«Era tutto un complotto: mio padre, la colazione, la scuola, quelli sul tram, quelli a piedi. I marciapiedi. Tutti con lo stesso obiettivo: rovinarmi l’esistenza. Fregarmi. E io cercavo di fregarli a modo mio. Come? Ero libero. Libero! Libero nel senso che non avevo un cazzo da fare, ecco.»

Eppur essendo liberi fallimmo. O forse no. Sembra essere questo il problema attorno al quale si sviluppa la struttura frammentata di un piccolo cult movie italiano, Tutti giù per terra di Davide Ferrario. E dunque: che cos’è la possibilità e come si dà? Tutti quesiti che, in maniera indiretta, Walter (un giovane Valerio Mastandrea) — studente di filosofia all’università di Torino con un passato da ragioniere — sarà costretto a porsi nel susseguirsi degli eventi che lo riguardano. Perché di eventi si tratta. La possibilità come concetto informa già da subito il montaggio. Ritmato e preciso lascia apparire e scomparire a suon di musica indipendente brandelli di esistenza che si ricompongono come a formare un vero e proprio romanzo di formazione postclassico. Al principio, di certo, non vi era una diegesi lineare e questo ci permette di concentrarci su ogni singolo evento che ci colpisce nella sua peculiare intensità — un’intensità che concentra in sé diversi scenari possibili. Ci si trova infatti nella totale libertà del ricettacolo, una libertà in grado di disinnescare qualsiasi tentativo di uscirne, incapaci di passare da una potenza gravida e inespressa ad un atto in grado di svolgerla attraverso il gesto estremo della selezione.

Ogni atto mantiene in sé l’eredità di una simile potenzialità. Lo sviluppo procede in un susseguirsi di scene in grado di donare il differimento attraverso l’immagine. Da una scena motivazionale raccontata dalla voce narrante in cui i dubbi del protagonista si concretizzano solamente a livello ipotetico¹, ma a livello fisico tutto procede per il meglio; si sviluppa una scena in cui il narratore lascia spazio allo svolgersi degli atti carnali — o alla loro totale assenza. Sicché anche la scelta di rendere il protagonista un casto venticinquenne non pare affatto casuale. Ciò che è puro, in senso verginale, non ha ancora avuto modo di affrontare la corruzione derivante dalla scelta. La decisione pare lordare l’intensità infinita in grado di svolgere differenti scenari ipotetici. La libertà,  infinitamente complessa, sembra inchiodare al proprio posto colui che si trova a vivere sotto le sue condizioni d’influenza e il fare, decisione necessaria ad ogni attività, si rovescia in modo negativo: il non-fare un cazzo diviene un mantra generazionale.

Tuttavia, è in grado questa drammatizzazione della possibilità e dell’attività di coinvolgere il futuro intero di una generazione, soprattutto nel suo rapporto con il tempo della decisione? La messa in scena sembrerebbe suggerirci in senso negativo — si tratta di un dramma troppo personale. Ma è proprio la personalità del dramma, forse, che lo espone alla dimensione epocale. L’impossibilità di aggregarsi — esemplificata magistralmente dai conflitti con l’amico e farsesco paladino del collettivo studentesco  Castracan — si dà nella sua forma essenziale come impossibilità di decidere comunemente intorno all’esistenza. Il conflitto con il padre, descritto in questi termini, assume tutto il pathos del conflitto generazionale. C’è chi ha fatto il ’68 fallendo e chi non ha fatto un cazzo fallendo. La tensione dunque non è tanto nell’effetto — sempre che si conceda che l’inazione possa generare alcunché — ma nel modo in cui la possibilità, nella sua complessità e intensità originaria, viene svolta e lavorata. Nel primo caso vale il principio dell’atto — consustanziale all’individuo, sembrano dirci — in grado di superare la totale passività per generare qualcosa, qualsiasi cosa, e a tal riguardo si potrebbero scomodare sia Georges Friedmann² sia Friedrich Nietzsche³ per cercare di tracciare una topologia del fallimento.  Nel secondo caso l’insuccesso incontra l’inattivo solamente nel momento in cui questa condizione si rovescia nel suo contrario mediante l’espediente. Esso è dato dalla presenza sorda sulla scena della necessità pecuniaria. In questo suo moderno incontro con la povertà, l’astuzia non genera alcuna philia, ma solamente un’esistenza governata dalla pura noia del lavoro in un banco di supermercato — niente di redditizio, insomma, niente di paragonabile al successo, soprattutto se le alternative per il confronto intergenerazionale si riducono a due: essere comunista o voler guadagnare quattrini4. La grande fabbrica e il supermarket sembrano assurgere così a luoghi del fallimento, in un gioco tra distopie — intrisa di realismo sovietico la prima; tratteggiata di un grottesco postmoderno la seconda.

