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Scena del film 12 Angry Men (1957) di Lumet

Film d’esordio di Sidney Lumet, ottantesimo nella lista dei 100 migliori film americani, 12 Angry Men spicca in particolar modo per la qualità della sceneggiatura e dei dialoghi, abilmente curati da Reginald Rose. Il film porta lo spettatore in medias res: il breve incipit, infatti, rivela subito che siamo di fronte ad un processo per omicidio e che la giuria, composta da 12 uomini, dovrà riunirsi per discutere il verdetto finché non si sarà raggiunta l’unanimità. L’accusato è il figlio dell’uomo trovato morto; non ci sono prove schiaccianti, solo un paio di testimonianze che sembrano essere contro di lui; in caso di verdetto a suo sfavore, il ragazzo sarà destinato alla sedia elettrica, vale a dire a morte certa.
Al termine di questi rapidi 3 minuti, i 12 giurati si spostano nella saletta laterale dove resteranno per l’intero film (e noi con loro), fatta eccezione per qualche brevissima scena al bagno e per la sequenza di chiusura, in modo del tutto analogo alla già analizzata struttura di Carnage.
Dopo qualche breve scambio di parola, i giurati prendono posto e la discussione ha inizio. In un primo momento, la questione sembra destinata a risolversi facilmente ed in poche battute, visto che il presidente chiama subito una prima votazione e che tutti sembrano piuttosto sicuri di sé; tuttavia, al momento del conteggio, il risultato lascia tutti di stucco: 11 a favore della condanna, 1 contro. A schierarsi contro la condanna è il personaggio che già inizialmente era restato in disparte ed era apparso più pensieroso degli altri. E se ha votato contro, non è perché pensa che l’accusato sia innocente, ma piuttosto perché “non lo sa”. E questo flebile dubbio è sufficiente, a suo parere, se non altro per prolungare la discussione ed approfondire l’analisi insieme, per poi votare con consapevolezza e coscienza pulita. “Condannare un uomo a morte è una faccenda che non andrebbe presa sotto gamba”, afferma, lanciando dei primi messaggi subliminali ai suoi colleghi.

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Gli altri 11, infatti, sono persone che purtroppo ragionano in modo molto più “comune”: hanno fretta di esprimersi, sete di opinione e, soprattutto, mancano di lucidità d’analisi. Per questo Davis (il cui nome è rivelato solo sul finale), interpretato da Henry Fonda, si staglia sugli altri per l’intero film, grazie alla sua logica ferrea, al suo spirito imparziale, “scientifico”.
Una testimonianza non è per forza veritiera, vuoi per cattive intenzioni, vuoi per semplici fraintendimenti; un’opinione non è assoluta e può essere facilmente manipolabile; ciò che viene riconosciuto come “fatto” può in realtà essere stato alterato in origine, o registrato in modo incompleto; l’ammissione di ignoranza (nel senso di non-conoscenza) non è sintomo di debolezza ma, anzi, di onestà intellettuale; le conclusioni tratte troppo rapidamente sono spesso indice di assunzioni illegittime ed infondate; avere la responsabilità di decidere della vita di un essere umano, infine, non è qualcosa che si può prendere alla leggera. Questi sono solo alcuni dei punti razionalmente messi in evidenza dal “giurato n°8”.
Se il giurato in questione ha già ben chiari tutti questi elementi, così non è per gli altri 11, ognuno vittima di una o svariate debolezze umane, logiche, linguistiche: chi pensa solo alla partita di calcio in corso, chi si barrica dietro ad opinioni preconcette solo per sfoggiare una posizione “sicura”, chi segue il gregge per carenza di spina dorsale e timore del parere altrui… Tutti questi comportamenti umanamente comprensibili, ma non per questo giustificabili, cozzano con la statura morale di Davis, senza dubbio protagonista “intellettuale” del film, l’unico che si spinge oltre la δόξα (doxa – l’opinione, la credenza) e che cerca di avvicinarsi a quella che gli antichi filosofi greci già definivano ἐπιστήμη (episteme – la verità, la conoscenza razionale, scientifica, universalmente dimostrabile).

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Il bisogno di avere un parere fermo su tutto, al giorno d’oggi più che mai, è causa di infiniti fraintendimenti ed errori, in una società in cui ciò che più conta è avere un’opinione, a prescindere dal fatto che essa (o in questo caso il voto) sia o meno fondata. Possibilmente, poi, la si deve avere subito, in fretta, insieme agli altri, seguendo ciecamente il gregge, quasi per inerzia, altrimenti si diventa elementi di disturbo, proprio come Davis.
Nonostante siano passati quasi esattamente 50 anni, 12 Angry Men è ancora di grande attualità. Oltre ad una grazie lezione di logica e morale, il film di Lumet è anche un viaggio introspettivo nella psiche dei vari personaggi, ognuno alle prese con diversi ostacoli mentali, inferenze erronee, con i propri pregiudizi, e con l’irrefrenabile impulso di sfornare deduzioni rapide e superficialmente rassicuranti.
Eppure, non tutto è perduto: siccome l’unanimità non è stata raggiunta alla prima votazione, la discussione must go on. All’inizio sembrano non esserci molti elementi a cui aggrapparsi per approfondire l’analisi, quindi il dibattito/film sembra destinato a finire irrimediabilmente presto. Tuttavia, quando una secondo voto anonimo viene chiamato dal presidente, ci si rende conto che le parole di Davis non sono cadute completamente nel vuoto come poteva sembrare: il risultato è, infatti, diverso dal precedente.

Maria Adorno