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Il bisogno di sfidare la Natura e di appropriarsi del suo potere sembrano impulsi che ci caratterizzano in quanto specie. Into the Inferno ce ne offre una dimostrazione. Questo documentario, come altri lavori di Herzog, trasforma un reportage naturalistico in un’occasione per riflettere sulla condizione dell’uomo sulla Terra.
Il regista bavarese, accompagnato dal vulcanologo britannico Clive Oppenheimer, ci porta alla scoperta dei vulcani più maestosi del mondo, le cui storie sono intrecciate con la nostra. Il viaggio parte dall’arcipelago di Vanuatu e prosegue in Etiopia, Indonesia, Islanda e oltre, alla volta di vulcani antichi e antichissimi, spaventosamente attivi o spenti da decine di millenni.La bellezza di questo docufilm deve molto all’incontro fortuito tra Herzog e Oppenheimer, al Polo Sud, nel 2006. Il primo raccoglieva materiale per Incontri alla fine del mondo, il secondo registrava dati sui vulcani dell’Antartide e proprio in cima ad uno di quei vulcani, l’Erebus, hanno capito di non essere molto diversi l’uno dall’altro.

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Entrambi sono affascinati dalle sublimi manifestazioni della natura, ma in essa cercano sempre l’uomo e non lo spettacolo fine a se stesso. Se Eruptions that shook the world, il libro di Oppenheimer che ha ispirato il film, è un racconto sulla nostra convivenza con i vulcani, Into the inferno ne è la trasposizione cinematografica perfetta, carica com’è dello sguardo antropologico di Herzog.
La telecamera e i video di repertorio ci trascinano nell’incredibile spettacolo dei fenomeni vulcanici: muri di fuoco che si sollevano in cielo, nubi di fumo che allungano le loro ombre per chilometri, fiumi di lava e magma ribollente. Per il regista è davvero un viaggio dal sapore dantesco, con il suo Virgilio, Oppenheimer, il caldo infernale dell’Etiopia e il cosmo di personaggi, più o meno sani di mente, che incontra nei dintorni dei vulcani di tutto il mondo. E sono proprio le voci di questi ultimi a raccontarci le storie degli uomini che vivono, e hanno vissuto con i vulcani, voci alle quali si aggiunge quella profonda e inconfondibile di Herzog.
Sono le storie di come, dal passato più remoto fino alla contemporaneità, i vulcani hanno condizionato la vita sulla terra, di come sono stati determinanti nel viaggio che ha portato la nostra specie ad essere quello che è oggi. Ad esempio, dovrebbe fare un certo effetto scoprire che circa 75.000 anni fa la specie umana è stata quasi cancellata dalle conseguenze di una tremenda eruzione o che la selce espulsa da un vulcano in Etiopia ha favorito, per gli ominidi presenti nell’area, quell’incredibile salto evolutivo costituito dalla lavorazione di utensili.
Ma sono anche le storie che, con ironia e con una punta di tristezza, ci mostrano l’inesplicabilità della Natura, la sua indifferenza nei confronti dell’uomo. La giustizia e i miti umani sono presuntuosi, come ci ricorda il caso del criminale, scampato ad un’eruzione che colpisce e uccide tutti i prigionieri del carcere in cui era detenuto, lui solo salvo perché rinchiuso in una cava in isolamento, perché era “il più cattivo”.

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Ben più triste è la contraddizione che Herzog trova in Corea del Nord. Qui il Monte Paektu, di origine vulcanica, è stato scelto come simbolo della forza e della coesione del popolo coreano. Ma ciò che il regista vede e filma per le strade è la solitudine, l’inquietante assenza di sostanza spirituale nei fedeli al regime, sottoposti alle restrizioni della dittatura e all’onnipresente propaganda del leader Kim Jong-un. Il vulcano avrebbe motivo di risentirsi, ma l’indifferenza è anche questo.
Nel viaggio troviamo anche frammenti dei filmati registrati da Katia e Maurice Krafft, i famosi coniugi amanti dei vulcani. Le loro fotografie e le loro riprese sono uniche e donano un’incredibile potenza visiva al documentario, anche perché il punto d’osservazione di Herzog ci mostra sempre il magma in un momento in cui, casualmente, è immobile e vediamo spesso la stessa immagine di una massa incandescente che sì, sbuffa e ribolle, ma è ferma. Però, parlare di “caso” potrebbe non essere corretto.

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L’opera dei coniugi Krafft è quella di due studiosi con un gusto particolare per la sublimità della natura, e sembra essere indivisibile da quella di documentarista. Osservatori poco prudenti, erano abituati ad avvicinarsi ai fiumi di lava incandescente e alle esplosioni infuocate, disposti a rischiare la vita per vedere da vicino quello che la Natura fa. Il loro destino era forse inevitabile, travolti da una colata piroclastica in Giappone hanno pagato il prezzo della vana curiosità, dell’oblio dell’uomo a favore dello spettacolo spericolato e un po’ frivolo. E i Krafft hanno molto in comune con Timothy Treadwell, le cui riprese della sua convivenza con gli orsi nella riserva di Katmai erano state montate e commentate da Herzog in Grizzly Man (2005). Anche Treadwell stava documentando qualcosa, ancora una volta un gioco pericoloso tra l’uomo e la Natura, ancora una volta con troppa leggerezza e ancora una volta con un triste epilogo.
Allora il modo in cui il regista riprende il fuoco vuole forse essere un monito, agli spettatori, ai cineasti di ogni sorta e a se stesso, sul valore della vita e sull’importanza di non farsi abbagliare dalla presunzione di poter dominare la Natura o di poterla sfidare uscendo indenni dallo scontro.

Presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival di Telluride, Colorado e in Italia all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Into the Inferno esce in contemporanea con Lo and Behold: Reveries of the Connected World, sguardo critico e pacatamente pessimistico sui traguardi, i progetti e i sogni del “mondo connesso”. Entrambi aprono una finestra su una parte di mondo ed entrambi hanno il merito di far emergere miti e contraddizioni che la sensibilità di Herzog riesce ad elevare in una prospettiva universale. Segno che, dopo aver scritto e diretto decine di film e documentari, questo regista ha ancora molto da dire sulla vita dell’uomo.