È stata una stagione molto discussa e controversa, la ventesima di South Park. A leggere i commenti e le reazioni agli ultimi episodi, la sensazione dominante tra il pubblico è quella che la serie, dopo quasi vent’anni di programmazione, abbia finalmente saltato lo squalo[1], in particolare per il nuovo formato a trama orizzontale.[2]

Ferma tutto, mi starete dicendo, South Park adesso ha una trama orizzontale? Mi sono perso qualcosa? Il cartone disegnato male e animato peggio, che in Italia hanno fatto di tutto per censurare, dove Kenny muore in ogni episodio e Bono degli U2 altro non è che (letteralmente) uno stronzo, ha delle linee narrative che vanno avanti per stagioni intere? Ebbene sì, South Park ha iniziato a sperimentare con trame continuative già dalla diciottesima stagione, ma è stato nella stagione successiva che sono stati introdotti dei temi portanti che sono poi sviluppati di episodio in episodio. Riassumiamo quindi brevemente la diciannovesima stagione per poter capire meglio gli avvenimenti della successiva.

Nella scuola elementare di South Park arriva un nuovo preside, Preside P.C. (Politicamente Corretto), il quale inizia a scuola una campagna allo scopo di rendere tutti gli alunni e gli insegnanti politicamente corretti, comportandosi però egli stesso da vero e proprio bullo: è evidente la frecciata agli attivisti progressisti americani più intransigenti, i cosiddetti SJW (Social Justice Warriors).

Tra Preside P.C. e il signor Garrison, arrabbiato per l’arrivo di immigrati provenienti dal Canada (che si scoprirà essere migrati negli USA dopo che un sosia di Donald Trump è salito al potere), è subito ostilità aperta, e Garrison si licenzia, entrando in politica e candidandosi alle presidenziali con il motto “Fuck them all to death!”: qui la frecciata è allo schieramento opposto, quello degli xenofobi intolleranti la cui rabbia e frustrazione è cavalcata dal vero Donald Trump.

Nel frattempo, anche a South Park inizia il processo di gentrificazione con l’apertura di un supermercato Whole Foods; si scopre tuttavia che la gentrificazione è un complotto degli inserti pubblicitari su Internet, che stanno assumendo forma umana, e intendono creare un mondo perfetto, fin troppo perfetto, nel quale solo loro possono vivere. Nel finale della diciannovesima stagione, gli inserti pubblicitari e il supermercato Whole Foods saranno cacciati da South Park grazie anche all’intervento di Preside P.C.

L’esperimento con la trama orizzontale nella diciannovesima stagione è stato un grande successo, che ha ridato linfa vitale a una serie che non stava attraversando uno dei suoi momenti migliori, e ha saputo far ridere e riflettere milioni di spettatori come pochissimi, al giorno d’oggi, riescono. C’erano tutte le premesse per una ventesima stagione esplosiva, e infatti la stagione era decisamente partita con il piede giusto.

La nuova stagione non perde tempo a introdurre i Ricordacini (in inglese Memberberries), acini d’uva parlanti che tranquillizzano ricordando alle persone film e canzoni degli anni ’80 e ’90, in particolare la saga di Star Wars. Tutto bene finché non si scopre che i Ricordacini, degli anni ’80 e ’90, non ricordano solo la cultura pop, ma anche “quando non c’erano così tanti messicani” o “quando il matrimonio era solo tra un uomo e una donna”. I Ricordacini esistono in realtà fin dai tempi dell’Impero Romano, e compaiono non appena una civiltà si ingrandisce e arricchisce fino a impigrirsi, diventando incapace di fare altro che ricordare il proprio passato: si spiegano quindi il successo di Star Wars: Il risveglio della Forza, che altro non è che una copia carbone di Una Nuova Speranza, “un boccone agrodolce e riciclato da inghiottire”, e il fatto che Garrison stia per vincere le elezioni contro Hilary Clinton, nonostante egli stesso, dopo essersi reso conto di non avere idea di cosa farà una volta salito al potere, stia cercando di sabotare la sua stessa campagna:

“Ogni grande impero raggiunge un punto dove tornare indietro può sembrare meglio che andare avanti. Quando il mondo cambia così rapidamente, ci fa desiderare i vecchi tempi, quando la vita sembrava più semplice. Ma ciò non significa che le idee del passato siano adatte al presente. […] Tutti noi vogliamo tornare a quando eravamo bambini. Idee semplici, come un grande uomo che ci protegge, ci tiene al sicuro.”

