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Devo confessare di aver visto quasi tutta la prima stagione di Sense8 in un giorno solo, mentre, steso a letto, cercavo di distrarmi dall’ovattato lamento delle mie terminazioni nervose, recentemente scontratesi col bisturi del dentista. Da principio la serie mi era parsa solamente una versione sotto steroidi di Cloud Atlas, appiattita sul piano temporale ma geograficamente ancora più discontinua. Mano a mano che guardavo, però, mi pareva di intravedere un filo conduttore comune che intersecava le vicende degli otto protagonisti (al di là ovviamente dell’espediente narrativo principale, che li vuole interconnessi per mezzo di una qualche forma di legame telepatico). Mano a mano che le immagini si accumulavano, e via via che le trame si infittivano, c’era una parola che continuava a tornami in mente, e quella parola era “queer”.

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A voler ben guardare, le sorelle Wachowski non fanno nulla per cercare di nascondere l’intenzione di portare nel mercato dell’entertainment mainstream tematiche ad esso di solito aliene. Intanto, perché lo hanno più o meno apertamente dichiarato (“Se dobbiamo fare televisione, allora vogliamo fare la stessa cosa [che facemmo con Matrix]. Vogliamo creare un intero nuovo vocabolario per le produzioni televisive”(1)). In secondo luogo, perché basta guardare pochi minuti della prima puntata per rendersi conto che è già tutto lì. Nella San Francisco dei diritti LGBTQI, dove poche ore dopo sfilerà la variopinta processione del Gay Pride, vediamo una lesbica nera dalla chioma di dreadlock multicolori (ogni riferimento a fatti cose persone è puramente casuale, si immagina) nell’atto di penetrare la sua compagna transgender con un dildo a cintura color arcobaleno – strumento che verrà poi lanciato sul pavimento della stanza a funzione esaurita, con abbondanza di fluidi organici a spargersi sul parquet. Da quel momento in avanti è più o meno un continuo: sesso gay, triangoli improbabili, close-up su vagine dilatate nell’atto del parto, assorbenti interni intrisi di sangue scagliati contro ai federali, fino a una super psico-orgia cis-lesbo-gay-trans-interracial-whatever.

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L’intento, insomma, appare chiaro: dare rappresentazione a ciò che normalmente non ne ha, de-tabuizzando il tabuizzato e de-marginalizzando il marginalizzato. Da un lato, restituendo visibilità a determinati gruppi sociali, di solito esclusi dal discorso politico e mediatico (non a caso, uno dei personaggi sulla cui vita privata la storia si sofferma di più è proprio Nomi/Michael, che in diversi momenti rievocherà episodi – spesso drammatici – della sua esperienza di donna transgender; ma significativa è anche la vicenda della madre di Capheus, malata di AIDS e impossibilitata ad accedere alle cure per via del costo esorbitante dei medicinali). Dall’altro lato, vi è la volontà di (ri)portare nell’ambito del pensabile e del rappresentabile tematiche che nella società contemporanea sembrano essere entrate a far parte di un grande “rimosso” collettivo, tra cui molti aspetti legati alla corporeità. Emerge quindi in primo luogo la questione del corpo femminile, corpo che nell’immaginario pubblico (pubblicitario?) sembra concepibile solo come corpo sessuale, ma che in ogni altro suo ruolo o funzione va di volta in volta coperto, scoperto, delimitato o comunque normato (per ricordarsi che il rapporto della politica col corpo della donna è e rimane conflittuale non serve andare lontano, né nel tempo né nello spazio: per limitarsi solo alla civilissima Europa contemporanea, si pensi alle recentissime e disperanti vicende del Burkini in Francia e del Fertility Day in Italia, o alla recrudescenza degli antiabortismi spagnolo e polacco). La telecamera delle Wachowski indugia quindi intenzionalmente nella zona grigia di ciò che normalmente è il non-visto, accostandosi ad esempio a vagine partorienti e insanguinate (e quindi vagine eminentemente de-sessualizzate) o regalandoci la già citata scena dell’assorbente, la cui improvvisa comparsa nel mezzo di una quotidianità declinata al maschile appare talmente incongrua da distrarre un branco di agenti dell’FBI dall’inseguimento di un fuggitivo (il tampone insanguinato come elemento di scandalo, assurto a simbolo di resistenza a una società di uomini armati di pistole e pistolini?).

