«Mi hai trasformata nella tua principessa. E ora dove sono andata a finire? In un manicomio.»

Qualora qualcuno ci chiedesse quale fosse la domanda ineludibile dell’ultimo secolo, probabilmente, in pochi si arrischierebbero nel tentare una risposta come questa: «Che cos’è l’America?». Si potrebbe provare a reagire a una simile provocazione attraverso le parole di Jean Baudrillard. L’America sarebbe, in questo modo, un’utopia realizzata, o meglio, la radicalizzazione dell’esigenza utopica europea e la sua materializzazione immediata nel lavoro, nei costumi e nello stile di vita. Per questo ogni vita appare simile ad uno spot televisivo o a una pellicola, con tanto di colonna sonora? Sarà dunque possibile pensare l’America, o anche solo citarla, senza essere costretti e quasi aggrediti dall’esigenza di porre il problema della perfezione? Pastorale americana — il romanzo bestseller di Philip Roth — e American Pastoral — film di Ewan McGregor ispirato al romanzo — hanno per antecedente oscuro esattamente questo problema. 

Pensare il perfetto ci pone immediatamente in rapporto con ciò che perfetto non è. L’imperfetto, in questo senso, può essere inteso almeno in due modi: come ciò che soltanto partecipa della perfezione e ne riceve, per così dire, i raggi più lontani; e come ciò che, al contrario, destituisce la perfezione di partenza dalla sua posizione privilegiata — come se venisse affermato a gran voce che le sfere circolari sono solamente una costruzione a posteriori e il taglio e l’interruzione non venissero a realizzarsi nel mondo né prima né dopo di esse, ma durante. American Pastoral, a ben vedere, ha in sé entrambi questi significati. La perfezione gioca il ruolo di oggetto attorno al quale confliggono le interpretazioni di un’America scossa fin nel midollo dagli orrori del Vietnam. Cos’è in fondo una bella famiglia, una casa in campagna e una fattoria, di fronte a un monaco che, all’interno di una scatola in grado di offrire lo spettro di una realtà più vera, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, appicca il fuoco su se stesso per mostrare una volontà indicibile? Eppure, allo stesso tempo, cos’è questo asceta di fronte alla balbuzie di una figlia altrimenti perfetta a sua volta? E quella stessa figlia alla quale viene diagnosticata un’invidia della madre in senso psicopatologico rispetto all’attentato dinamitardo in un ufficio postale? Eppure si tratta di un effetto di finzione — o forse no? Non ci è dato saperlo. Tanto nel libro di Roth quanto nel film di McGregor non abbiamo accesso diretto alla verità della finzione. Per cominciare, la storia di Levov Lo Svedese non ci è presentata da lui, ma indirettamente scritta o immaginata da Zuckerman. Perfezione e imperfezione, così ben equilibrate e così drammatiche nel loro alternarsi, potrebbero essere solamente un effetto di scrittura — perfetto a sua volta — o un effetto di messa in scena. Potremmo persino avere a che fare con la parola viva di Jerry Levov, fratello de Lo Svedese, e con il suo estremo pessimismo. Ci troviamo allora di fronte a un’interpretazione che, tuttavia, non ricuce i pezzi ma resta sfondamento della curva perfetta lavorata dal ceramista.

Quel che solo partecipa alla perfezione, allora, è il life style americano, con i suoi individui creati da un demiurgo per la realizzazione del set fotografico per la copertina di qualche magazine. Levov Lo Svedese e sua moglie Dawn sembrano essere pure ipostasi di questa idea metafisica. Il tempo, almeno inizialmente, sembra essersi incurvato e l’utopia sembra aver dimenticato il suo carattere altro rispetto al qui-e-ora per presentarsi, senza vergogna, in una forma materializzata. Tuttavia, quel che non va dimenticato, è che l’ipostasi, pur partecipando dell’idea, non è l’idea stessa, ma solamente un’emanazione. Essere il secondo, l’ulteriore, rispetto all’originario che precede, significa inevitabilmente peccare di qualcosa e l’elevazione di Levov nei regni della trascendenza come paladino dell’America intera, segnata dal dramma della guerra, è la traccia che scrive il destino stesso della caduta futura. È Zuckerman a parlare e a riconoscere che il suo giudizio giovanile sulla perfezione de Lo Svedese era niente più che una forma di infantilismo. La gente non può essere capita e tentare di farlo, di coglierne le motivazioni, di razionalizzare, è cercare di portare a perfezione — di completare circolarmente o nella variazione delle sue parti — ciò che non è circoscrivibile in una sfera.