Andate al cinema, e con molta probabilità vi imbatterete nell’ennesimo – e superfluo – sequel/remake di questa o quella saga cinematografica. Accendete la radio, ed eccovi Che ne sanno i 2000. Date un’occhiata alle serie di maggior successo del 2016 e nella parte alta della classifica troverete Stranger Things, dichiarato omaggio alla cultura pop anni ’80, da John Carpenter a Stephen King a Steven Spielberg. Analizzate molti degli avvenimenti politici di quest’ultimo anno, e scoprirete che il sentimento dominante che li accomuna è il desiderio di tornare a dei non meglio specificati fasti di un tempo. Secondo Parker e Stone, l’affermarsi dei partiti populisti nel mondo occidentale e il sempre più smaccato passatismo riscontrabile ovunque nelle arti altro non sono che due facce della stessa medaglia: la sempre maggiore pigrizia e mancanza di idee del mondo occidentale nel terzo millennio, a fronte di cambiamenti sociali e tecnologici rapidissimi e apparentemente inarrestabili che stanno cogliendo tutti quanti impreparati, e che portano sempre più gente a rifugiarsi in un passato esageratamente idealizzato.

Parallelamente, un troll chiamato Skankhunt42 (letteralmente, “Cacciacagne42”) sta esacerbando i conflitti tra ragazzi e ragazze nella scuola elementare di South Park, postando in continuazione messaggi ad alto contenuto di misoginia. Quando Skankhunt42 spinge l’atleta danese Freja Ollegard, sopravvissuta al cancro al seno, al suicidio, i danesi attivano un programma chiamato trolltrace.com, in grado di rendere pubbliche mail e cronologie on-line di tutta la popolazione mondiale.

Emerge qui una seconda riflessione, quella sulle sempre più profonde divisioni all’interno della società americana (per sineddoche, occidentale): Trump contro Clinton, uomini contro donne, con troll e provocatori a esacerbare i conflitti. Viviamo in un’epoca nella quale i social media ci permettono di circondarci unicamente di persone con un pensiero simile, o addirittura uguale, al nostro, e questa possibilità ci rende sempre più schiavi del pregiudizio di conferma, quindi impenetrabili a idee diverse dalle nostre e aggressivi nei confronti di chi esprime tali idee. Ed è proprio questa aggressività, tipica appunto dei troll, che scava ancora più in profondità il fossato tra una fazione e l’altra. Un’aggressività resa possibile dal trovarsi dietro allo schermo di un computer (o di uno smartphone, o di un tablet), che ci rende completamente dimentichi delle conseguenze delle nostre azioni. Inoltre, l’essere separati da uno schermo porta spesso a conclusioni affrettate e dettate da stereotipi riguardo chi ci sta insultando: e se, contrariamente all’immaginario collettivo, il troll non fosse una persona frustrata in cerca di attenzione, che vive in condizioni di miseria economica, sociale e affettiva, ma fosse invece benestante, avesse una famiglia e trollasse unicamente perché lo trova divertente, magari considerandosi un fine umorista? Qui Parker e Stone sembrano interrogarsi su se stessi: fin dove è lecito provocare e insultare? Dove finisce la satira e dove inizia l’offesa gratuita?

Abbiamo quindi l’identikit di una stagione tematicamente densa, ma che ha tutte le carte in regola per essere una delle migliori che si ricordino da diversi anni a questa parte. Purtroppo, però, gli autori dimostrano, nel settimo episodio, di aver fatto il passo più lungo della gamba: l’episodio era programmato per il giorno dopo le elezioni presidenziali con il titolo The Very First Gentleman, ed era stato concepito con la vittoria di Hilary Clinton in mente. Tuttavia, la vittoria di Donald Trump ha rotto le uova nel paniere a Parker e Stone, che hanno rapidamente riscritto l’episodio re-intitolandolo Oh, Jeez, modificando probabilmente anche le trame dei tre episodi successivi. Già in passato[3] gli autori avevano scritto un episodio esattamente il giorno dopo le elezioni, ma l’errata previsione degli autori, unita al nuovo formato a trama orizzontale, ha avuto l’effetto di lasciare irrisolte diverse sottotrame (alcune sono state lasciate in sospeso tramite cliffhanger, altre sono state bruscamente interrotte) e consegnarci un finale decisamente anticlimatico e inferiore alle aspettative.

Chi scrive trova apprezzabile il cambiamento di direzione delle ultime tre stagioni, che ha sicuramente evitato che la serie diventasse stagnante e ripetitiva come per esempio è successo a I Simpson, ma allo stesso tempo la presunzione degli autori ha finito col sabotare la loro stessa creazione; ci auguriamo che abbiano imparato dal loro errore, e che la prossima stagione sia il trionfo che quella da poco conclusa avrebbe dovuto essere.

Colonna sonora

1 Per chi non lo sapesse, l’espressione viene dall’inglese jump the shark, e indica il momento nel quale una serie TV, o una saga cinematografica, inizia un inarrestabile declino qualitativo.
2 Vale a dire, quel tipo di narrazione seriale che si estende per diversi episodi o addirittura a tutta la stagione o ancora a tutta la serie.
3 About Last Night…, dodicesimo episodio della dodicesima stagione