Les Saisons (Jacques Perrin, Jacques Cluzaud; 2016), ovvero Le stagioni, è un documentario franco-tedesco che si propone, per dirla brevemente, di narrarci la nascita delle stagioni ed il loro scorrere dalla fine dell’era glaciale, fino ai giorni nostri, in cui proprio le quattro stagioni, diventano sempre più indefinite, a partire da quelle transitive come primavera e autunno. È dunque un film che parte con un’enorme pretesa narrativa — volendo coprire migliaia di anni di storia terrestre — e che potrebbe incorrere in molti problemi di messa in scena, eppure, non ho timore ad affermare che questo documentario è non solo riuscito nel suo intento, ma ha portato in scena l’assoluta complessità e semplicità della natura stessa, fornendo una buona narrazione e connessione con lo spettatore.

L’aspetto più rilevante — che lo rende uno dei documentari naturalistici più belli che abbia mai visto — sta nella capacità di riuscire a raccontare la natura e principalmente i suoi abitanti, ovvero gli animali, attraverso un’accurata rappresentazione e messa in scena delle loro storie. N non uso casualmente questa espressione, perché di storie si tratta; storie quotidiane, semplici, di sopravvivenza e di svago, di amori e di lotte, tanti aspetti interconnessi che si intrecciano alla perfezione per realizzare un arazzo del mondo della foresta. Non viene esaltato il filo, ma la trama nel suo complesso.
Il racconto documentaristico, che si focalizza in modo specifico sull’epoca d’oro della foresta europea, si sofferma sul quotidiano, come l’angelo del film Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders 1987) che osserva la quotidianità delle persone che è diversificata eppure unita dalla città di Berlino; allo stesso modo Perrin e Cluzaud, spaziano fra gli alberi fitti, fra le colline rigogliose, nelle tane più nascoste e nei nidi più elevati, per cogliere la vita degli animali allo stato brado, in una totalità frazionata che mai ho notato prima in un documentario.

Ciò che ci racconta, a livello di informazioni scientifiche, è assai banale: le lotte fra gli orsi, le eterne fughe dei roditori dai predatori, i lupi che cacciano in branco e le fughe dei cervi o degli gnu, sono tutte cose già viste, risapute e arricchite (solitamente) dalla classica voce narrante che mette in luce quanti più dati possibili. Dunque, interpretato in modo superficiale, non è un documentario informativo, ma principalmente poetico e narrativo, in cui le informazioni peculiari degli animali e della loro esistenza, devono essere estrapolate dallo spettatore che diventa parte attiva e non subisce passivamente le informazioni. Così, pur stando a noi cogliere quegli aspetti informativi sulla vita degli animali, non è questo il cardine di Les Saisons.
Importante, invece, è il riuscire a cucire quelle svariate storie dando l’idea che vivano tutte “sotto lo stesso tetto”, cercando di non ignorare nemmeno le più piccole forme di vita, fino a cogliere i suoni dei loro respiri, del loro corpo e di ciò che li circonda. I registi abbandonano la via dei dati per ritrovare la passionalità del racconto. Ciò che, a questo punto, sorprende è scoprire la narrazione di un film attraverso gli animali che non vengono né doppiati, né sostenuti da una voce narrante ma si esprimo secondo i loro linguaggi. In questo modo ci sorprendiamo nello scoprire come un corvo segua con particolare interesse la battuta di caccia dei lupi o quali siano i rumori che gli scoiattoli sentono all’interno della loro tana, nella corteccia di un albero scosso dal vento, i respiri di un riccio che sta per essere attaccato ed il suono degli aculei che si innalzano a scudo di protezione; tutto viene evidenziato al fine di riprodurre nel modo più fedele possibile, le espressioni ed i suoni degli animali e della natura tutta, seppur con un ipotizzabile inganno dato dal montaggio — ma di questo ne parleremo più tardi.

Abbiamo già accennato al fatto che in Les Saisons si parla delle stagioni che si susseguono nella grande foresta del cuore dell’Europa e si è accennato alle ingerenze dell’uomo sul clima e sulla natura stessa, ma non bisogna trarre l’affrettata conclusione che sia un documentario di accanimento contro l’umanità che devasta la natura, come accade in Racing Extinction (Louie Psihoyos; 2015). Quel che viene comunicato è l’insieme, unicamente con le immagini, i suoni e la voce narrante, la quale si fa sentire maggiormente nella descrizione dell’evoluzione tecnologica umana. Quest’ultima espone come la prima trasformazione della foresta — che dominava le zone collinari e di pianura — in campi coltivabili, toglie spazio ad alcune specie di animali ma fornisce nuove piante e dunque un habitat migliore per la crescita e sviluppo di altre razze. I reali problemi, i primi impatti significativamente drastici per il mondo naturale, nascono con l’industrializzazione e dunque con l’inquinamento; successivamente con i conflitti mondiali che devastano il territorio e in seguito ancora con l’impiego di quei gas velenosi (usati proprio nella seconda guerra mondiale) che vanno a uccidere gli insetti e contaminare le piante da frutta, ma anche il progressivo ed eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.