Il paradiso della speranza è ormai dissolto di fronte ai nostri occhi. Quel che resta sono due scelte e entrambe si intrattengono in vario modo con un resto. Da una parte il gioco a ribasso di una attività peggiore dell’inattività: il lavoro da commesso in un supermercato o in un grande magazzino, possibilità tra le più dileggiate e infine accettata con sommo disgusto. Dall’altra la unio mystica con una realtà, quella dei famigerati “zingari”, unici veri vincitori sulla scena della vita — coloro i quali hanno elevato l’inattività a festa e stile di vita.

«Guarda che animali stronzi c’è in circolazione in questo momento storico. Ma vaffacu…!» è solamente il grido epocale di chi non è più in grado di riconoscere, ad ogni ripetizione, quello strano animale che si aggira come un fantasma con il nome di Zeitgeist.

Alessandro Calefati

NOTE

¹) «Paura? Sì sì. Paura. Avevo paura ma la desideravo troppo. Che cazzo avrei fatto superato quella porta? L’avrei penetrata?

Mamma mia, faceva ridere solo la parola. Ti posso penetrare amore? Per non parlare di quell’altra, poi. Clitoride. Ma si potevano chiamarli con dei nomi che non mettono paura? Poi dove sta esattamente il clitoride? E come lo si trovava? Ti davano la mappa? C’è una mappa? E l’orgasmo femminile? Come si vedeva? Veniva forse fuori una scritta luminosa da qualche parte: ‚Sì, godetti, grazie.’ E l’eiaculazione precoce, precoce rispetto a che, per favore ditemelo. Che casino. Ma chi cazzo se l’era inventata quella storia dell’invidia del pene. Che c’era da invidiare.

Ma vaffanculo, va. Lo facevano tutti da sempre, anche i molluschi marini. L’avrei fatto anch’io. Magari sarei diventato il suo amante e lei mi avrebbe mantenuto. Saremmo andati insieme a Parigi, in California. Io avrei letto libri e ascoltato musica tra una scopata e l’altra. Il piacere mi avrebbe comprato la libertà.» (Walter) [Voce narrante]

²) «Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni»

³) «Ho una domanda che è destinata a te solo, o mio fratello; come uno scandaglio io faccio scendere questa domanda nell’anima tua, perchè io sappia quant’è profonda.

Tu sei giovane e desideri moglie e bambini. Ma io ti domando: sei tu tal uomo che possa desiderare un figlio?

Sei tu il vittorioso, il sacrificator di te stesso, il dominatore dei sensi, il sire delle tue proprie virtù? Questo io ti domando.

O il tuo desiderio t’è suggerito dalla bestia che è in te, dal bisogno? O dalla solitudine? O dal malcontento di te stesso?

Io vorrei che la tua vittoria e la tua libertà provassero il desiderio d’un figlio. Tu devi innalzare edifici viventi alla tua vittoria e alla tua deliberazione.

Tu devi edificare sopra te stesso. Ma prima di tutto devi aver finito d’edificare te stesso, ed essere retto di corpo e d’anima.

Non devi soltanto procreare, ma surcreare oltre te stesso! A ciò ti giovi il giardino del matrimonio!»

4) «Non sei voluto diventa’ comunista. E non hai voglia nemmeno di fare soldi. Ma che bestia saresti? Ma va fa…» (Padre di Walter)