Sigla d’apertura di 3% (2016)

Ho iniziato a guardare “3%” in preda allo sconforto, durante un viaggio Torino – Bologna su Italo. Come spesso accade, scrollavo la home di Netflix in cerca di qualcosa di interessante da guardare per ammazzare il tempo. Non avrei mai immaginato di scovare tuttavia una vera e propria rarità con una trama tutt’altro che rara: un futuro prossimo molto distopico, un grandissimo dislivello sociale tra la popolazione, prove da superare per dimostrare di poter ambire a comporre il privilegiato 3% degli individui e, ovviamente, un’organizzazione di anarchici volta a sovvertire l’ordine esistente.

Se vi sembra di aver letto la trama di un qualsiasi filmetto o romanzucolo distopico diretto o scritto negli ultimi anni, bene, è esattamente così; Hunger Games, Divergent et similia di certo vi suoneranno familiari. Tuttavia, 3% riesce a gestire brillantemente il rischio di essere accomunata alle distopie sopracitate, per una serie di ragioni che non posso esimermi dall’elencare.

I cattivi sono davvero cattivi?

Sin da quando esiste il genere distopico, è usanza comune associare l’élite privilegiata ad una serie di categorizzazioni più o meno banali: l’élite è composta da pochi uomini avidi, disposti ad accettare le sofferenze dei più poveri per poter condurre una vita priva di stenti e ricca di agi. L’élite non si cura della massa; ciò che conta è perpetuare l’ordine prestabilito in modo da continuare ad assicurarsi il dominio incontrastato sulla popolazione restante. I sudditi devono essere governati da chi è in grado di farlo, e chi oggi si ritrova a patire, è perché ieri ha agito in maniera sconsiderata o semplicemente non è in grado di essere all’altezza della situazione.

Questo aspetto, in 3%, assume le tinte di una meritocrazia spinta all’estremo. Ciò che ricorre come un leitmotiv è esattamente la parola merito. L’intera chiave di lettura del mondo contemporaneo è ridotta così ad una radicale dicotomia: essere o non essere meritevoli. Tutto ciò che resta, tutto ciò che fa da contorno, è perfettamente trascurabile. La domanda che sorge spontanea è: come si fa a decidere se una persona sia meritevole o meno? Cosa implica il concetto stesso di merito? E soprattutto, come si possono misurare scientificamente i meriti o i demeriti di un individuo?

Il Processo, così è chiamata la selezione a cui sono chiamati a partecipare i cittadini al ventesimo anno di età – e che non potranno mai più ripetere -, si erige dunque a giudice supremo, quasi ad entità metafisica, in grado di valutare tramite delle prove ad hoc i meriti ed i demeriti personali. Dai colloqui individuali alle prove di logica, i concorrenti sono chiamati a battersi all’ultimo sangue per apparire meritevoli di fronte alla commissione – supervisionata dal capo del processo, Ezequiel.

Spontaneamente, dunque, si è portati a schierarsi con la massa indistinta, con i poveri e con gli oppressi, colpevoli soltanto di non essere abbastanza meritevoli (qualunque cosa voglia dire) per poter ambire a far parte di quel famoso 3%. Lasciando da parte il paradosso del cane che si morde la coda o del regressum ad infinitum[*], che colpe hanno i cittadini comuni? Perché non si cerca un tiepido compromesso tra l’essere incredibilmente ricchi ed incredibilmente poveri?

Ecco che entra in gioco La Causa, organizzazione segreta volta a sovvertire gli equilibri ingiusti che reggono questo mondo distopico. La loro ambizione? Portare all’Offshore, la terra promessa in cui non esistono dolore e sofferenza, non solo il 3% della popolazione, ma l’intera razza umana. Per giungere a questo risultato, i membri de La Causa non badano a scrupoli: organizzano attentati e cooptano ragazzini innocenti inscenando morti forse mai avvenute facendo leva su quel desiderio di rivalsa e vendetta insito nell’essere umano. È proprio vero che il fine giustifica i mezzi? Mentire ai propri adepti in nome di un’ideologia più grande? Agire senza rimorsi perché d’altronde si sta solamente ripagando con la stessa moneta?

Ma la domanda che si pone è: questo governo, basato in fondo sul merito individuale, è davvero così ingiusto? Se ognuno costruisce il proprio merito, frase che Ezequiel ama ripetere più e più volte, perché si dovrebbe voler boicottare un sistema che, di base, non impedisce a nessuno di raggiungere i risultati sperati?

