L’anno scorso sono riuscito agilmente a non far coincidere i due eventi, quest’anno mi è andata peggio. Già, perché – lo dirò sottovoce – fine agosto/inizio settembre non significa solo Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia (d’ora in poi “Mostra”), ma anche l’inizio della stagione fantacalcistica¹, il cui evento principale è l’asta, situazione in cui i partecipanti si riuniscono per dare forma alle proprie fantarose.

Non potendo essere presente, ho avuto la brillante (leggasi “idiota”) idea di fare l’asta per telefono, convinto che sarebbe bastata la presenza fisica in loco del mio compagno di squadra. All’inizio sembrava proprio che potessimo farcela, almeno fino ai portieri. Poi, non so bene perché, tutto è degenerato e abbiamo finito con lo svenarci per Salah.

Alla fine, si sa, sono i giocatori presi a 1 quelli che ti salvano, quelli che decidono di fare i fenomeni – Verdi – e tutto assume di colpo un’altra luce.

Torno sul seminato.

L’asta è, prima di tutto, un momento di confronto, o meglio di scontro, in cui ognuno porta avanti le proprie convinzioni, in cui accade di tutto, screzi gratuiti, rilanci infiniti etc…; insomma una vera e propria battaglia.

Sarà un caso che abbia visto proprio “Hacksaw Ridge” quella mattina?

Col senno di poi – e si sa quante cose sono facili a dirsi così – direi di no.

È proprio a partire da questa esperienza che ho ritenuto – forse a sproposito – che la guerra e tutto ciò che comporta fosse un tema ricorrente di quest’edizione della Mostra.

Il succitato film di Mel Gibson, presentato Fuori Concorso, ha un merito non del tutto scontato, quello di ricordare che la narrazione è basata su un fatto realmente accaduto, su questo Gibson ha calcato tanto, sia nelle dichiarazioni che a inizio e fine film. Proprio non voleva che dimenticassimo la storia di Desmond Doss, che ha servito nell’esercito statunitense durante la seconda guerra mondiale come soccorritore/medico senza avere con sé alcuna arma; egli è stato il primo (di tre) obiettori di coscienza a essere insignito del più alto riconoscimento militare negli U.S.A, la medaglia d’onore.

Pellicola dal minutaggio eccessivo [131 minuti], scorre, tutto sommato, abbastanza placidamente, cullata dalle lunghe sequenze d’azione, scene romantiche, di addestramento etc… e risulta particolarmente poco innovativa per la struttura, ampiamente ripresa dal genere di appartenenza.

La frase chiave del film, che funge un po’ da sommario nel caso lo spettatore un po’ distratto si risvegli di colpo, è quella che Desmond, nel pieno della sua eroica azione di salvataggio, ripete: “One more, please God help me find one more.”

A mio avviso va presa in due sensi, sia come invocazione e preghiera a Dio affinché lo assista nello svolgimento del suo compito, sia a se stesso perché non si dimentichi di qual è il suo scopo in quel momento, nonostante la disperata situazione in cui si trova.

Infatti, l’altra questione che Mel Gibson ha voluto mettere in luce è l’estrema normalità di un uomo che, invece, ha compiuto qualcosa di eccezionale. La pellicola, a conti fatti, non risulta nulla di speciale, particolarmente dimenticabili sono le scene romantiche che anticipano l’andata in guerra del protagonista e tutta l’impalcatura retorico-religiosa di cui è permeata la narrazione. Insomma, niente più, ma anche niente meno, di un film godibile.

Un lavoro di ben altro spessore artistico è senz’altro Geumul (The Net) di Kim Ki-duk, incluso nella sezione minore e non competitiva “Cinema nel Giardino”. Il film è stato proiettato di solito nella nuova sala Giardino – un enorme cubo rosso di dubbio gusto estetico -, la quale si trova vicino al piazzale principale del Movie Village, dove fino a un anno fa insisteva il cantiere per la nuova Sala Grande.

Il film tratta di ciò che accade a un pescatore della Corea del Nord quando, per un guasto al motore della barca, entra, accidentalmente, in Corea del Sud, dove è subito messo sotto indagine per verificare se si tratta di una spia.

