Dietro, davanti e intorno a Mad Max: Fury Road c’è la storia del suo regista, George Miller, e delle sue idee. Nel 1979 gira con l’equivalente hollywoodiano di un pacchetto di noccioline il primo Mad Max, dove uno sconosciuto Mel Gibson scritturato dopo aver accompagnato un amico al casting con i postumi di una rissa da bar dava il volto a un poliziotto in bilico su una società prossima al baratro.

Il film piace, gli danno un pacchetto un po’ più grosso e gli dicono vai, gira un sequel, facciamo ancora qualche soldo.

Mad Max 2 di due anni dopo con il primo film c’entra grossomodo niente. Certo, ci sono quà e là dei piccoli rimandi, ma sono sostanzialmente chicche per harcore fan. Quello che c’è, però, sono le idee. Idee sull’estetica di un futuro post-apocalittico, idee su come far funzionare un western con le automobili, con tanto di cavaliere solitario e assalto alla diligenza. Un mix tra Sergio Leone e Fast&Furious. Certo, A boy and his Dog era venuto sei anni prima e non si può certo dire che tutto ciò che c’è nel film sia completamente originale, ma se abbiamo mai guardato Kenshiro, se abbiamo mai giocato a Fallout e se in generale abbiamo mai pensato a un futuro dove la gente va in giro con completini sadomaso e pettinature stile attaccanti del Milan, lo dobbiamo a Mad Max 2.

Il terzo capitolo della serie, Mad Max Beyond Thunderdome, è un film riuscito a metà, troppo ambizioso nel voler affrontare troppi temi e affossato dal PG 13 e da Tina Turner (si, Tina Turner). Dopo di questo, per Miller c’è un grande vuoto, costellato da lavori che non ottengono il successo di pubblico sperato. Quando dieci anni dopo il suo nome ritorna a girare nelle orecchie del pubblico mondiale è con i due Babe (in italiano, Babe Maialino Coraggioso e Babe va in città), le avventure di un piccolo adorabile maialino parlante, e per Happy Feet, una delicata favola ecologista e di integrazione ambientata nel mondo dei pinguini.

Tutto bellissimo, per carità.

Ma che venisse dallo stesso tipo che ha girato una delle scene di stupro+omicidio più inquietanti della cinematografia faceva un po’ strano. L’ennesimo regista spaccaculi in gioventù che poi si piega alle logiche hollywoodiane. Un po’ triste.

Così quando ha cominciato a girare la notizia che era in cantiere un quarto Mad Max, il tuo pensiero naturale era che non fosse che l’ennesimo tentativo di cavare sangue dalle rape di una serie ormai bolsa, mossa a cui oramai dovremmo essere abituati.

Ti aspetti Riddick.

Ti aspetti Prometheus.

 

 

Ti sbagli, e quanto.

Non puoi accorgertene subito. C’è la V8 Interceptor. C’è Max con i suoi fantasmi e il suo tendenzialmente farsi i cazzi suoi. Solo che la V8 viene distrutta praticamente subito, e Max catturato. L’inizio è esaltante per un fan della serie, con il ritmo incalzante e l’estetica sporca che ti aspetti. Ma quando a sei minuti dall’inizio appare il titolo sullo schermo non puoi fare a meno di chiederti: riuscirà il film a giocarsela per quasi due ore solo con questi richiami?

Quello che non sai è che quelli non sono i i titoli di testa, ma di chiusura. È appena finito il film che ti aspettavi, adesso ne inizia un altro.

 

 

Si apre con uno sguardo della magnifica Charlize Teron.

Cominciate a farci l’abitudine, con una dozzina di sguardi del genere lei farà in un film quello che altre attrici fanno in mezza carriera.

Scopriamo che un crudele despota, Immortan Joe, controlla l’acqua e quindi la vita di centinaia di persone. Imperator Furiosa (Charlize Teron) è la sua guidatrice di fiducia incaricata di portare rifornimenti alle altre città-satellite del dominio. Ma lungo il tragitto lei decide di andare in un’altra direzione.

