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Scena del film Miss Violence (2013) di Alexandros Avranas

Immaginate di vedere un film di Alexandros Avranas al cinema, durante un’uggiosa serata di metà novembre. Adesso, immaginate di rivedere lo stesso film, dopo quasi tre anni esatti, durante un’uggiosa serata autunnale molto simile a quella in cui lo si è visto per la prima volta. Pensate che non sia cambiato niente? E invece io ho avuto la sensazione di vedere quasi due film diversi -che è una sensazione abbastanza estraniante, per inciso. Ma andiamo con ordine.

Il film in questione si chiama Miss Violence (2013) ed ha partecipato alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia – dove, a scanso di equivoci, ha vinto il Leone d’Argento per la regia e la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile di Themis Panou (il padre). Il film si apre con la festa in occasione dell’undicesimo compleanno della figlia Angeliki; quest’ultima, durante i festeggiamenti, si getta dal balcone, suicidandosi. Il motivo del suo gesto si scoprirà pian piano, durante lo svolgersi della vicenda. La famiglia greca, una famiglia all’apparenza normale, cela in realtà un orribile segreto.

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La prima volta che vidi questo film, provai la netta percezione che durasse ore ed ore ed ore. Niente di più sbagliato: la pellicola dura appena 98 minuti, poco più di un’ora e mezza. Ricordavo molte più scene esplicite di violenza a sfondo sessuale, quando invece ce n’è propriamente soltanto una. Avevo completamente rimosso il finale. Questo film mi aveva lasciato addosso solamente una sensazione di angoscia ed impotenza, quando in realtà c’è molto, molto di più.

Prima di tutto, i legami familiari sono tutto fuorché chiari. Il padre è spesso chiamato “nonno”, così come la madre, sua moglie, viene chiamata “nonna”. La figlia maggiore, di primo acchito, sembra la moglie del padre. Tutti i membri della famiglia subiscono i soprusi e le angherie del pater familias. Uomo abietto e maniaco del controllo, incapace di tenersi un lavoro e di provvedere al sostentamento della famiglia, il padre/nonno è teso spasmodicamente a conservare le apparenze. Nessuno deve percepire quanto marcio alberghi sotto la superficie: la scuola, i servizi sociali, persino i vicini di casa. Le istituzioni sono destinate ad osservare solamente la patina immacolata di una famiglia all’apparenza come le altre.

A nessuno dei personaggi viene concessa la possibilità di vivere il lutto. La camera di Angeliki viene svuotata appena dopo il suicidio, i bambini devono continuare a prendere il massimo dei voti a scuola e alla figlia maggiore non è permesso nemmeno sfogarsi con un’amica. La casa non ha porte, la privacy è bandita. Ogni cambio di scena è un colpo al cuore. Quali umiliazioni nascondono i prossimi minuti? Quali angherie dovranno subire ancora i personaggi di questo crescente dramma? Fino a che punto si spingerà l’abominio? Sono queste le domande che si succedono incalzanti nella mente dello spettatore, fino al climax finale, fino al superamento di quella linea di confine tra l’illecito ed il decisamente troppo illecito.

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Miss Violence è una storia di impotenze. Non sorprende, dunque, che il filo conduttore reale sia tanto la vicenda in Germania che ha ispirato il film, quanto la crisi che la Grecia stesse vivendo in quegli anni. Come anche il regista ha affermato in un’intervista (qui), si può riscontrare un parallelismo tra i cittadini che, nonostante si lamentino dei politici e della classe dirigente, continuano indefessamente a votare per loro e i membri della famiglia che, nonostante subiscano le angherie del padre, non facciano niente per ribellarsi ad esso.

I confini tra vittima e carnefice, sebbene sembrino netti, in realtà sono molto più labili di quanto si possa realmente concepire. Tutti all’interno della famiglia sono consapevoli delle violenze, degli abusi e delle umiliazioni, eppure nessuno denuncia il mostro che si cela dietro la maschera di padre amorevole e preoccupato. Neppure la moglie, vittima essa stessa di abusi e conscia di ciò che fa il marito, non agisce se non fino al tragico finale. Finale che, forse, rende la storia a lieto fine – se di lieto fine si può parlare.

Miss Violence è un film brutale e, al contempo, delicato nella sua brutalità. Lento e pesante, ma senza mai sforare nel grottesco. È un film che spiazza, ma che è fin troppo reale. Ci si muove a disagio sulla sedia, senza riuscire però a staccare gli occhi dallo schermo. Le riflessioni che ispira sono molteplici: perché nessuno è stato capace di fermare quei soprusi? Come si può vivere trascinandosi addosso un peso così gravoso? Quanto è possibile spostare in alto la stanghetta della propria capacità di sopportazione?

La normalità è un concetto puramente soggettivo, ed i personaggi di Miss Violence lo dimostrano. Per ognuno di noi sarebbe inconcepibile vivere in una casa senza porte ed essere costretti a vendere il nostro corpo per esigenze economiche – senza parlare dei risvolti incestuosi che il film non tralascia di mostrare chiaramente. L’essere umano, d’altronde, ha questa meravigliosa capacità di adattamento, sviluppata per fini di mera sopravvivenza. Resta da chiedersi, però, in quali casi l’adattamento sia necessario ed in quali altri casi sia superfluo, masochista. E probabilmente il giudizio finale non spetta nemmeno a noi, generazione Y, forse vittime altrettanto inconsapevoli di un adattamento malsano.

Benedetta Magro