Tutto ciò, però, non va a condannare l’uomo, che viene anche esaltato per alcune sue caratteristiche, curiosamente rappresentate dall’uomo primitivo e selvaggio e dall’uomo moderno, contemporaneo.
Basti notare come il primo approccio dell’uomo con la natura sia un gesto di intesa, quasi di comunicazione; infatti, il primo uomo primitivo che ci viene mostrato, dopo una serie di inquadrature sugli uccelli della foresta, tenta di rapportarsi con questi suonando una sorta di flauto di pan e la reazione degli animali è di smarrimento. Non riescono a comprendere né il suono, né perché quell’essere bipede si stia avvicinando a loro emettendo quelle melodie e così… fuggono.
Il terzo approccio propostoci (quello che precede l’effettiva modernizzazione dell’uomo) è ancora più interessante, dal punto di vista emotivo: dopo aver mostrato la brutalità dei lupi nella loro caccia e di come si contendessero i brandelli della preda, fino ad attaccarsi fra di loro, uno di loro, sopra il manto nevoso, nota una capanna abitata e davanti ad essa una brace dov’è stata cucinata una preda; l’animale viene notato da una bambina, la quale, curiosa, gli lancia un avanzo del pasto ed esso con timore annusa quel pezzo d’osso per poi mangiarlo, ma gli si legge in volto il desiderio di capire chi ha di fronte e perché gli è stato concesso quel pasto.

Bisogna ricordare che l’offrire la preda ad un’altra specie, in natura è qualcosa di alquanto raro; in natura chi è più forte conquista e ciò che lascia sono gli avanzi del pasto che viene, sì, mangiato da altri animali, ma solo perché è stato abbandonato e non donato. Dunque queste due scene evidenziano come l’uomo abbia sempre cercato, comunque, una connessione col mondo naturale, cercando di comunicare con lui o provando simpatia e affetto verso una certa razza. Non a caso il primo animale che viene visto accanto all’uomo è il cane, discendente del lupo.
Le scene ambientate in tempi più recenti, invece, riguardano i bambini che giocano inseguendo le anatre. Anche questo non può che regalarci ulteriormente speranza, perché c’è un filo di connessione fra noi e le tribù primitive, c’è quell’interesse verso gli animali che, il documentario sembra suggerirci, mai potrà morire.

Altro aspetto evidenziato è la caccia che è sempre stata centrale nella vita dell’uomo. Ad essa, tuttavia, non viene mai data eccessiva importanza registica se non nella rappresentazione degli anni più moderni dov’è diventata più un gioco che una necessità (si pensi alla caccia alla volpe, per esempio). La caccia dei primitivi era qualcosa che si inseriva nel discorso di sopravvivenza che coinvolgeva tutti gli animali, dalle zanzare alle linci, ma il giocare con il cibo diventa terrore, anormalità e minaccia per quel mondo. L’uomo addirittura taglia i boschi in modo tale da renderli più ordinati, crea dei veri e propri corridoi in cui è più facile notare la preda e braccarla.

Infine, la figura dell’uomo non viene mai messa realmente a fuoco, non viene mai inquadrato totalmente il viso, si vedono parti di esso, viene coperto dai capelli o resta sfocato sullo sfondo. Anche durante la scena della battuta di caccia avviene che le varie inquadrature vedono protagonisti i cani e qualche volta i musi dei cavalli, ma mai la macchina da presa si eleva per cercare i cavalieri. Tutto ciò dà l’idea di come l’uomo sia un essere (un piccolo essere) di contorno in questa gloriosa storia sulla natura e per quanto esso possa espandersi, creare fabbriche, devastare foreste ed espropriare gli animali del loro territorio, rimane comunque soggetto alla natura, non può prescindere da essa ed essa, nonostante la deforestazione e l’inquinamento, continua a vivere. Simbolo di ciò sono le anatre che sin dagli albori compiono puntualmente la loro migrazione verso sud.

Les Saisons sa criticare in modo raffinato l’operato umano, mette lo spettatore nelle condizioni di carpire il dolore degli animali senza che lo evidenzi eccessivamente attraverso il linguaggio. Chi guarda è attivamente immerso nella vita quotidiana della fauna della foresta, recepisce il messaggio ambientalistico ancor prima che la voce narrante possa accennare qualche battuta sul disboscamento. Questa coscienza che cresce sempre di più trova il culmine nel finale del documentario, dove una panoramica sulla splendida Parigi ci spiazza alla sola notizia che tutto quel mondo che abbiamo conosciuto abitava lì, sulle sponde della Senna. Il narratore, ancora una volta, non condanna l’uomo per la costruzione di quella città, ma usa la bellezza di quest’ultima e la sua storicità per esaltare il modo in cui l’uomo è capace di creare e preservare queste magnifiche costruzioni e che, dunque, ha il dovere di preservare anche quei pochi spazi verdi residui.