Il taglio che il regista dà alla pellicola, sebbene all’inizio possa apparire tragico-comico – un po’ alla Fantozzi – ben presto si mostra completamente differente; laddove con il ragionier Ugo lo spettatore non si immedesima e, proprio per questo, riesce a ridere delle disgrazie che gli capitano, qui, con il pescatore, non si dà distacco e, anzi, si crea quasi da subito un legame empatico. Tale legame, non solo emozionale, è corroborato, quando il pescatore risponde a un quesito, ovvero a come si sarebbe comportato in caso di guasto al motore della sua barca.

Egli posto di fronte a quest’interrogativo, senza dubbi, spiega che non gli sarebbe possibile lasciarla e tornare a nuoto a riva – il lago in cui pesca funge da confine tra i due stati -, perché questo avrebbe significato perder la sua unica fonte di reddito con cui sostentare se stesso e la sua famiglia. Egli ribadisce risolutamente la propria posizione anche di fronte al fatto che, non tornando a riva, sarebbe portato dalla corrente verso la zona di competenza della Corea del Sud e, dunque, incriminato per diserzione, punibile con la morte.

Il regista costruisce il film proprio a partire da questo what if – che di ipotetico non avrà più nulla e quasi rende reale una accadimento solo ipotizzato -, mostrandone gli sviluppi e le pratiche investigative e interrogatorie a cui il pescatore è sottoposto.

Tutto questo, non tanto e non solo, per mostrare l’incidenza del potere dello Stato su un singolo, bensì quanto è facilmente distruttibile una vita umana se sottoposta a questa o quella ideologia. Non sorprende, infatti, che la conclusione a cui lo spettatore giunge sia che le due Coree, apparentemente tanto diverse, sono in realtà estremamente simili.

Ognuna impone la propria ideologia ai propri cittadini/sudditi, la differenza sta tutta nel fatto che l’una, quella del Sud, lavora meglio nel mostrare una realtà più accogliente e ricca. La conclusione concettuale dell’opera è che, sebbene un’ideologia possa essere maggiormente manifesta di un’altra, entrambe hanno degli effetti e delle logiche d’azione che non rispettano, specialmente quella che più si dichiara democratica, ciò che dichiarano di difendere, ovvero la libertà e il benessere di un proprio cittadino. Nessun obbligo, nemmeno quello a essere liberi, può assegnare la libertà, specialmente se essa è eterodiretta e calata dall’alto.

Un altro film che, purtroppo, mi ha deluso è quello di Emir Kusturica, in Concorso con “On the Milky Road” (Na mliječnom putu in originale).

Il film, che vede nei due ruoli principali lo stesso regista e Monica Bellucci, tratta di una storia d’amore, che nasce e si sviluppa – fino a saltare letteralmente per aria – durante una guerra tra paesi balcanici, e delle rocambolesche vicende di cui sono protagonisti i due innamorati, un’esule italiana e un lattaio serbo.

La pellicola presenta tutto ciò che ci si aspetta, o almeno io mi sono aspettato, da un film di Kusturica; non mancano sparatorie, feste gitane, gente che beve e lancia i bicchieri, galli che saltano, situazioni brutali e umorismo grottesco.

Un film di certo piacevole, non all’altezza dei suoi precedenti – a rigore va detto che io parlo riferendomi ai soli Underground e Gatto nero, gatto bianco -; l’impressione è che il regista di Sarajevo sia un po’ appannato, il che è confermato da qualche passaggio a vuoto che rende il film, dal minutaggio ordinario [125’], forse troppo lungo, tenendo conto soprattutto di quella che è la trama e del suo sviluppo.

Come primo esempio di conflitto, inteso in senso più generale, considero The Light between Oceans, altro film in Concorso, con un cast interessante (Michael Fassbender e Alicia Vikander i due protagonisti). Questo dramma romantico, tratto dall’omonimo libro di M.L. Stedman e diretto da Derek Cianfrance (avete presente Blue Valentine e Come un tuono?), ha di certo avuto una grande capacità attrattiva – potete immaginare perché –, ma non riesce a ripagare lo spettatore così irretito. Risulta un film smielato, piuttosto noioso e lento, specialmente a causa della gestione dei vari passaggi di trama, troppo spesso affidati a lettura di biglietti e lettere. Nota positiva la fotografia che mette in mostra paesaggi incontaminati e riusciti giochi di luce tra il faro e il mare in varie stagioni e momenti della giornata.

