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La forma più bassa del sopravvivere consiste nell’uccidere.

Così come l’uomo ha ucciso l’animale di cui si nutre,

che ha trovato indifeso –

e può farlo a pezzi e distribuirne i pezzi

quali parti della preda per sè e per i suoi -,

così l’uomo vuole anche uccidere l’uomo che gli è di ostacolo,

che gli si contrappone come nemico.

E. Canetti, Massa e potere

The Neon Demon (2016) è il film in cui Nicolas Winding Refn mostra la propria compiuta maturazione estetica e la sua capacità di sezionare la realtà con sguardo d’autore (come ci ha raccontato Ruggero M. Coppola qui). Fare un film sulla moda e sul mondo delle modelle non era certo facile. Dall’anoressia al sesso, passando per la tossicodipendenza, i clichés in cui rischiare di cadere non erano pochi. Ma Refn è riuscito sicuramente a raccontare una storia di violenza e competizione passando attraverso la porta stretta, evitando cioè gli eccessi provocatori. Che certo non mancano, ma sono ben dosati e riescono a rendere bene l’idea di un mondo che deve tenere le proprie nevrosi e patologie strutturali fuori dall’obiettivo della macchina fotografica. Regola ben nota alle schiere di modelle che incontriamo nel film. Spietate e ciniche fuori dallo studio, servizievoli e sottomesse sul set per regalare al fotografo lo scatto perfetto e inedito.

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Protagonista indiscussa del film, Jesse (Elle Fanning) è la giovane che tutti cercano, innocente e pura, fatta di una sostanza eterea. Immediato crocevia di attenzioni, desideri e invidie, Jesse non lascia trasparire tracce di cinismo o cattiveria. Pare aver paura, dal basso dei suoi 16 anni, ma è determinata. È un personaggio che resta ambiguo e indecifrabile. Jesse è un corpo senza peso, che si trasforma in immagine adimensionale, rappresentazione perfetta. Corpo non incarnato, Jesse è paradossalmente l’incarnazione della bellezza, quella bellezza insopportabile perchè capace di dettare un canone, di elevarsi senza fatica a arbiter elegantiae, un giudice silenzioso, ma luminoso. «Cosa si prova ad essere così?» le chiedono tutte. «E’ tutto» risponde lei a voce bassa. Jesse è il sole che getta luce sulle sozzure altrui nascoste dal bisturi e dal make-up. Allo spettatore non è dato sapere sino in fondo però quanto questo suo brillare sia spontaneo. Contrariamente alle altre modelle, Jesse si mostra per ciò che è, non nasconde la propria natura, poiché è ciò che tutti cercano. Eppure viene da domandarsi se il suo non sia in fondo un sofisticato e ben riuscito esercizio di stile, culminato nella creazione artificiale di una vera e propria seconda natura. Non esiste d’altronde nulla di naturale nel mondo in cui ella si muove, tutto è calcolo. Tuttavia il suo segreto, intuito dallo spettatore solo grazie a un sottile ghigno che appare talvolta sul viso della fanciulla, nonché dalla breve frase in cui ella afferma «Io so come sono», non è mai del tutto svelato. È un mistero insoluto in cui riposa, per modo di dire, il suo fascino. In ogni caso, pare che almeno l’ingenuità di Jesse, ch’ella tanto si cura di preservare per gli sguardi esterni, sia andata persa. Ella si abbandona al flusso vertiginoso degli scatti e ci ricorda l’ineluttabilità della sua condizione: «Non sono io a voler essere come loro. Sono loro che voglio essere me».

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Modello irraggiungibile e indecifrabile, Jesse diventa così il metro con cui misurare imperfezioni e dissimulazioni altrui. Non si può imitarlo, sono tentare di scalfirne la purezza. Ma la sua immaterialità rende vano ogni attacco frontale. «Con chi scopi?», chiedono alla vergine pallida e immacolata, per buttarla giù dal piedistallo (anche qui resta però almeno un sospetto sull’illibatezza di Jesse). La luce di Jesse non è solo un raggio che colpisce le pupille accecandole, è soprattutto una minaccia di morte, un cibo indigesto per stomaci a digiuno da troppo tempo. La metafora della luce, con cui Refn gioca continuamente, rivela qui la natura demoniaca degli spettri della moda («Io sono un fantasma», dice una modella). Il demone del neon non è tanto Jesse, che brilla di luce propria, quanto piuttosto le modelle-vampire incapaci di sopportare luce naturale. Non a caso una di loro, umiliata e accecata, tenterà in un gesto insensato di succhiare il sangue-linfa di Jesse direttamente dalla sua mano ferita, come a volerne carpire l’essenza. Per le altre modelle si tratta di sopravvivere a qualunque costo. Se non si può offuscare quella luce, occorre sbarazzarsene ed appropriarsene. Come lo schiavo, di cui parla tra gli altri James Frazer, poteva impadronirsi del ramo dell’albero sacro del tempio di Diana per sfidare il sacerdote di Nemi e prenderne il posto dopo averlo ucciso, le modelle provano a incrinare l’immagine di Jesse, a tratti anche seducendola, per diventare come lei. Nel film si assisterà quindi a un vero e proprio macabro rituale collettivo che solleva i singoli da ogni responsabilità, una resa dei conti che provoca sentimenti contrastanti, come se ci si trovasse di fronte all’assassinio di un divus come Giulio Cesare. In questo caso la sopravvivenza passerà però solo attraverso un’assimilazione vera e propria di quell’immagine ora ridotta a corpo e carne. Carne troppo fine per bocche da junk food, ma infine commestibile.

Fabrizio Defilippi