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François Pignon sta attraversando un periodo di crisi su tutti i fronti. L’azienda di preservativi per cui lavora ha deciso di licenziarlo, l’ex-moglie non risponde alle sue quotidiane chiamate, suo figlio non gli parla da settimane. L’incipit di Le placard, commedia francese del 2001 (in italiano «L’apparenza inganna»), non è dei più rosei. Pignon è un uomo considerato da tutti mediocre, incapace di affermarsi in un mondo di lupi senza scrupoli, un agnellino che i colleghi non esitano ad azzannare tra grasse risate. In azienda tutti sapevano del suo licenziamento da giorni, ma nessuno pare rammaricarsi della perdita di un «con» come lui, un fesso senza arte nè parte. Personaggio fantozziano interpretato magistralmente da Daniel Auteuil, Pignon è in realtà un uomo sensibile e malinconico, sempre gentile con gli altri e incapace di rancore. A due passi dal suicidio, troverà però il modo di riprendersi grazie all’aiuto inaspettato del vicino di casa Belone (Michel Aumont). Quest’ultimo, tristemente licenziato molti anni prima a causa della sua omosessualità, suggerirà a Pignon un piano per evitare il licenziamento.

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Belone: «Sortez du placard, avouez votre homosexualité»
Pignon:«Mais je ne suis pas homosexuel»
Belone:«Ça on s’en fout!»

Belone consiglia infatti a Pignon di fare coming out, di «uscire dall’armadio» confessando pubblicamente la propria (finta) omosessualità. Inviate anonimamente all’azienda alcune sue foto ritoccate, che lo ritraggono in pose compromettenti in compagnia di bellimbusti mezzi nudi, Pignon mette in scacco l’azienda. Licenziare un omosessuale sarebbe infatti un duro colpo per l’immagine di un brand che vende preservativi e non vuole inimicarsi il mondo LGBT. Il dado è tratto, la farsa può cominciare.

Francis Veber riesce a mettere in scena una commedia su pregiudizi e tabù dell’omosessualità, ma lo fa con un meccanismo che capovolge almeno in parte gli schemi abituali. Invece di mostrarci un uomo perseguitato per la sua sessualità socialmente anormale, come accade in molti film, il regista sceglie di raccontarci la storia di un uomo fragile e escluso che riesce a farsi «accettare» dal suo mondo proprio in virtù della sua presunta omosessualità. In una società schizofrenica in cui gli individui amano definirsi progressisti, ma allo stesso tempo esorcizzano l’omosessualità come uno dei mali peggiori, l’omosessualità finisce per acquisire un potere occulto: ogni coming out espone pubblicamente non solo il mittente, ma anche i destinatari, che sono chiamati a una presa di posizione e obbligati a dare una risposta conforme alle norme non scritte del loro ambiente. Dichiaratosi omosessuale, Pignon riesce infatti a salvare il proprio lavoro, con una messinscena che colpisce i punti deboli dei suoi superiori e allo stesso tempo ridà vigore alla sua personalità, ma innesca involontariamente una serie di meccanismi sociali che rivelano tutta la problematicità della questione.
Un meccanismo fatto in primis di omofobia, che diventa ipocrisia. Agli occhi dei colleghi, Pignon ha acquisito un potere capace di compromettere le loro carriere. Un passo falso con lui, uno sguardo di troppo, potrebbero costare cari. Meglio allora per tutti quanti stendere un velo di prudenza e ipocrisia. Persino Felix Santini (un commovente Gérard Depardieu), un rozzo maschilista amante del rugby, non esiterà ad avvicinarsi a Pignon per scongiurare eventuali accuse di omofobia da parte dei suoi capi, in un mondo, quello aziendale, in cui le apparenze vanno salvate a tutti i costi. Dalla paura e l’odio alla dissimulazione, Santini, «homo refoulé» (omosessuale represso), metterà a sua volta in atto una finzione difensiva che rispetta ogni stereotipo sull’omosessualità (dal maglione rosa alla dichiarazione «Moi ce que j’aime du rugby c’est les douches…») e che finirà tuttavia per provocare un profondamento turbamento esistenziale.

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Le placard è un film sull’identità sociale e individuale. Pignon è in qualche modo sempre lo stesso uomo timido e discreto, ma gli sguardi delle colleghe e dei capi sono ora irrimediabilmente influenzati da quelle foto osé. Per qualcuno Pignon è un «sale pédé» (sporco omosessuale), che occorre però rispettare pubblicamente con tanto di sorrisi, per altri ha acquisito invece un fascino inaudito, quello della checca solitaria che ha vissuto indicibili avventure: in entrambi i casi assistiamo a una vera e propria reificazione. Se prima Pignon era un soggetto mancato e incompleto, per la sua incapacità di affermarsi, ora è un soggetto anomalo, o meglio, un oggetto di curiosità morbose e irrefrenabili, pruriginoso oggetto del discorso pubblico. Pignon è sempre lo stesso, ma nessuno, o quasi, può vederlo per come é. Per essere qualcuno ha dovuto incollarsi addosso un’etichetta scomoda, ma in grado di stuzzicare l’immaginario collettivo e, nel bene o nel male, acquisire visibilità.
Non mancheranno tuttavia i meccanismi di rigetto, che non si concretizzeranno mai sottoforma di attacco diretto e a viso aperto, bensì sotto la forma della chiacchera di corridoio, vociferazione, rumeur. Lo sguardo sull’altro è sempre ambiguo e altalenante. Per alcuni, omosessualità e perversione vanno di pari passo. Mentre aspetta suo figlio fuori da scuola, Pignon viene avvistato da due colleghi, che non esiteranno a spargere la voce della sua presunta attrazione per giovani ragazzi. Dall’omosessualità alla pedofilia, il passo è breve, ma il percorso di Pignon non passa solo attraverso i sospetti e le percosse. In quanto oggetto anomalo, egli dev’esser collocato in un mondo specifico e, se possibile, sfruttato: Pignon diventa per l’azienda il prodotto di marketing perfetto, da mettere in mostra nei gay pride, con tanto di cappello-preservativo, come se la sua sessualità non fosse una questione personale, bensì un affare di Stato. La diversità dev’esser monetizzata, soprattutto in una società in cui i confini tra lavoro e vita privata sono evanescenti. Per salvarsi Pignon non può più limitarsi a fornire la sua competenza e serietà lavorativa, ma deve mettere in atto una mobilitazione totale delle sue risorse, esponendole alla luce del giorno.

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In un crescendo di assurdità, che non manca tuttavia di strappare al pubblico risate ininterrotte, Pignon dimostrerà però di esser sempre stato una persona di cuore («vous êtes quelqu’un de bien» gli dirà infina la collega che lo guarda per la prima volta per com’é), capace di farsi amare a prescindere dalla maschera che aveva provato a indossare. Dopo esser uscito dall’armadio e aver provato sulla sua pelle il significato della fragilità dell’identità, Pignon non rimpiangerà la sua messinscena, «parce que depuis que je passe pour un homo j’ai commencé me conduire comme un homme» («Perchè da quando sono considerato un omosessuale ho iniziato a comportarmi come un uomo»).

Merci à Anneline pour sa connaissance de la comédie française

Fabrizio Defilippi