaccio della gonna, non aveva mai avuto. Ed è quasi con candore che si rapporta alla biologia del suo corpo femminile (il ciclo mestruale, o la visita dal medico di leva). Ma per questo c’è un prezzo da pagare, perché «non tutto si può risolvere con un fagotto di pezza nei pantaloni» … Non faccio spoiler sul finale, anche se non è difficile immaginarlo, vista l’atmosfera del film e l’effetto di un finale tragico per una storia di un amore travagliato (e omosessuale).

Ciononostante, e nonostante i dialoghi da telenovela, la regia e la recitazione a volte un po’ grezze, il mio consiglio è: taliatelo. Ne vale la pena.

(Quasi dimenticavo: “La Viola è un pesce e lo ha voluto Dio. Quando è maschio si chiama Minchia di Re. Per amore diventa femmina e ha i colori del fiore. Torna di nuovo maschio dopo che l’acqua si è presa le sue uova”. Dal romanzo “Minchia di Re”, di Giacomo Pilati, da cui è tratto il film).