“Noi negli States – dove io, insomma, lavoro con una frequenza veramente impressionante – non siamo mai abbastanza liberi, c’è sempre un controllo dall’alto, hai capito? Non c’è libertà!”

“No! Io non mi faccio imporre niente, amico mio! Il mio motto sai qual è?”

“No!”

“Qualità o morte!”¹

Pronti, via!

Ci sto prendendo davvero gusto e me sembra (quasi) de esse’ diventato serio.

Proprio per scongiurare quest’impressione e, se possibile, mettere in crisi il mio caro presidente – autoproclamatosi -, dopo che la volta scorsa ho provato a essere ordinato, scegliere un tema, cercare un tono più professionale e via dicendo…

Questa volta andrò a braccio, darò sfogo a me stesso: ma ci sarà un filo a unire i vari paragrafi del post e sarà costituito da tutti i film che più mi hanno impressionato, in senso positivo e negativo.

Tratterò di tutto ciò che della Mostra mi è piaciuto molto e, per converso, di ciò che mi ha fatto più alterare, scattare la cosiddetta “vena grossa”.

Partiamo dal positivo – sebbene nessuna pellicola è riuscita a eguagliare i miei due preferiti dell’anno scorso, Anomalisa e Non Essere Cattivo, ma mica è sempre domenica -.

Abbastanza criticato dagli addetti ai lavori è stato l’ultimo lavoro di Roan Johnson, Piuma; a me, come ogni film di quel tipo, è piaciuto molto, difatti sono veramente troppo di parte –mi sembrava giusto premetterlo, come si dice “excusatio non petita…”.

La trama è quella di Juno senza la parte dell’adozione, infatti la giovane coppia di maturandi romani – altra differenza notevole – decide in principio e risolutamente di tenere il bambino.

Il film tratta, infatti, oltre che della gravidanza, anche e, soprattutto, del contesto familiare e di vita dei due giovani. Le due famiglie, in modo differente, sono tutte e due scalcagnate, ma aiutano i due a gestire la gravidanza e tutto ciò che ne segue.

Personalmente sono stupito di vedere una pellicola così – banalmente più da Sundance, ma è bene che vengano un po’ meno ‘sti confini rigidi – nella sezione principale della Mostra. Risulta leggero – risparmio il terribile gioco di parole richiamando il titolo -, davvero molto piacevole e a tratti divertente, specialmente per me che noto e apprezzo, da romano, il dialetto, la gestualità e alcune forme di slang giovanile laziale.

Una delusione enorme, invece, è stato The Bad Batch, scritto e diretto da Ana Lily Amirpour, anch’esso in Concorso, premiato con il Premio Speciale della Giuria.

È il classico esempio di aspettative pompate, in questo caso dal balordissimo articoletto di Ciak in Mostra (quotidiano gratuito distribuito durante le giornate della Mostra che recensisce e funge da informativa sui film proiettati) che ha definito la regista “Tarantino in gonnella”, cosa quantomeno discutibile, per mantenere toni cordiali.

Il film è decisamente particolare e molto interessante per colonna sonora e, soprattutto, fotografia. Il resto è terribile, scritto davvero male e trama a dir poco vaga, in pratica consegnata ai vagabondaggi della protagonista in una landa desolata, che funge da prigione, nel pieno del deserto del Texas. L’ambientazione è degna di nota, sebbene gestita male all’interno del film. Spezzo una lancia per la regista: è il suo secondo film, dopo “A girl walks home alone at night” (sul quale ho sentito pareri molto discordanti, motivo per cui sono incuriosito). L’ambientazione è interessante perché prende spunto da una riserva/prigione, realmente esistente, e la porta all’eccesso, trasformandola in un zona distopica in cui vige la legge del più forte e in cui si confrontano due comunità differenti. Ah, alla protagonista, un po’ stile Planet Terror – ecco perché il paragone con Tarantino, suppongo – vengono amputati un braccio e una gamba, successivamente cotte alla brace, difatti una delle due comunità suddette è cannibale. Divertente, infine, il cameo/easter egg di Jim Carrey ².

Rimanendo sempre nell’ambito del Concorso (ne ho persi solamente quattro), una piacevole sorpresa è stato Spira Mirabilis. Un documentario diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, che ho ipotizzato potesse portarsi a casa un premio. Stile Sacro GRA la narrazione è divisa tra vari contesti, che sviluppano riflessioni varie e autonome: un racconto delle origine di una tribù indiana, uno scienziato giapponese che studia una particolare medusa, un laboratorio musicale che trasforma l’aria in suono e il processo con cui viene restaurato il Duomo di Milano. Il tema principale è quello di come, banalmente, l’uomo sia un essere che cerchi di superare e trascendere sempre i propri limiti, in particolare qualcosa che gli è costitutivo, la mortalità, senza però riuscirvi. Ecco, qui, il richiamo al titolo, quella spira mirabilis, che è simbolo di perfezione e di infinito, “una spirale logaritmica il cui raggio cresce ruotando e la cui curva si “avvolge” intorno al polo senza però raggiungerlo”³.
È un film dal finale meraviglioso, ma che può risultare terribilmente lento e noioso (a giudicare da quanti hanno lasciato la sala o si sono addormentati, e io stesso ho faticato parecchio).

