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“In Colombia ho imparato che il bene e il male sono concetti relativi”

Di per sé quello dell’agente Murphy non è un pensiero originale, non è lui ad aver scoperto per primo il relativismo etico . Ma il merito della serie tv di Netflix è quello di trasferire sullo schermo con estremo equilibrio questa visione della morale.

Spesso i film o le serie sui criminali finiscono per esaltarli, facendo simpatizzare il pubblico per loro, spettacolarizzandone i delitti. Questa è per esempio la critica che è stata spesso mossa alla serie tv Gomorra, non del tutto a torto. Ma per quanto il Pablo Escobar di Narcos abbia un indubbio carisma, la serie tv ce ne mostra anche gli aspetti più spiacevoli.

Nella prima scena in cui compare, Escobar viene fermato dalla polizia perché sta importando illegalmente oggetti tecnologici nel paese. Per superare il posto di blocco alterna con sagacia lusinghe e minacce, mostrando di conoscere i nomi dei poliziotti e dei loro familiari. Infine conclude con la frase, ormai diventata un tormentone: Plata o plomo, soldi o piombo . L’atteggiamento da canaglia impunita, i baffi spavaldi, ci conquistano da subito. Ma ben presto inizieremo a conoscere anche la violenza di Pablo, brutale e vendicativa, spesso rivolta agli innocenti familiari dei suoi nemici. Ma soprattutto quell’affascinante sicurezza di sé si muterà progressivamente in un vittimismo infantile, di chi pretende di aver ragione e si sente perseguitato ingiustamente dal governo colombiano.

L’ambivalenza suscitata da Escobar può essere testimoniata dall’atteggiamento dei due genitori verso di lui. Da un lato la madre lo segue per tutta la vita quasi con venerazione, correndo sul luogo della sua morte per urlare ai giornali che suo figlio era un brav’uomo. La donna insiste sul fatto che Pablo ha donato molto denaro alla popolazione di Medellin, fatto sicuramente vero: ma era generosità o un modo per avere dalla sua parte il popolo nella lotta contro la polizia? Dall’altra parte c’è il padre, che si ritira tra le montagne e quando il figlio torna da lui per nascondersi lo accoglie, ma senza nascondergli il suo disprezzo e la vergogna per l’assassino che è diventato.

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C’era poi il rischio che una serie tv americana sul narcotraffico finisse per esaltare le azioni delle forze segrete americane in Colombia. Ma anche in questo caso Narcos si mantiene imparziale, mostrandoci ad esempio come inizialmente i servizi segreti, condizionati dalle ossessioni di Nixon, abbiano diretto i loro sforzi a sconfiggere le deboli e mal organizzate cellule comuniste, piuttosto che fermare il fiorente narcotraffico. O come anche gli agenti statunitensi ricorrano a volte alla tortura per ottenere informazio
ni fondamentali.

“Chi sono i buoni? Siamo noi?” chiede ad un certo punto l’agente Pena, quasi con disperazione. Narcos infatti abbandona un rassicurante manicheismo, secondo cui bene e male sono due principi opposti dai contorni ben definiti, tra i quali basta scegliere. “Le cose conoscibili non derivanodal bene soltanto la loro conoscibilità, ma anche l’essere e la sostanza”[1] scriveva Platone, che nel celebre mito della caverna paragonava il Bene al Sole, facendone l’idea suprema.

In Colombia il sole sembra essere tramontato, per lasciare spazio ad una nebbia in cui il Bene non è capace di illuminare completamente nessuna azione. Il crollo stesso di Escobar ad esempio passa attraverso il finanziamento da parte del governo statunitense di paramilitari fascisti in Colombia, che giustiziano i collaboranti di Escobar con efferata violenza.

Forse le continue antinomie etiche al centro di Narcos affondano le loro radici in una più ampia contraddizione insita nel narcotraffico. Infatti consideriamo i signori della droga dei criminali violenti, che commerciano sostanze pericolose e illegali. Eppure il loro potere si fonda  sull’acquisto da parte dinoi occidentali, noi buoni e civilizzati, che per mantenere la facciata morale dobbiamo farci di cocaina colombiana nascosti nel cesso.

 

[1] Platone, “La repubblica”, Mondadori, Milano, 2012