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Scena del film Amour (2012) di Micheal Haneke

Non penso spesso alla vecchiaia. O meglio, ci penso con moderazione. Non è uno di quei temi su cui mi piace fantasticare, per ovvi motivi. E se per disgrazia o per bontà del fato vi siete ritrovati ad accudire un familiare con la demenza senile, l’avversione nei confronti della terza età diventa autoevidente. Tuttavia, ciò che spesso manca, non è tanto l’empatia nei confronti del malato, quanto nei confronti di se stessi. Può sembrare un’affermazione curiosa, contraddittoria quasi, ma quando si ha a che fare con l’insondabile mistero delle patologie neurodegenerative, la paradossalità inizia ad essere la norma; improvvisamente i genitori smettono di riconoscere i figli, le nonne i nipoti, le mogli i mariti.

È esattamente ciò che accade in Amour (2012) di Michael Haneke, film vincitore della Palma d’oro alla 65° edizione del Festival di Cannes e dell’Oscar al Miglior Film Straniero alla cerimonia dei Premi Oscar 2013.

Le premesse sono quanto di più ordinario si possa immaginare: la tranquilla vita di una coppia di anziani, entrambi insegnanti di musica, viene stravolta da un ictus che rende la moglie sempre meno autosufficiente. Demenza senile, sindrome di Alzheimer, sindrome di Parkinson; sono solo alcuni dei nomi che definiscono un unico concetto: ricordami com’ero e fissalo saldo in mente, prima che sia troppo tardi, prima che l’inarrestabile degenerare della vita strappi via il mio ultimo brandello di dignità.

Quando una malattia neurodegenerativa decide di iniziare il proprio decorso, non esistono molte scappatoie. Non c’è un modo indolore per gestirla. L’unico stratagemma da adottare è essere flessibili, accettare questa condizione senza tentare di opporre resistenza, lasciare andare la persona che si ama senza cercare di strattonarla. Esattamente l’opposto di quanto fa in Amour Georges, il marito di Anne. I suoi tentativi di simulare una condizione di normalità sono vani. Anne è ben più consapevole del proprio destino, al punto di tentare di convincere il marito a porre un freno alla situazione prima che sia troppo tardi. Tuttavia, come si fa a lasciare andare chi si è amato? Come si fa ad accettare la progressiva dissoluzione della quotidianità?

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Georges non è pronto, e d’altronde chi lo è. Tenta di ricordare alla moglie come si fa ad articolare le parole, recitando Sur le pont d’Avignon con pazienza e lentezza; cerca di farle fare piccoli passetti per non permettere agli arti di atrofizzarsi completamente; continua a nutrirla e dissetarla per impedire che si disidrati o deperisca. Tuttavia è tutto inutile: la malattia prosegue imperterrita e a noi spettatori non resta che fissare impotenti lo schermo, esattamente come la figlia osserva la madre, sconvolta e incredula.

Georges è talmente assorbito dal compito di sostenere e accudire la moglie, da dimenticare di provare empatia per se stesso. Legato dalla promessa di non mandare mai più Anne in ospedale, si fa onere di ogni cosa; e se le infermiere assunte non trattano la moglie con la dovuta delicatezza, Georges non si fa scrupoli a licenziarle. L’amore del marito è cieco e totalizzante. Talmente cieco da non prendere nemmeno in considerazione i suggerimenti della figlia di mandare Anne in una casa di riposo.

«Je ne peux pas croire que de nos jours il y a pas aucune possibilitè d’etre traitée sans manières plus efficaces», esclama ad un certo punto la figlia. E forse è proprio questo ad imbestialire di più. Che la tecnica faccia progressi impensabili, continuando pur sempre a soccombere di fronte alla natura. Il decadimento del corpo, la progressiva consunzione degli organi vitali, sono concetti che noi, figli del XXI secolo, facciamo fatica a digerire. Siamo nell’epoca del tutto è possibile, salvo poi scontrarci con l’ineluttabilità della morte. Siamo abituati ad ottenere ciò che ieri era considerato impossibile: vedere e comunicare con individui dall’altra parte del globo, raggiungere continenti lontani miglia e miglia in pochissimo tempo, andare sulla Luna, persino. Eppure, non siamo stati ancora in grado di sconfiggere la più grande paura che l’essere umano abbia mai conosciuto: la paura della morte. L’accettazione è un sacrificio.

Ci si concentra talmente tanto sulla propria rabbia, sul porre disperatamente un freno all’inesorabile decadimento dei propri cari, che ci si dimentica di se stessi. Ci si impedisce di perdonarci la sconfitta, apparentemente inconsapevoli che, a gareggiare con certi processi, non se ne possa uscire vincitori. È impossibile non empatizzare con Georges, persino quando arriva a compiere l’ultimo, disperato gesto. Pur di non ammettere la sconfitta, decide di recidere di netto la competizione, fino ad essere trascinato sull’orlo della follia.

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Ciò che è impossibile da comprendere, ci insegna Haneke, è impossibile da accettare. E sulla scorta di questa massima, Amour è nel suo genere un autentico capolavoro. Crudo e toccante, ci mostra niente di più e niente di meno come la forza d’animo, quando si confronta con l’insuperabile, non diventa nient’altro che debolezza. E la potenza dei sentimenti, anche quella più devastante, non può essere nient’altro che un timido fuscello destinato a spezzarsi sotto l’infuriare dell’uragano.