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I film di Woody Allen sono una certezza. I suoi fan più fedeli attendono per tutto l’anno il momento in cui prenderanno posto su una poltrona del loro cinema preferito: come un rito antico che si ripete sempre uguale, appariranno sullo schermo i titoli di testa in Windsor, echeggeranno nella sala le prime blue note della colonna sonora che, dopo il written and directed by, lentamente sfumeranno per svelare la prima inquadratura… che questa volta ci catapulta indietro negli anni Trenta. Ed è un piacere per gli occhi e le orecchie.

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Il giovane Bobby (Jesse Eisenberg), di famiglia ebrea newyorchese, decide di trasferirsi a Los Angeles in cerca di fortuna, affidandosi all’aiuto dello zio Phil (Steve Carell), agente di alcune delle più importanti stelle del cinema dell’epoca. Completamente assorto negli affari, Phil affida il nipote alla sua segretaria, la bella Vonnie (Kristen Stewart). I due iniziano così a trascorrere lunghe giornate insieme e ben presto Bobby si innamora: di Vonnie e della «silly life» hollywoodiana.

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Fin dall’inizio del film emerge l’opposizione tra Los Angeles e New York, tema che nella filmografia di Allen ricorre da Io e Annie (1977) in poi. Alla frivola favolosa Los Angeles, sempre baciata dal sole, con i suoi cocktail party a bordo piscina e i brunch della domenica, fanno da contraltare i suggestivi cafè di Manhattan e i loschi vicoli del Bronx, teatro dei rocamboleschi affari del fratello maggiore di Bobby, Ben (Corey Stoll, già mirabile interprete di Hemingway in Midnight in Paris, 2011). Non è certo un mistero quale delle due città sia, per Allen, «il migliore dei mondi possibili»: nella realtà, infatti, il cineasta non si reca a L.A. nemmeno per ritirare un Oscar; nella finzione, Bobby Dorfman vi troverà sì il grande amore della sua vita, ma la disillusione non si farà attendere a lungo, e sarà così scottante da farlo ritornare definitivamente nella New York delle origini. Forse qui piove più spesso, come non manca di sottolineare la sorella di Bobby in una delle lettere al fratello; e sì, anche qui gli alti ranghi della società sembrano dilettarsi solo tra gossip e champagne. Ma è Brooklyn che risiedono i legami familiari più forti. Lo zio che ha fatto fortuna in California, invece, oltre a non essere rintracciabile per tre settimane di fila, si rivolge al nipote chiamandolo Ben invece che Bobby… E poi, quanto è vana l’ostentazione di Beverly Hills in confronto alla poesia del Greenwich Village?

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L’atmosfera ricostruita nel film è senza dubbio impeccabile: in ogni scena Phil si vanta dei suoi contatti con la crème de la crème dell’industria cinematografica dell’epoca e, nel chiacchiericcio generale, lo sentiamo citare compiaciuto ora Mr. Goldwin e Louis B. Meyer, ora Ginger Rogers e Bette Davis, poi Gary Cooper, Gloria Swanson, Joel McCrea e molti (forse troppi) altri. Ora, non voglio in assoluto far la figura di quel noioso personaggio di Io e Annie che, in coda alla biglietteria del cinema, sciorina i suoi giudizi non richiesti su Samuel Beckett («Ne ammiro la tecnica, ma non mi colpisce mai a livello viscerale…»). Eppure, in questo contesto così sfavillante, i protagonisti risultano poco convincenti. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il loro mancato arco di trasformazione dipende dall’essenza stessa del cinema di Allen, che ha sempre offerto una (magistrale) rappresentazione di personaggi-alter ego incapaci di contrastare le avversità del destino. Del resto, se è vero l’ammonimento della disincantata madre di Bobby, «life is a comedy written by a sadistic comedy writer», allora non ci sono grandi spazi per l’autorealizzazione, non in questo mondo né – sempre che ci sia – nell’altro. E fino a che punto il destino sappia essere irrisorio è svelato dall’incontro che attende Bobby a New York, con niente meno che… un’altra Vonnie (Blake Lively). Ma se in passato Allen era addirittura disposto a danzare con la Morte sulle allegre note di una mazurka (nella scena finale di Amore e Guerra, 1975), ora piuttosto sembra rassegnato, privandoci del suo sguardo ironico a cui, in fondo, siamo affezionati. Almeno, questa è l’impressione che sembrano suggerire i volti rammaricati di Jesse Eisenberg e Kristen Stewart.

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Inoltre, l’amorosa competizione tra zio e nipote non sembra essere ad armi pari. Phil – il cui ruolo era stato originariamente affidato al più prestante Bruce Willis – è amato da Vonnie per il suo charme e la sua vitalità, ma in scena vi è uno Steve Carell molto al telefono e poco all’azione. Il clou della sua vicenda arriva insieme alla necessità di prendere una decisione che potrebbe stravolgergli la vita, ma lo spettatore fatica ad empatizzare, non conoscendo quale sia davvero la posta in gioco: il film, infatti, ci racconta poco della sua vita dopo il lavoro e prima delle feste. Dall’altro lato troviamo Bobby, che ha abbandonato le modeste origini e la già avviata attività lavorativa del padre per cercare, a Los Angeles, la propria via del successo. Inizialmente ingenuo, impacciato e con aspirazioni professionali poco chiare, fa ben presto ritorno a New York, scoprendosi un business man dalle mille risorse e in grado di risollevare le sorti del nightclub gestito dal fratello, facendone in poco tempo uno dei locali più chic e rinomati del Paese.

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In tutto questo le trame sentimentali sono ridotte ad alcuni magici momenti in riva al mare o nell’affezionata taverna del primo appuntamento, ma i dialoghi, fin troppo melensi, alla fine rischiano di annoiare. Su un binario parallelo, e a ritmo serrato, corrono le vicende invece esilaranti della famiglia Dorfman, soprattutto i vivaci bisticci tra i genitori di Bobby. Uno su tutti: il burbero Marty giura alla moglie che, quando arriverà il momento, non si farà trovare dall’Angelo della Morte in preda alla paura, anzi, lotterà con tutte le sue forze e se ne andrà protestando. E pronta arriva la canzonatura dalla moglie: «Protest to who? What the hell are you going to do, write a letter to the “Times”?». Difficilmente poi ci scorderemo di Ben, un gangster senza scrupoli che arriva a uccidere per motivi del tutto futili come il volume troppo alto di una radio.

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La voce fuori campo del narratore – nell’originale, Woody Allen stesso – risulta essere l’unico trait d’union che tiene insieme questi due filoni, regalando però a Cafè Society la leggerezza di un racconto fuori dal tempo. Il racconto di una storia di amore e di malinconia, alleviata solo dal potere lenitivo dei ricordi.