C’è un punto oltre il quale le convenzioni tramite cui ci siamo mossi e le abitudini che abbiamo interiorizzato cessano di avere ogni valore. È un punto di non ritorno oltre cui gli spazi, un tempo densi di significati condivisi, si svuotano drammaticamente per far posto a un individuale nichilismo capace di una cieca formattazione.
È il punto che Gus Van Sant ha provato a mostrare in “Gerry” (2002) e “Elephant” (2003), primi due capitoli della cosiddetta “Death Trilogy”, due film di inquietante bellezza e semplicità. In entrambi i film, il punto di non ritorno è percepito sin dai primi minuti. Si avverte una tensione che non tarderà a trovare una sua ineluttabile attualizzazione. Gerry comincia con un lungo piano sequenza in mezzo al deserto, dove due amici guidano silenziosi in attesa della loro avventura. Elephant si apre con una macchina che avanza incerta per le strade di una tranquilla cittadina, a tratti sbandando. Quella macchina potrebbe essere per i protagonisti l’ultimo spazio sicuro, una protezione dal punto di non ritorno o l’improvvisa accelerazione verso il suo baratro.

Scena di "Gerry", retrospettiva su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Scena di Gerry, mostra su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Il punto di non ritorno non può in realtà essere avvertito direttamente, non ha una forma definita né precisa collocazione nel tempo. È un passaggio impercettibile, una frattura delle categorie spazio-temporali che avviene inconsciamente. I due amici di Gerry (Matt Damon e Casey Affleck) si perdono nello spazio immenso del deserto americano senza alcun preavviso. Lo spazio del deserto, con i suoi punti di riferimento, pochi, ma pur sempre riconoscibili, finisce per annullarsi e perdere la sua dimensione empirica senza che si possa osservare nei protagonisti una qualche trasformazione. Il deserto diviene pura spazialità in cui ci si muove in tondo all’infinito, nell’impossibilità di andare davvero da qualche parte. I due protagonisti continuano a camminare come se si muovessero in spazi noti, parlano di telequiz e videogames, non mostrano segni di preoccupazione. Nell’insensatezza crescente dei loro brevi dialoghi, ciechi di fronte all’incombente minaccia, si avverte l’anticipazione di uno smarrimento irreversibile. La perdita dello spazio empirico, che colpisce loro così come lo spettatore, annulla ogni percezione del tempo. Lo spazio finisce per prevalere sul tempo, lo fonda e in questo caso lo annulla: l’alba e il tramonto si invertono e alternano senza sosta. Sono entrati in una sfera altra, in uno spazio-per-la-morte, se così si può chiamare, che ha annullato ogni altra possibile esperienza.

Anche Elephant parla di due amici che hanno passato il punto di non ritorno. Uno ama suonare Beethoven al pianoforte, l’altro si diverte a giocare al computer. Il suo avatar si muove in uno spazio bianco e sempre uguale alla ricerca di vittime cui sparare, due omini che ricordano tristemente i due amici di Gerry persi nel deserto bianco. Lo spazio empirico di Alex e Eric, due studenti qualsiasi di Elephant, è la loro scuola superiore, luogo di attività scolastiche, teatro di speranze, paure e sogni che sarà trasformato dai due in spazio-per-il-massacro. La scuola è trasformata in pura spazialità in cui ogni regola e convenzione è sospesa, ogni significato annullato: la ri-semantizzazione messa in atto da Eric e Alex sarà un processo di pura virtualizzazione. Lo spazio empirico, che era spazio della vita quotidiana di centinaia di studenti, è annullato e trasformato in un deserto in cui i personaggi avanzano con i fucili puntati fino alla prossima vittima, in un loop senza fine, esattamente come in un videogame.

Scena di "Elephant", retrospettiva su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Scena di Elephant, mostra su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

L’abilità di Gus Van Sant sta nel trasmettere allo spettatore un senso di incertezza e ineluttabilità. In Gerry, il deserto è disarmante nella sua variegata e cangiante bellezza, che stride con la situazione disperata dei due protagonisti. Lo spettatore stesso è combattuto tra la contemplazione della natura, su cui Van Sant si sofferma a lungo, e la volontà di scuotere i protagonisti dalla loro apparente calma. I due non si lasciano andare a scene di rabbia o disperazione, ma la loro razionalità pare più giovanile temerarietà che non coscienza del reale pericolo. Anch’essi danno l’impressione di muoversi in un videogioco, in cui oltre allo spazio e il tempo, anche la morte è stata annullata, non concepita. Inoltre, lo spettatore è disorientato dalla loro stessa identità. Entrambi si chiamano Gerry e amano inserire nelle loro rare frasi il fantomatico verbo to gerry, che indica qualcosa come il fallimento, il mandare tutto a rotoli. In Elephant allo stesso modo, Gus Van Sant rende l’idea della catastrofe imminente riprendendo più volte la stessa scena a partire da un diverso punto di vista, come a voler mostrare la fragilità degli individui, sempre osservati dall’esterno, resi precari e in qualche modo annullati nella loro insostituibile unicità, ridotti a meri pixel da abbattere senza particolare emozione. Chi sono Eric e Alex? Paiono due ragazzi normali, che vivono le loro piccole crisi di adolescenti e non hanno ancora dato il primo bacio. Eppure il viaggio verso il loro personale punto di non ritorno è giunto alla fine. Anche loro, in un modo o nell’altro, hanno “gerried everything”, hanno mandato tutto a rotoli.

Scena di "Gerry", retrospettiva su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

Scena di Gerry, mostra su Gus Van Sant al Museo Nazionale del Cinema di Torino

La prima notte in cui i Gerry si perdono, uno dei due racconta all’altro di aver conquistato Tebe in un videogioco, ma di aver perso il controllo della città in seguito a calamità naturali imprevedibili. Questa breve storia indica una possibile chiave di lettura dei due film, in cui i protagonisti, così come nel videogioco, tentano di mantenere il controllo pur essendo spinti al loro punto di non ritorno da forze invisibili e superiori, sovra-determinati dallo spazio della natura (in Gerry) e dallo spazio sociale (in Elephant), due tipi di spazio insensibili alle specifiche esigenze dell’individuo. Nell’inospitalità di uno spazio eterodiretto, gli individui, in un modo o nell’altro, sono tristemente destinati a uccidere o a soccombere.