the_woman_001

Il genere horror non si è mai risparmiato nell’utilizzare una vasta gamma di figure femminili, rese come stereotipi a seconda delle esigenze: la donnicciola dallo spavento facile e la indomita cacciatrice di streghe; la blonde chick ingenua, tra le prime a morire per mano del serial killer di turno, e la sagace e misteriosa ragazza che è in grado di mettersi in contatto con l’aldilà; la bambina che scorrazza impaurita per una città abbandonata e quella che emerge minacciosa dallo schermo. The Woman – horror americano del 2011 di Lucky McKee – non solo utilizza alcuni di questi stereotipi, ma li esagera fino a dilaniarli, lasciandone allo spettatore dei miseri brandelli.

Teatro delle atrocità del film è – ovviamente – una tranquilla cittadina della campagna americana, presso cui abita la famiglia Cleek: padre avvocato e cacciatore amatoriale (Chris), moglie casalinga (Belle), una figlia adolescente dall’aria turbata (Peggy) e il suo taciturno fratello (Brian) e infine la piccola Darlin, simpatica bambina che rappresenta un po´ la famigerata linea comica.

La quiete viene spezzata quando i Cleek sono costretti ad aggiungere un posto a tavola per una donna selvaggia, rinvenuta durante una battuta di caccia nei boschi circostanti.  La donna proviene da una tribù di cannibali americana – le cui sorti sono narrate nel primo film della trilogia, The Offspring (2009); Chris Cleek decide di incatenare la bestia per civilizzarla e di impiegare la sua famiglia nell’impresa. «Non sarà poi così difficile» recita sicuro di sé Chris «dovremo prenderci cura di lei come dei nostri cani».

La donna selvaggia – presentata come radicale antitesi alla civiltà – è il deus ex machina che porterà alla luce gli intimi caratteri di ogni membro della famiglia; ella diventa un mero corpo: aggressiva se attaccata, timorosa se punita, lodevole se ricompensata. La donna non è però solamente vittima di un’educazione coatta assai crudele, ma anche delle attenzioni sessuali dei maschi della famiglia, i quali quindi non la considerano né un animale da compagnia né un oggetto di cui prendersi cura, ma una donna privata dello habeas corpus, usata dai suoi proprietari.

Nella grande casa coloniale dei Cleek selvaticità e civiltà s’incontrano, si fissano negli occhi come si fissa uno specchio: la realtà si confonde allora con l’immagine riflessa e i ruoli s’invertono: mentre la prigioniera viene lentamente addomesticata, gli istinti dei membri della famiglia vengono alla luce nei loro tratti più estremi: da una parte Chris, in un inarrestabile percorso verso la misoginia più efferata, plagia il figlio, il quale mostra sempre di più una pronunciata sociopatia e un incredibile sadismo; dall’altra parte, Peggy dimostra di non accettare il trattamento riservato alla prigioniera e Belle – totalmente succube del violento marito – decide di ribellarsi e di allontanare le proprie figlie da quella casa degli orrori. La risposta di Chris dà il via ad un incredibile climax d’inaudita violenza, che più che far saltare sulla sedia, porta ad osservare increduli la crescente crudeltà umana, rappresentata con note chiaramente splatter. Proprio in questo momento in cui la civiltà mostra il suo volto oppressivo e crudele, la villa dei Cleek diventa un hobbesiano stato di natura: smascherata la violenza dietro l’ordine, questo deve confrontarsi con la forza bruta della natura, sul cui campo la battaglia è nuovamente ad armi pari.

La woman annunciata nel titolo non è in fondo solamente la selvaggia, ma anche Belle, Peggy e Darlin, protagoniste della vicenda e veri agenti critici del film. L’idiosincrasia dell’ordine della civiltà viene infatti rappresentata in uno dei suoi aspetti più chiari e attuali, ossia l’oppressione del genere femminile nei suoi diversi caratteri. Gli stereotipi femminili horror vengono allora decostruiti e ne viene messo in luce la loro vera origine – ovvero il rapporto funzionale con le scelte del maschio – nonché la loro possibilità di riscatto. Ai membri femminili della famiglia Cleek viene offerta la possibilità reale di realizzare il sogno rousseauniano di rinunciare alla civiltà per ritornare alla natura e potersi liberare dell’oppressione maschile: mentre la donna selvaggia scaglia la propria ira contro Belle come contro i due carnefici di genere maschile — colpevole di non essersi ribellata al momento opportuno — ella offre di leccare il proprio dito impregnato di sangue umano alle altre sopravvissute, le quali potranno seguirla se anche loro mangeranno simbolicamente il dito di loro padre, come la selvaggia aveva fatto al primo incontro con Chris. L’alternativa proposta dalla cannibale è una vita al di fuori della civiltà, una tabula rasa culturale da cui non solo esse potranno finalmente cominciare una propria vita, ma che farà “bene al bambino” — come recita la selvaggia —, ossia che garantisca la medesima possibilità anche alle generazioni future.

The Woman riesce a rappresentare chiaramente – fino a risultare persino riduttivo della complessità di alcune tematiche – una critica acuta e diretta e riesce a raffigurare le dinamiche etiche e psicologiche dei singoli personaggi; ma le abilità di McKee nella regia di questa perla horror non si limitano solo a questo.

Prima di tutto egli ha la capacità di confondere fin da subito lo spettatore, il quale già dalle prime scene si aspetta che sia la selvaggia a minacciare il villaggio e non il contrario. Questo continuo cambiamento di piani si verifica lungo tutta la durata della pellicola e risulta particolarmente inaspettato in un senso anche meta-cinematografico. La semantica proposta è inizialmente quella di un b-movie, in cui lo spettatore è portato a non farsi troppe domande sulla coerenza di certe azioni dei personaggi. Lentamente, tale incoerenza si rivela però essere non tanto una caratteristica del linguaggio del genere, ma piuttosto relativa al mondo stesso rappresentato nel film: i personaggi sono irrealistici fintanto che indossano la maschera della convenzione; ma non appena la loro vera natura appare, essi appaiono incredibilmente verosimili nella loro crudeltà.

Il risultato è un film con una distribuzione da b-movie — la quale rimane chiara ad esempio nella recitazione a tratti carente — ma una resa assai più ambiziosa. Il regista offre infatti un prodotto tutt’altro che grossolano dal punto di vista estetico: la pellicola non si risolve mai in un mero horror a base di ettolitri di sangue e miriadi di lame ma gode talvolta di un certo spessore nelle immagini e sicuramente di una cura dettagliata della musica e del suono. The Woman lascia quindi lo spettatore soddisfatto e positivamente stupito, ma sicuramente nauseato dall’amaro boccone culturale, presentato dal regista al pubblico come la cannibale offre il proprio dito sporco di sangue alle sopravvissute.

the_woman_2_news