Meriti reali e presunti tali

3-merito

Quello su cui ci si dovrebbe interrogare, a mio modo di vedere, non riguarda tanto la percentuale ricchi/poveri che questo sistema perpetra, quanto le modalità di verifica attuate. L’accento, dunque, dovrebbe essere posto non sulla quantità ma sulla qualità della scelta. Banalmente, nel corso della nostra intera vita, siamo sottoposti a prove volte a misurare il nostro merito: dalle interrogazioni a scuola, agli esami universitari ai colloqui di lavoro. Siamo costantemente posti sotto l’occhio scrutatore di un altro essere umano identico a noi, in attesa di ricevere un giudizio. L’innovazione di 3% sta esattamente qui: spingerci a riconsiderare attraverso le lenti edulcolorate (e spinte alle estreme conseguenze) della serie ciò che viviamo costantemente nell’hic et nunc. Tentiamo disperatamente di captare un cenno di ciò che il nostro esaminatore desidera in modo da essere all’altezza delle sue aspettative: dire la frase giusta, ostentare un sorriso sicuro e padrone di sé, modulare il tono della voce e le movenze… è una situazione in cui ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si è ritrovato. Ed è questo che 3% ci mostra, lasciandoci osservare la tensione dei candidati, la disperata ricerca di ciò che è giusto fare e cosa no. Se quindi esiste questa effettiva assenza di spontaneità, se è possibile mostrare solo una sfaccettatura del complesso prisma che ci rappresenta, quale merito viene valutato alla fine della fiera? La capacità di essere padroni di sé? Il distacco emotivo? L’essere in grado di reagire in modo appropriato alle situazioni di stress? Di che merito si sta parlando?

Il merito più grande consiste, in fin dei conti, nella forza di volontà. Tutti vogliono far parte dell’élite, ma in quanti sono disposti a sacrificare ogni cosa per raggiungere quello status quo? È questo che 3% vuole insegnarci: abbandonare ogni preconcetto, ogni valore precedentemente considerato indispensabile per poter ambire ad un qualcosa di più grande. Come in un sogno dalle tinte fosche nietzscheane, le ultime prove che aspettano i candidati vogliono testare esattamente questo. Sei disposto ad abbandonare gli affetti lasciati nell’entroterra? Sei pronto a rinunciare ad una sordida felicità materiale, individualistica ed effimera in nome di una gioia eterna e collettiva? Sei degno di far parte di una società composta da Ubermenschen? Fino a che punto sei in grado di spingere il limite della tua capacità di abnegazione?

[ATTENZIONE: possibile SPOILER ALERT]

Bye bye autoconservazione

Lo spunto più interessante, tuttavia, è fornito dall’ultimo episodio. Una volta che i candidati sono stati ufficialmente accettati come parte dell’Offshore, devono sottoporsi all’ultimo, disperato sacrificio: il rito di purificazione. In un’apocalittica morte del darwinismo, i migliori sono destinati alla sterilizzazione tramite un vaccino. Non esiste il gene del merito e non sta scritto da nessuna parte che una coppia di genitori considerati valenti diano alla luce una progenie altrettanto meritevole. L’eliminazione del caso, nella fattispecie rappresentato dalle leggi effimere della genetica, trova così la sua realizzazione più radicale. Questo implica che l’Offshore ogni anno accoglierà solamente individui in grado di soddisfare degli standard prefissati, punto e fine della storia. Non esistono bambini nell’Offshore (cosa che lo rende il mio personalissimo posto ideale, NdA), ma solo adulti perfettamente meritevoli. Qual è il grande punto debole di una società che ogni anno accoglie solamente il 3% della popolazione mondiale?

Che a questo punto l’Entroterra, da luogo apparentemente composto da scarti e disagio, diventa la conditio sine qua non per poter fornire individui meritevoli. In una perversa dialettica servo/padrone che avrebbe fatto impallidire persino il viso smunto di Hegel, l’Entroterra, luogo composto da individui da controllare e sfruttare, diventa ciò da cui l’Offshore, la terra promessa, attinge e dipende imprescindibilmente.

Ed ecco che sì, nell’Offshore sono tutti felici, ma senza la speranza dell’autoconservazione, volti a diventare un nome perso nell’etere. Chi è disposto a sacrificare uno dei capisaldi dell’essere umano, uno dei bisogni più intrinseci ed irrazionali della nostra esistenza come il bisogno di perpetuare la specie, alzi la mano.

Benedetta Magro

[*] Per ottenere una preparazione adeguata dovrei anche vivere in un ambiente adeguato in grado di offrirmi una formazione di un certo tipo. Ma se la povertà regna sovrana e la mia massima preoccupazione consiste nel trovare del cibo ed un rifugio per sopravvivere, come posso preoccuparmi della mia formazione? E se non mi preoccupo della mia formazione, come faccio ad accedere al 3%? E così via.