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Scena del film Carnage (2011) di Roman Polański



“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi,

ma nulla neppure io stesso”
Luigi Pirandello – Uno, Nessuno, Centomila

‘In un salone di un appartamento di Brooklyn ci sono due coppie di genitori che discutono: una scrittrice d’arte e un rappresentante di articoli domestici, un’impiegata finanziaria e un avvocato…’ Sembra l’inizio di una di quelle barzellette che ci si racconta da piccoli; invece, penso possa essere un’ottima sintesi del breve ed intenso film del regista polacco Polański, Carnage (2011). Siamo ancora una volta (come già visto per il film Locke di S. Knight) in una situazione che rispetta le tre unità narrative che, secondo Aristotele, rendono generalmente valida una narrazione: unità d’azione, tempo e spazio. Carnage, infatti, segue minuto per minuto il confronto tardo pomeridiano che Penelope (Jodie Forster) e Michael (John Reilly), proprietari dell’appartamento, instaurano con gli ospiti Nancy (Kate Winslet) ed Alan (Christoph Waltz).

Motivo dell’incontro? Nient’altro che una lite avvenuta a scuola tra i rispettivi figli undicenni, lite che viene mostrata agli spettatori durante il breve incipit insieme ai titoli di testa e al dinamico accompagnamento musicale di Alexandre Desplat. Per quanto questo episodio infantile sia l’origine nonché filo conduttore di tutta la vicenda, in realtà passa abbastanza rapidamente in secondo piano, diventando un pretesto per sfogarsi, ognuno a modo proprio: insoddisfazioni personali, crisi di mezza età, tensioni amorose, frustrazione lavorativa, vizi e pregiudizi, cose non dette: queste sono solo alcune delle verità che vengono a galla nel corso della tesissima discussione.

carnage2Polański ci mostra con sottile ironia ed incredibile maestria il contrasto tra l’innocenza giovanile e la complessità del mondo adulto, un mondo fatto in gran parte di apparenze, manierismi e facciate; ma tutto ha un limite, e in poco più di un’ora queste barriere crollano, lasciando spazio a verità così represse da palesarsi in modo “violento”, inaspettato, nervoso. La vita di coppia, il lavoro e il mondo delle interazioni sono spesso un pot-pourri di emozioni trattenute e formalismi socialmente indotti. Carnage, “carneficina”, cattura mentalmente e fisicamente, ci tiene bloccati in quelle quattro mura insieme ai quattro protagonisti: più volte Nancy ed Alan cercano di andare via (e noi con loro!, elemento che richiama fortemente El ángel exterminador di Buñuel), ma c’è sempre un piccolo fattore a trattenerli, da un vicino infastidito ad una fastidiosa telefonata: tutte scuse, anche queste. Siccome sfogarsi è una sorta di attività purificatrice, l’impressione è piuttosto che i protagonisti non vogliono rinunciare a questa opportunità di confronto, e così si aggrappano inconsapevolmente ai piccoli dettagli per poter restare ancora.

A guidarci in questo turbine di sfoghi ci sono comunque alcuni punti di riferimento, sia visivi sia mentali: i preziosi cataloghi d’arte, reliquie del riscatto sociale di Penelope; lo scotch e i sigari, usati da Michael come evasione dalla routine; i tulipani gialli falsamente apprezzati e poi nervosamente distrutti da Nancy; e soprattutto il telefonino di Alan, martellante e pungente come la sua persona. Insomma, ognuno di loro ha i propri capricci, ognuno di loro indossa una maschera (dal latino màsca. originariamente strega, in senso figurato persona camuffata, finta).

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Questo intenso e coinvolgente capolavoro polańskiano può essere allo stesso tempo visto come un processo di degradazione e perdita di dignità, o anche come il ritorno ad uno stato naturale e spontaneo, senza barriere, senza maschere; più brutale ma, forse, anche più “umano”. Fino a che punto siamo in grado di mentire, agli altri e a noi stessi, per salvare le apparenze? Non sarebbe più semplice essere sempre diretti con gli altri, onesti con se stessi? Certo, non fosse che la realtà a volte fa male, non ci piace, e quindi cerchiamo più o meno inconsciamente di mascherarla. È quando la maschera crolla, come in Carnage, che ci si ritrova soli con se stessi, in un autoconfronto che spaventa.

Ad ogni modo, il maggiore insegnamento di Polański arriva alla fine, con una sequenza analoga a quella iniziale, altrettanto ermetica: i veri eroi e modelli di questo film sono i due bambini che, ignari di tutto, nella loro innocenza, hanno già superato ogni problema; o forse non ne hanno mai (ancora) avuti…

Maria Adorno