Se non ne avete ancora avuto l’occasione, andate al cinema a vedere Io, Daniel Blake. È la storia di un carpentiere inglese che, dopo aver smesso di lavorare a causa di un problema cardiaco, cerca in tutti i modi di ottenere il sussidio di invalidità, trovandosi a fare i conti con uno Stato ormai ridotto a mera macchina burocratica e vessatoria.

La pellicola va ad arricchire la copiosa filmografia del regista inglese Ken Loach, che dopo Il vento che accarezza l’erba (2006) torna a vincere il prestigioso premio della Palma d’Oro a Cannes, confermandosi uno degli autori più importanti e impegnati del panorama cinematografico europeo. Socialista convinto, Loach veste i panni del regista di docudrammi scevro da velleità ideologiche: denuncia sì con fermezza le storture e le brutture del nostro tempo, ma cerca sempre di farlo tramite la forza delle storie e dei personaggi, siano essi in grado o meno di resistere quando le circostanze diventano critiche.

Fin dall’inizio, infatti, il film si accorda sui toni della denuncia sociale, lanciata attraverso l’osservazione di un dramma personale: il sottofondo dei titoli di testa è costituito proprio dal primo degli innumerevoli e surreali colloqui che Daniel deve sostenere per ottenere la pensione di invalidità. Fuori campo, quindi, si alternano a tempo domande e risposte rispettivamente dell’impiegata e del protagonista – atone e annoiate le prime, energiche e vivaci le seconde – che, in un crescendo di ritmo, divengono colonna sonora perfetta dell’inizio del film. E in pochi minuti lo spettatore si persuade di conoscere Daniel Blake da una vita.

Come si intuisce dal titolo, il film è tutto incentrato sulle vicende del protagonista e sullo spinoso tema di fondo. Vedovo, senza figli e ora senza stipendio, Daniel è costretto a guerreggiare contro l’inconcepibile burocrazia degli ingranaggi statali, sopportando a fatica i rimbalzi da un ufficio all’altro di Newcastle (Inghilterra del Nord). Trascorre le mattine al telefono, soltanto che dall’altro capo provengono solo snervanti musichette di call-center i cui operatori sono per definizione sempre momentaneamente occupati, mentre la sua vita sembra dipendere tutta dalla chiamata di un fantomatico (e irreperibile) Responsabile…

Eppure, Daniel non è un disperato: le circostanze in cui è costretto a vivere non gli sottraggono nemmeno una goccia di vitalità e di energia, anzi lo portano a battersi irremovibilmente per il sussidio, imparando a usare il computer e a scrivere, all’alba dei sessant’anni, il suo primo curriculum.

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In questo contesto, il legame d’amicizia stretto con Daisy, ragazza madre disoccupata ridotta a scegliere se spendere le ultime sterline a disposizione per comprare la cena o per accendere il riscaldamento, sorprende per la sua bellezza quasi disarmante. Così lontani e così vicini, si ritrovano tutti e due al di qua di un muro sostanzialmente invalicabile che dissocia i cittadini dallo Stato, trovando una forza nuova nell’affetto reciproco. Molte scene del film sono disseminate di piccoli e grandi gesti di solidarietà, quell’impulso sincero ad aiutare il proprio simile senza pretendere nulla in cambio, perché l’altruismo – sembra suggerire Loach – dovrebbe essere l’antidoto contro uno Stato che ha smesso ormai da tempo di tutelare i cittadini. Tra i due si crea così un rapporto limpido e a tratti commovente, che permette a entrambi, al netto delle situazioni più tragiche e delle scelte più difficili, di non perdere del tutto la propria dignità.

Daniel e Daisy condividono lo stesso problema e lo stesso spirito: il problema di un Welfare inadeguato, e lo spirito di chi ha ancora fiducia in sé e nei propri simili, di chi sa reinventarsi e affidarsi agli altri – prospettive che emergevano rispettivamente negli ultimi due film di Loach, La parte degli angeli (2012) e Jimmy’s Hall. Una storia d’amore e libertà (2014). Risiede qui il vero anticonformismo del film di Loach, che in fondo racconta una storia di speranza nell’umano, quell’umano che tante volte, oggi, sembra cadere sotto i colpi del virtuale, laddove “fare rete” ormai sembra equivalere solo all’utilizzo dei social network.

Posato e delicato, mai pietoso, il film è di un realismo sconcertante. E sono sicuramente piccoli dettagli a renderlo tale, ma non solo. Continuatore per certi versi del Neorealismo italiano e della Nouvelle Vague francese, il regista lavora quasi sempre con attori non professionisti, o comunque lontani dallo star system e che, almeno in questo caso, riescono a rappresentare gli eroi dell’ordinario con una bravura che nulla ha da invidiare ai canoni hollywoodiani. Grazie alla scrittura avvincente (lo sceneggiatore Paul Laverty collabora con il regista ormai da vent’anni) e a un montaggio a tratti privo di soluzione di continuità, Loach affronta un tema difficile senza scadere mai nella forzatura o nel didascalico, invitando lo spettatore a seguire, per un pezzo di strada, niente di più, niente di meno che un cittadino: Daniel Blake.