Destituire la perfezione, al contrario, significa contemporaneamente due cose: inserire all’interno del continuo e del lineare l’interruzione; smantellarne l’estetica manifesta. La balbuzie di Merry Levov ha entrambe le funzioni. Da una parte interrompe il discorso concentrando, egoisticamente, su di sé tutte quante le attenzioni — sul suo corpo, sulla sua carne. Certo è che, in questo caso, la scelta di McGregor appare leggermente infelice: al posto della grassa Merry di Pastorale americana, abbiamo una Dakota Fanning fin troppo in forma che in linea di principio nulla avrebbe da invidiare alla madre (Jennifer Connelly). Tuttavia, a parte questa annotazione di dettaglio, i momenti di interruzione irrompono sulla scena creando vere e proprie situazioni ansiogene per lo spettatore in sala. Quando finirà di tartagliare? Quanto altro ancora trascinerà quella “b” e finalmente riuscirà a pronunciare la parola “bellezza”? Mai, è la risposta al quesito. O solamente alla fine. Merry Levov è una distruttrice nata e una testarda che se da bambina appariva intelligente — in quanto in grado di rispondere a tono agli insegnanti — da adolescente partecipa solamente di un cocciuto fanatismo. D’altro canto, essere l’incarnazione di tutto ciò che è imperfetto quando su di te sono riposte le migliori aspettative ha un effetto devastante. O almeno questo è quello che sembra dirci American Pastoral. La destituzione, tuttavia, non riguarda solamente la linearità del discorso ma, come accennavamo, anche l’estetica. Se Dakota Fanning offre un’ottima interpretazione della balbuzie della giovane Levov, invece non può mostrarci alcunché quando si tratta di osservare da vicino la mostruosità di un corpo ormai deforme — sia nell’obesità sia nella magrezza scheletrica del momento giainista. Quel che resta è la sporcizia e il fango sul corpo dell’omicida, contrapposti all’estrema pulizia del volto di Dawn Levov, giovane, fresco e capace d’oblio grazie alla forza rigenerativa della chirurgia plastica. In questa maniera il corpo della madre ci mostra come sfuggire all’imperfetto sia una necessità assoluta per il perfetto: già il primo segno di contaminazione, altrimenti, potrebbe essere fatale. Lo vediamo ne Lo Svedese — figura mediana tra i due personaggi femminili — ormai incapace tanto di raggiungere la moglie, presentata in un’altra sfera, quella del tradimento, quanto di seguire quella figlia guarita dalla balbuzie solo dopo aver permesso al proprio canale fonatorio — letteralmente — di marcire.

E come marciscono i denti di una giovane donna che costringe se stessa a nutrirsi solamente di cibo donato e a vivere con una mascherina sulla bocca per non dannegiare nemmeno la più piccola forma di vita; così marcisce il cadavere di Levov Lo Svedese, materializzazione del sogno americano, dell’uomo della provvidenza, di colui che per primo ha potuto incarnare ogni aspetto dell’atletismo tipico del campione. Genio del football, del basket e del baseball, Lo Svedese era il multiforme incontro con l’America in un solo sguardo. Ora lo troviamo in una fossa scavata nel terriccio con attorno a sé gli amici di un tempo. C’è anche Zuckerman che lo ricorda come un’apparizione, per averlo chiamato, dall’alto della sua distanza, per una e una sola volta “skipper!”. Ora Levov Lo Svedese è seppellito sottoterra e l’America potrà vederla solamente dai bassifondi. Tutti i presenti a quella messa funebre, a quel rito, credevano che nulla potesse scalfire l’esistenza dell’uomo del destino, nato per alleviare la sete di speranza di una nazione devastata dalla guerra. Nessuno prima di quell’occasione sapeva quanto si sbagliasse.

«Che gli uomini fossero creature multiformi, non era una novità per lo Svedese, anche se era sempre un po’ uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione. Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di sé stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.»

(Philip Roth, Pastorale Americana)

Alessandro Calefati