Comincia qui un inseguimento tipicamente alla Mad Max, trenta minuti di ritmo pedal to the metal , che già da soli bastano a inchiodarti sulla sedia e a dissiparti molti dubbi. Ma continui a chiederti, due ore di ottovolante impazzito e auto che esplodono basteranno?

Ed è qui che il film cambia ancora una volta pelle rispetto all’idea che ti stavi facendo. Furiosa non sta scappando da sola: sta portando con se anche l’harem di Immortan Joe, cinque ragazze che come unico scopo hanno quello di dare a Immortan un figlio sano, merce rara fra le radiazioni della post-apocalisse.

Ragazze che non vogliono essere considerate oggetti, che sputano sulle cinture di castità e su una vita da prigioniere.

Chi sono, da dove vengono, o anche solo qualche dettaglio in più sul mondo nel quale si muovono non viene rivelato. Di questi tempi dove in ogni stracazzo di film del genere ci devono essere i cinque minuti dove la pellicola inchioda a farti spiegare per filo e per segno qualcosa sul mondo o suoi protagonisti (e si, guardo te Snowpiercer) il fatto che non venga spiegato assolutamente niente è un punto a favore da sottolineare.

Mad Max continua a scorrere e fra altri inseguimenti e Megan Gale nuda si dipana come una storia ad alto tasso di ottani di antisessismo, della lotta di donne contro una società di stupro che le vede solo come produttrici di latte o figli. Qui il mix non è più con Sergio Leone, ma con I monologhi della vagina. La scena cardine di tutto il film è questa: sono rimaste tre cartucce per il fucile da cecchino. Va fatto saltare un riflettore di un’auto insegutrice prima che li scopra. Il protagonista spara due volte, manca.

Sguardo di Furiosa: Sigmund Freud e Rosie the Riveter e P!nk e fila in cucina e firma le dimissioni in bianco nel caso rimanessi incinta e complimenti su due zampe e devi trovarti in fretta un moroso che l’orologio biologico corre e certo guarda quella come è vestita poi si lamentano che succedono certe cose, signora mia.

Passami quel lungo e grosso fucile, cocco.

Il protagonista passa il lungo e grosso fucile nella mano di Furiosa e viene usato come treppiede.

L’ultimo colpo trova il bersaglio.

 

In tutto il film il protagonista maschile si rivela ben poco protagonista, tanto che se il titolo fosse stato Imperator Furiosa invece di Mad Max nessuno se ne sarebbe lamentato.

Gli viene lasciata la possibilità di fare fuori uno dei tirapiedi del cattivo principale. Off-screen.                                                                                                                          Trenta secondi.
E pedalare, che Furiosa ha guardato un’altra volta in camera e ce n’è per altri due paper di antropologia.

Già così basterebbe, ma nel film non c’è solo questo. C’è anche la storia di Immortan Joe: un uomo che ha tutto, venerato come un dio, prigioniero dello stesso personaggio che si è creato, fragile, impaurito di fronte alla malattia e alla morte, alla disperata ricerca di un’illusione di immortalità e di continuità, di qualcosa da lasciare nel fugace passaggio sulla terra. Un uomo che canta nenie funebri alla ragazza che ha appena investito. Un uomo che comunque cerca di difendere quelle che considera cose sue. Certo, è il cattivo, ma un cattivo che potrebbe essere chiunque di noi nelle sue condizioni. Non fa preoccupare l’Immortan Joe in sè, fa preoccupare l’Immortan Joe in me.

E non è ancora finita.

Mad Max ha sempre giocato sulle Grandi Paure del mondo occidentale: nel ’79 erano le droghe, negli anni ottanta la guerra nucleare, ora abbiamo il fondamentalismo religioso. Il culto del motore, l’ammirami! urlato prima del sacrificio estremo, la prospettiva di una speranza in un mondo senza speranza, tutti elementi più che attuali.