La voce narrante dà il tratto distintivo del documentario, senza quest’ultima Les Saisons potrebbe essere comunque un bellissimo film. In ogni caso, il narratore, rimane in disparte per la gran parte del tempo, ci aiuta ad entrare nella storia e si sofferma un po’ di più a descriverci l’evoluzione dell’uomo; ciò che resta sono pennellate di commenti evocativi sul tempo che scorre nella grande foresta europea.

Analizzando tecnicamente Les Saisons ciò che mi viene istintivamente da dire è che siamo di fronte a un capolavoro di montaggio. Le piccole vicende degli animali, le loro emozioni, i loro respiri, i loro sguardi, tutto ciò che forma quell’arazzo di cui parlavo prima, è il frutto di un montaggio perfetto e di una regia che è stata attenta e vigile sotto ogni punto di vista e che meriterebbe qualche riconoscimento significativo. Sottolineo la regia perché  ha il compito di orchestrare tutto ciò che poi possiamo andare a estrapolare da un film: montaggio visivo, montaggio sonoro, fotografia, effetti speciali ecc.
Siamo di fronte a un lavoro ineccepibile da parte degli operatori, da parte dei fonici, da parte di chi ha pianificato le location, fino a chi ha poi montato queste piccole parti, riuscendo a far letteralmente recitare gli animali e consegnando al pubblico un lavoro che mantiene sempre l’attenzione alta. Se paragoniamo ciò che devono fare i grandi blockbuster per mantenere l’attenzione degli spettatori, sia sotto il punto di vista scenico (effetti speciali), sia dal punto di vista economico (budget, star internazionali ecc.), ci sorprendiamo nel vedere come con una minima parte di tutto ciò, Perrin e Cluzaud siano riusciti comunque in quell’intento.

I film che hanno vinto maggiormente agli Oscar 2016, hanno speso poco più di cento milioni di dollari (Revenant – Redivivo, González Iñárritu e Mad Max – Fury Road, George Miller) contro i 33 milioni di euro di Les Saisons; è evidente che si parla di generi diversi, di obbiettivi di mercato differenti, ma serve per sottolineare come il film dei registi francesi, sia riuscito a creare non solo scene più consone alla storia dei documentari naturalistici, ma anche scene concitate di alta tensione emotiva e di grande dinamicità delle inquadrature e delle macchine da presa, degna delle furiose corse di Mad Max e il tutto con l’imprevedibilità degli animali selvatici, con cui, ovviamente, il lavoro è nettamente differente rispetto a quello con un cast di attori che hanno una sceneggiatura e la seguono alla lettera. In più, suppongo (visto che alla fine è comparsa la classica scritta: “Nessun animale è stato maltrattato per le riprese del film”) che alcune scene siano state riprodotte in CGI, ma, mischiate così bene a quelle reali che è difficile coglierne la differenza, questa la si può solo supporre da alcuni casi, come nella scena in cui alcuni lupi vengono abbattuti da colpi d’arma da fuoco.

Prima si accennava all’ inganno del montaggio e dopo questo piccolo escursus tecnico, forse si è già potuto intuire il perché. L’inganno nei documentari è visto, generalmente, su due punti diversi: c’è chi lo accetta a prescindere, poiché utilizzato per i fini informativi che il regista voleva dare; c’è chi lo denigra, arrivando persino a eliminare questi prodotti dalla denominazione di “documentari”. Personalmente faccio parte della prima categoria. Il documentario ha vari generi così come i film ed è il frutto di ciò che il regista voleva comunicare: che siano gli ideali nazisti di Olimpia (Leni Riefenstahl, 1938), che sia una manipolazione crudele della realtà di Artico Selvaggio (James Algar, 1958) o l’esclusione di una parte di verità per fini pubblicitari di Saludos Amigos (Wilfred Jackson, Jack Kinney, Hamilton Luske e Bill Roberts, 1942); certe caratteristiche che si abbinano al documentario permangono.
In Les Saisons, i due registi, utilizzando una svariata gamma di parchi e riserve naturali europee, hanno ricostruito la storia della natura, scegliendo di farci percepire l’interazione di numerosi animali in uno stesso evento, cosa che non è tanto distante dalla realtà. Sembra evidente che alcune scene siano il frutto non di riprese fatte nello stesso momento, ma di un montaggio atto a farci illudere sulla contemporaneità degli eventi; esempio eclatante è la scena della nascita del cerbiatto che diventa una citazione alla scena iniziale del film Bambi (registi vari, 1942), con varie creature del bosco che assistono curiosi al parto, in particolare un gufo. Ciò, nonostante possa essere, molto probabilmente, un montaggio, è molto verosimile, in quanto, mentre sta avvenendo un evento più importante, è ovvio che attorno a quel momento vi siano tanti altri piccoli o grandi animali che possono assistere; motivo per cui la credibilità del documentario francese permane.

In conclusione: Les Saisons è un immersione a 360° nella vita degli animali, fa sviluppare un legame anche emotivo con questi ultimi ed esalta le bellezze della natura e dell’uomo stesso, ammonendoci, in modo molto elegante, su quanto la nostra razza abbia compiuto contro noi stessi e contro quel mondo quasi favolistico che dominava il cuore dell’Europa.

 

Salva

Salva