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Alice e William sono una coppia giovane e attraente, hanno una bella bambina e un progetto di vita condiviso. Non è un caso che Stanley Kubrick abbia voluto per interpretarli due attori realmente sposati, che vivessero questa condizione e potessero trasferirla sullo schermo, contaminandola con i loro sentimenti reali. Due attori, Nicole Kidman e Tom Cruise, che all’epoca erano una delle coppie più famose e invidiate del mondo.

Eppure anche una coppia così affascinante non vive una felicità perfetta, ma è percorsa da «desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici»[1]. Non si tratta di una comune crisi coniugale, ma di un inestinguibile anelito verso l’ignoto; come è accaduto ad Alice, che racconta del desiderio lacerante che l’ha presa quando in vacanza hanno incontrato un giovane ufficiale di marina. Basta un sguardo per far nascere un’ossessione nella mente della donna: «se lui mi avesse voluta sarei stata pronta a sacrificare te, nostra figlia e il mio fottutissimo avvenire». Non c’è la razionale volontà di un’altra vita, ma il desiderio quasi masochistico di distruggere una serenità calda e accogliente, ma ormai stanca e banale, per esplorare un territorio misterioso e carico di possibilità.

Se la felicità quotidiana si incrina non si può semplicemente far finta di nulla e tornare indietro, e così Alice e William devono entrambi affrontare i loro desideri. Ma come farlo senza compromettere per sempre la loro vita insieme? In un “doppio sogno”, come recita il titolo della novella di Arthur Schnitzler da cui il film è stato tratto. In sogno Alice consuma la sua passione per il misterioso ufficiale di marina e William sfoga i suoi desideri in un’orgia di uomini e donne mascherate, che forse è tutta una messa in scena, o forse no.

Il sogno è un «appagamento (camuffato) di un desiderio (represso, rimosso)»[2] sosteneva Freud, di cui Schnitzler era contemporaneo e concittadino. Ma lo scrittore austriaco, e con lui Kubrick, sottolinea con più intensità il carattere reale del sogno, che è animato da un desiderio vero e bruciante, forse troppo per lasciarlo ardere nella realtà. Perciò «nessun sogno è mai soltanto sogno»[3]. Esso ha uno strano statuto ontologico, perché da un lato realizza un desiderio autentico dell’individuo, modificandolo soggettivamente, ma al contempo evita che questo appagamento abbia delle conseguenze sulla realtà oggettiva.

Ma si può tornare alla propria serenità quotidiana dopo aver esplorato le pericolose terre del desiderio? Il libro di Schnitzler termina in un modo più facilmente interpretabile: i due coniugi si riappacificano dopo essersi raccontati le proprie avventure e Alice (nel libro Albertine) dice «Ma ora ci siamo svegliati… per lungo tempo»[4]. Il marito vorrebbe aggiungere per sempre, ma lei lo ferma sostenendo «non si può ipotecare il futuro»[5]. Il desiderio per l’ignoto è stato spento attraverso il sogno, ma non è detto che esso non torni a divampare.

A questo stesso dialogo Kubrick aggiunge una geniale battuta. Alice infatti prosegue il suo discorso affermando «C’è una cosa che dobbiamo fare al più presto… scopare». Titoli di coda. Il sesso, presente in tutto il film nella sua componente conturbante, accennato e al contempo agognato, è qui espresso con crudezza. «Il passaggio all’azione è presentato come una disperata misura preventiva che possa mantenere distante lo spettrale mondo sotterraneo delle fantasie»[6]. Nella sua interpretazione del film Žižek riprende «il gioco di parole lacaniano dello svegliarsi nella realtà per fuggire dal reale incontrato nel sogno»[7]. Per sottrarsi ai nostri desideri più inquietanti e distruttivi, che si possono manifestare solo nell’immaginazione, ci possiamo rifugiare solo nella banale, brutale Realtà.

È questo che esprime l’ossimorico titolo del film, intraducibile in italiano. Occhi spalancati e chiusi, perché si possono scrutare i propri desideri solo in sogno, dormendo, e ci si può svegliare nella realtà solo impendendo lo sguardo pericoloso del desiderio.

Lorenzo Gineprini

[1] Arthur Schnitzler, “Doppio Sogno“, Adelphi, Milano 1977, pg. 14

[2] S. Freud, “L’interpretazione dei sogni”, Milano, Mondadori, 2012, pg. 106

[3] Arthur Schnitzler, op. cit., pg. 114

[4] Idem

[5] Idem

[6] Slavoj Žižek, “Leggere Lacan”, Bollati Boringhieri, Torino, 2009, pg. 79

[7] idem