 

Puoi leggere moltissime cose in filigrana a un film come Mad Max: Fury Road. Se però scegli di non farlo e semplicemente di giudicarlo come film d’azione, boy oh boy cosa non ti rimane.

È possibile far scorrere centocinquanta minuti di inseguimenti di auto in mezzo al deserto senza avere un momento che non trabocchi di tocchi geniali, di elementi nuovi, di idee? È possibile ridefinire un intero genere dopo averlo fatto trent’anni fa e aver passato questo tempo a raccontare di pinguini ballerini? A quanto pare, si.

Mad Max ti porta in continuazione sotto gli occhi qualcosa di nuovo a livello estetico e visivo: che siano personaggi, auto, armi, combattimenti, ambienti o inseguimenti non c’è un attimo uguale al precedente. Che, se ci pensate, è la sottile linea che divide i buoni film dalle cagate in un genere dove i personaggi fanno un numero di cose enumerabile in una mano (picchiarsi, sparare, guidare, cinque minuti di sottotrama amorosa se proprio devi).

È un film colmo di immaginazione. E di immagini. Ho sentito alcuni criticarlo per questo. Alcuni pensano che sia un film che, oltre le immagini, abbia pochino. Che i personaggi siano piatti e poco sviluppati, che non ci sia alcuno sviluppo della trama. Come ho spiegato prima, credo che questa sia una lettura sbagliata, ma facciamo anche finta che sia così. E con ciò?

Non voglio difendere Mad Max dicendo che alla fine è un film leggero e divertente e come tale va apprezzato. Sto dicendo che concentrarsi sull’immagine non è solo un tratto positivo, è la vera essenza di ciò che alla fine è questo medium, questa macchina da soldi, questa emozione che chiamiamo cinema. L’immagine è ciò che fa di un film, un film. Ontologicamente parlando, puoi togliere i dialoghi, la trama, la musica, e rimarrà comunque un film, ma non senza l’immagine. Da questo punto di vista Mad Max è un film allo stato puro, è un distillato di cinema. Fa suo il mantra show don’t tell e lo porta al massimo grado. Non ti dice niente manco per sbaglio di, chessò, il passato di Furiosa, ma in quel gesto quando imita le Vuvalini che compiangono sua madre c’è tutta la fatica di una vita dove non c’è stato il lusso di piangere, la sensazione di essere a casa, l’infanzia perduta, i ricordi che svaniscono. C’è un mondo, c’è un personaggio, c’è una storia.

E tutto questo ti viene sparato quasi subliminalmente nel cervello mentre assisti a combattimenti con chitarre-lanciafiamme e kamikaze dai denti cromati. Delinea psicologie e rapporti anche complessi con dei dialoghi che potrebbero essere contenuti in una scatola di Baci Perugina. Scritti larghi. Porta tutta una serie di temi importanti senza essere uno spuppone di tre ore in bianco e nero ungherese (con tutto il rispetto verso gli spupponi di tre ore in bianco e nero ungheresi).

Se questo è essere solo immagine, allora sì, questo film lo è.

Ma criticarlo per questo è come criticare Ungaretti dicendo che scrive poesie corte.

 

 

Gli unici che possono avere qualcosa da ridire sono, paradossalmente, i fan della saga, perchè l’unica cosa che manca in Mad Max è proprio Max.

Certo, qualche accenno sparso per chi lo conosce da tempo c’è. La giacca, le cartucce del fucile a canne mozze che non sparano, la figlia. Ma sono talmente poche che J.J. Abrams ha accusato un malore in sala, dicendo che non si gira così un film. Del Max originario è rimasto pochino e quasi niente è arrivato a sostituirlo. Per la maggior parte del tempo Tom Hardy gira con la faccia di uno che deve fare quella grossa e il cui unico ruolo è quello di far vedere quanto tutti gli altri personaggi siano migliori del suo. Probabilmente non si poteva fare altrimenti, ma se per caso stavate cercando lo stronzo dagli occhi di ghiaccio che è venuto solo per la benzina, beh, non lo troverete.

C’è però tutto il resto.

E scusate se è poco.