Ho adorato la scena in cui lo scienziato giapponese, Shin Kubota, canta una canzone sulla medusa che sta studiando per illustrarne le capacità.

Ora vengo al film che più mi ha emozionato e preso di tutta la Mostra: Nocturnal Animals, scritto e diretto da Tom Ford. Sempre della sezione Concorso, ha portato a casa il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria. Io lo pronosticavo vincitore del Leone d’oro. Gran cast (Amy Adams e Jake Gyllenhaal sono i protagonisti), scritto ottimamente, una commistione di generi da cui esce un thriller romantico molto interessante.

A una gallerista arriva un manoscritto per posta, è il romanzo che l’ex-marito ha scritto, lo divora tutto d’un fiato e le farà rimettere in discussione alcune scelte passate, nonché riscoprire qualcosa di sé che aveva messo da parte.

Al film che più m’è piaciuto di più non poteva che seguire quello che ho detestato maggiormente, così, anche solo per un fatto di bilanciamento. Il film in questione è Les Beaux Jours d’Aranjuez, altro film in Concorso diretto da Wim Wenders.

Un film può non piacere, essere poco riuscito, ma ciò che proprio non sopporto è quando è completamente insensato. La trama è molto semplice, un dialogo tra un intervistatore e un’intervistata, la quale racconta la sua prima esperienza sessuale.

Fin qui tutto a posto, in fondo Sorrentino è riuscito a fare due film parlando di nulla

Questa proiezione, te lo scrivono chiaro appena dopo il titolo, è in 3D, “ma vabbè”, mi son detto, “sarà il 3D tecnico alla Gravity, cepostà’ “. E invece no, trattasi di un 3D inutile, fatta eccezione per un solo breve momento, quando una mela rotola sul tavolo; non bastasse questo si aggiungono gli innumerevoli inconvenienti tecnici durante la proiezione. Insomma un inferno: è stata la prima e unica volta in cui sono uscito da una sala prima della fine della proiezione.

Una piacevole sorpresa è stata una pellicola, Akher Wahed Fina (The Last of Us) di Ala Eddine Slim, che ha vinto il premio Leone d’oro del futuropremio opera prima “Aurelio de Laurentis”.

È stato l’unico film che ho visto due volte, per una (s)fortunata coincidenza, ovvero ho rimediato dei biglietti per la proiezione della pellicola vincitrice del suddetto premio – ovviamente senza sapere ancora quale fosse – per darli a degli amici che sarebbero venuti la sera dell’ultimo giorno della Mostra. Nonostante il mio enorme entusiasmo nello sponsorizzare il film, quando ho saputo che l’avremmo visto, esso ha lasciato molto tiepidi i miei amici, che, anzi, hanno minacciato di farmi del male e promesso che non avrò in futuro alcun diritto di parola sui film da vedere.

Io l’ho trovato molto interessante, anche qui la trama è quasi un optional: un ragazzo intraprende un viaggio (si scoprirà durante il film, “spirituale”) da un paese desertico a uno più industrializzato, per poi andare a vivere in una foresta, dove entrerà pienamente in contatto con la Natura (arrivando, per chi mastica un po’ meglio i termini, a una vera e propria apokatastasis in senso neoplatonico). Inutile dire che probabilmente ciò che più ha reso insopportabile la visione di questa pellicola per i miei (s)fortunati amici è stato il fatto che, per novanta minuti, non c’è stata la benché minima presenza di un dialogo o parole, fatta eccezione per le brevi didascalie che hanno spiegato brevemente la transizione dal secondo al terzo stadio del viaggio.

Anche per oggi è tutto.

See you space cowboys…

Livio Setaro

¹[Dialogo tra Gioacchino e Renè Ferretti in Boris 1×04, guardatela qui (https://www.youtube.com/watch?v=P_m_4PszrEc), min. 3.04-3.20]

²[Presente sotto forma di homeless]

³[citazione presa da Wikipedia, che meglio di me ha saputo spiegare cos’è la “spirale meravigliosa”]

Legenda:

1/5 stelle

2/5 stelle

2,5/5 stelle

3/5 stelle

3,5/5 stelle

4/5 stelle

4,5/5 stelle

5/5 stelle