Fassbender impersona un militare, reduce dalla prima guerra mondiale, che decide di ritirarsi a fare il guardiano del faro in un’isola sperduta, cercando la solitudine e la tranquillità. Non va proprio così: sboccia l’amore per una ragazza e insieme si renderanno complici di un’azione che infangherà le loro coscienze e che continuerà a tormentarli, creando forti conflitti interiori ed esteriori tra loro e la vicina cittadina.

Un altro film su questa linea è Home, vincitore del premio per la migliore regia nella sezione Orizzonti. Il suo punto di forza è proprio la regia, anche se non credevo potesse arrivare a vincere un premio. La regista, Fien Troch, ha impiegato in più di un’occasione riprese dal cellulare, laddove, coerentemente con la scena, uno dei personaggi era intento a riprendere o a far vedere un video fatto con tale dispositivo.

Scopo del film è raccontare le tensioni tra due diverse generazioni, adolescenti e adulti, figli e genitori; la regista cerca di mostrare, non sempre nel migliore dei modi, un ampio ventaglio di situazioni in cui le due categorie si confrontano, provando a tratteggiare dinamiche sia di vita familiare che di quella comunitaria. Forse sono proprio l’azione corale e i molti personaggi a rendere il film frammentato e la caratterizzazione stessa non risulta particolarmente riuscita, sfociando in un finale che ritengo un po’ troppo calcato e poco giustificato dalla premesse poste.

Ultimo film preso in considerazione in questo post tematico è The War Show. Una delle pellicole che più mi ha colpito e preso di tutta la Mostra, presentata in una delle due sezioni autonome e parallele che la Mostra ospita al suo interno, Le Giornate degli Autori (GdA) – l’altra è la Settimana internazionale della critica (SIC) -. È un documentario, un reportage e un road movie – che a momenti sfocia quasi nel filmino familiare – nella Siria odierna. Siamo accanto a una serie di giovani, tra cui c’è anche la regista, Obaidah Zytoon, e li seguiamo nella primavera del 2011 quando si uniscono alle proteste di massa verso il regime di Bashar al-Assad.

Pellicola molto forte, che è frutto della raccolta della regista del materiale girato dai rivoluzionari stessi che a turno, di volta in volta, portavano con sé la telecamera.

La sceneggiatura, opera di Obadiah stessa, di Andreas Dalsgaard e Spencer Osberg, costruita sulla base del girato tiene insieme le vicende vissute dai vari rivoluzionari, alcuni dei quali sono morti, sviluppando un interessante e profondo lavoro su cosa rappresenta, cosa comporta e in che modo si riesce a superare la guerra.

Il conflitto diventa materia di studio e in 7 densi capitoli viene descritto il fallimento di una rivoluzione, la distruzione dei sogni e delle speranze che hanno animato la rivolta pacifica contro il regime monopartitico di Bashar al-Assad e che, invece, hanno portato all’istaurazione di un altro regime di fondamentalisti islamici.

Scopo principale di questa coraggiosa regista è, l’ha detto esplicitamente durante l’incontro dopo la proiezione, quello di mostrare qualcosa che a ora è poco noto, e ricordare che non è né qualcosa di remoto né tantomeno di estinto.

Questo documentario ha certamente un’importanza enorme per il messaggio che veicola e trasmette nel modo più schietto e diretto possibile cercando di rendere “storie umane attraverso le quali emerge un ritratto politico e sociale della guerra civile siriana […], che è il conflitto dei nostri tempi.” [estratto dalla descrizione del film presente nel catalogo delle GdA]

See you space cowboys…

Livio Setaro

Legenda:

1/5 stelle

2/5 stelle

2,5/5 stelle

3/5 stelle

3,5/5 stelle

4/5 stelle

4,5/5 stelle

5/5 stelle

¹[fantacalcio è un gioco di ruolo che si basa su un campionato di calcio, in questo caso la Serie A italiana]