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Non è soltanto il femmineo, comunque, ad interessare le due Wachowski. Ecco infatti affacciarsi sullo schermo il problema di un altro corpo, quello dell’uomo. Trattasi in questo caso di un corpo, di norma, meno oggettificato, e quindi anche meno sessualizzato, soprattutto (Dio che ne scampi!) nell’atto dell’incontro con un altro corpo maschile. Perché se sulla carta la nostra può dichiararsi una società che con l’omosessualità è scesa a patti (che, anzi, in certi ambienti e in certi contesti può pure fare ricercato e à la page, in un felice esempio di discriminazione all’incontrario), l’esibizione dell’amore gay nella sua fisicità è tutto un altro paio di maniche. Da questo punto di vista, Sense8 è decisamente serie non adatta ai deboli di omofobia, dal momento che Tito e il suo fidanzato Hernando trascorrono la maggior parte del tempo stesi a letto a  limonare duro (perlomeno quando Tito non è impegnato sul set a vestire i panni del rude “el Caido”). Delizioso, qui, l’ironico esercizio di decostruzione di una certa mascolinità machista che contrappone al personaggio di Tito il personaggio interpretato da Tito, che sembrano fondersi per poi quasi autodistruggersi nella scena conclusiva del confronto con Joaquin. Se nello scendere dall’auto Tito incarna lo stereotipo del duro hollywodiano, occhiali scuri e mozzicone lanciato lontano con gesto noncurante, bastano pochi istanti perché si ritrovi steso a terra a strillare “Non in faccia! Non in faccia!”, mentre l’avversario lo sta massacrando di sganassoni.

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Ma non vorrei si avesse l’idea, a questo punto, che Sense8 sia solo una micidiale apologia delle identità sessuali fluide in 12 noiosissimi episodi. Al contrario: la serie è il tipico prodotto Wachowskiano nel suo voler ricoprire temi di norma bollati come indigesti con un generoso strato di pop. Quindi, chi si aspetta botte da orbi, duelli marziali, sparatorie con semiautomatiche ed esplosioni di lanciarazzi non rimarrà deluso. Naturalmente, il rischio che si corre con ogni normalizzazione dell’anomalo, con ogni processo – più o meno forzato – di inclusione del reietto, è quello del parallelo appiattimento, della neutralizzazione della carica sovversiva che quella diversità porta con sé. Da questo rischio, ovviamente, Sense8 non è immune – allo spettatore l’arduo giudizio sull’esito dell’impresa.

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Mi viene da sottolineare, tuttavia, come si possa dire che l’esperimento sia stato condotto, se non altro, con sottigliezza e sensibilità. C’è un altro tema, infatti, forse più nascosto, che si ripropone periodicamente attraverso tutta la vicenda, ed è la sostanziale noncuranza con cui gli otto protagonisti accettano la possibilità che dei perfetti estranei che risiedono all’altro capo del mondo possano all’improvviso manifestarsi dinnanzi a loro e accedere alle loro sensazioni e ai loro pensieri. In questo senso, la sospensione dell’incredulità del pubblico viene messa talmente a dura prova che è impossibile pensare non si tratti di una deliberata e studiata provocazione. Nella società della paura liquida Baumaniana, in cui diffidenza e sfiducia verso il prossimo rappresentano le cifre fondamentali del turbo-individualismo di una postmodernità neoliberista (una società dove i legami sociali “tradizionali” si sono sfaldati sotto la pressione del capitale ben prima che sotto quella della “teoria del gender”), gli otto sensate si pongono in atteggiamento di aperta rottura. Si fidano istintivamente dell’altro, lo sconosciuto, il diverso. Il cluster di “sensati” rappresenta, in questo senso, la metafora di uno slancio utopico verso il futuro, di superamento delle solitudini postmoderne (e dell’ossessione securitaria che ne deriva e da cui deriva, e che la figura dell’arcicattivo Whispers, fondamentalmente, incarna) non attraverso un ritorno alle strutture del passato –  quelle della famiglia “tradizionale”, da sempre in odore di patriarcato – ma attraverso la costruzione di reti sociali nuove e autentiche, che travalichino legami di sangue, ruoli di genere, e divisioni di classe o di razza. Un senso di comunità e appartenenza, insomma, del tutto rinnovato e sicuramente molto “queer”.

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NOTA LINGUISTICA: il testo è infarcito di anglicismi e me ne scuso. La sintassi e il periodare che stanno alla base del tutto, però, restano solidamente romanzi. Il “queer pop” del titolo, di conseguenza, vede normalmente l’attributo seguire il nome, ed è dunque un queer pop, appunto, e non un pop queer, all’inglese. Per controbilanciare l’eccesso esterofilo ho voluto comunque inserire una spruzzata di regionalismo spinto. Il lettore non torinese in difetto di familiarità con l’espressione “limonare duro”, quindi, è invitato a lavorare di fantasia sull’interpretazione della stessa.

(1) Da un’intervista rilasciata a Comic Book Resource dal co-sceneggiatore Michael Straczynski (traduzione mia). L’intervista è stata rilanciata da WebProNews ed è reperibile al link seguente:
http://www.webpronews.com/netflixs-sense8-hopes-to-do-for-tv-what-the-matrix-did-for-film-2013-09/