«If you must blink, do it now. Pay careful attention to everything you see no matter how unusual it may seem. If you look away, even for an instant, then our hero will surely perish..»

Dobbiamo prestare attenzione: è questo l’imperativo rivolto allo spettatore di Kubo and the Two Strings (tradotto in italiano con Kubo e la spada magica) di Travis Knight regista e presidente della Laika Entertainment. Una voce fuoricampo recita una formula magica. Nessun evento si produce. Almeno prima facie, tutto procede secondo le attese. Siamo in sala a guardare un cartoon per bambini e delle marionette animate in stop-motion si muovono sullo schermo con disinvoltura. Non è questa la magia del cinema d’animazione, portarci a credere che ogni movimento semplicemente progettato sia, in realtà, più reale di ciò che ci incontra quotidianamente e che, in quel momento, all’interno della sala, letteralmente ci circonda? E Kubo ci inganna, certo, perché ogni suo movimento è meravigliosamente studiato.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere se tutto ciò che è affermato fin qui non si ripercuotesse sulla stessa messa in scena filmica e se le avventure del giovane protagonista, alla ricerca della propria identità, non fossero quelle di coloro che gli hanno dato vita. Kubo non è altro che un animatore ante litteram e, a ben vedere, un mago capace di radunare folle di spettatori, in un luogo circoscritto, per mostrar loro la meraviglia della messa in scena. Vi è in tutto il percorso dell’opera e sin dall’inizio un’ammiccare alle analogie con il cinema, soprattutto con quello degli esordi — più legato ad un meccanismo di intrattenimento associato a dimensioni simili a quelle dello spettacolo circense. Come nei film Der Golem (1920) di Paul Wegener e Schatten (1923) di Arthur Robinson, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un momento ipnotico e allucinatorio. Non solo Kubo (il personaggio) permette agli origami di carta di danzare per raccontare l’epica storia della sua famiglia agli abitanti del villaggio, ma Kubo (il film d’animazione) fa in modo di muovere sulla scena quegli stessi protagonisti che, su di un altro livello, vivono la storia che raccontano. È un gioco di piani e di rimandi metanarrativi, come se la narrazione, rivelandosi e giocando con se stessa, volesse parlarci della verità della finzione — in una dialettica tra velamento e svelamento.

In Schatten abbiamo le ombre dei personaggi, proiettati sullo schermo in sala, trasportate magicamente dal pavimento alla parete dove, per un gioco di luci e di ombre, ricreano esattamente il quadro che poco prima lo spettatore poteva ammirare. L’unica differenza consiste nell’orientamento dell’immagine — se fossero svegli, in quel momento, anche i personaggi della finzione potrebbero vedersi trasportati su di una nuova superficie come semplici rappresentazioni. In Kubo accade qualcosa di simile. Vediamo ripetuto all’infinito questo gioco di rimandi che ci costringe quasi a chiederci cos’è che stiamo de facto osservando. Tutto appare d’un tratto una farsa, certo, ma di quelle realizzate in maniera sontuosa. Si tratta dello spettacolo di un equilibrista in grado di muoversi abilmente tra realtà e finzione — tirando in ballo, con estrema disinvoltura, il problema della verità di questa messa in scena. E la Laika a far questo è talmente brava e raggiunge un livello d’eccellenza così straordinario che quasi si potrebbe paragonare il loro Kubo e la spada magica ad un capolavoro dell’era contemporanea come Synecdoche New York di Charlie Kaufman (2008). Anche in questo caso si tratta di un vortice infinito o di un abisso in cui lo spettatore si trova coinvolto suo malgrado — come nello svolgersi di un frattale. La New York che potremmo incontrare prendendo un volo per gli States ha in se stessa un’altra New York filmica che contiene, a sua volta, un teatro di posa che la riproduce fedelmente e nel quale avvengono persino gli stessi eventi differiti. Ma mentre in Synecdoche tutto si palesa con assoluta limpidezza,  in Kubo la totalità degli eventi viene presentata con indifferente eleganza, cosicché il protagonista non sia mai costretto a meditare sul proprio atto di creazione e si limiti a mostrarlo. Quel che si svela è in primo luogo l’atto di creazione da parte dei tecnici in grado di dar vita alle marionette sulla scena con assoluta efficacia; in secondo luogo l’abilità magica — analoga alla precedente abilità tecnica — di evocare altrettanti puppets di carta per rappresentare una storia epica;  in terzo luogo abbiamo la capacità di coloro che appaiono come personaggi, creati solamente all’interno della finzione del racconto di Kubo, di materializzarsi sul piano della realtà animata e di far scorrere la diegesi nell’intreccio tra queste due dimensioni o effetti di realtà.

Kubo si presenta così allo spettatore come un intreccio di idee e di rimandi. Un viaggio che si apre e si chiude con un palese riferimento all’operazione della creazione e della messa in scena. Mentre all’inizio, infatti, tutto è presentato tramite la formula magica che ci ingiunge di non distogliere né l’attenzione né tantomeno lo sguardo dal protagonista, sul finale dobbiamo essere più pazienti — forse persino più attenti — per cogliere il riferimento metanarrativo che ci permette di accedere al livello della creazione materiale e all’operazione della messa in scena dei personaggi mediante la tecnica della stop-motion. Persino i titoli di coda, a volte, possono essere rivelativi: mentre Regina Spektor canta While My Guitar Gently Weeps dei The Beatles possiamo vedere l’enorme scheletro, custode della Spada indistruttibile, prendere vita di fronte ai nostri occhi. Non si tratta più, questa volta, dell’immagine rifinita in computer grafica, ma di quello stesso personaggio che poco prima avevamo incontrato circondato dai nostri eroi preferiti e ora vediamo ritrasportato in una realtà più familiare, circondato da intelaiature meccaniche, green screen, luci e videocamere. Quel che possiamo vedere è un set cinematografico diverso da tutti gli altri. Abbiamo ora la vivida sensazione che a rendere unico e distinto questo luogo siano le sue capacità magiche e che noi, spettatori all’interno del cinema, potremmo prima o poi usufruirne nuovamente. Ad essere penetrata in noi è la consapevolezza dello spettacolo — la sua più magnifica messa in scena.

Alessandro Calefati