In “È solo la fine del mondo”Xavier Dolan torna a parlare di conflitti familiari, ma non riesce a raggiungere le vette emotive dei passati lavori

Xavier Dolan ritorna al suo tema preferito: la famiglia come luogo di amore e dolore, che attrae con la sua promessa di calore ma finisce per strozzare con le sue rivendicazioni e i suoi problemi.
In Mommy e J’ai tué ma mère il giovane regista canadese si concentrava solo su uno dei rapporti famigliari, quello tra madre e figlio. È solo la fine del mondo è un’opera più ambiziosa, che vuole mettere in scena contemporaneamente più conflitti. Louis è un drammaturgo di successo, che torna in famiglia dopo 12 anni di assenza per annunciare di essere malato. Nella sua casa di provincia trova la madre, la sorella più piccola, che non ha mai conosciuto davvero, e il fratello più grande con sua moglie.
Ma è proprio la moltiplicazione dei rapporti e delle tensioni da illustrare a rendere il nuovo film di Dolan strabordante e povero al tempo stesso. Eccessivo perché ci sono troppe emozioni concentrate in 2 ore, ma povero perché al tempo stesso questi sentimenti sono solo abbozzati, mai approfonditi a sufficienza. La potenza dei sentimenti che si vorrebbero evocare non è infatti sorretta da un adeguato impianto narrativo.
Per far percepire la tensione che si annida dietro ad un rapporto ci vuole tempo. In J’ai tué ma mère ad esempio Dolan ci mostrava pazientemente scene quotidiane tra madre e figlio, facendoci comprendere i piccoli attriti tra i due, l’amore misto ad irritazione per l’atteggiamento dell’altro, la vicinanza costante che da affetto si trasforma in fastidio. Tutto questo preparava lentamente le esplosioni emotive, struggenti perché avevamo compreso l’umanità dietro ad esse.
In È solo la fine del mondo invece vediamo dei personaggi che fin dall’inizio si urlano addosso, ma lo spettatore più che turbato è confuso, perché non riesce davvero a comprendere le motivazioni profonde dietro a questi litigi. E i protagonisti stessi a tratti rivelano sprazzi di vibrante e realistica umanità, ma per lo più sembrano solo dei tipi stereotipati: la moglie remissiva, la sorella giovane che gioca a fare la ribelle ma non ha il coraggio di andarsene e iniziare una nuova vita e così via.


L’unico legame davvero commovente e autentico è quello tra Louis e Catherine, la moglie del fratello interpretata da una Marion Cotillard che da femme fatale si trasforma in moglie timida, che trattiene il disagio dietro ai suoi occhioni espressivi. Questo è anche il rapporto a cui Dolan dedica più inquadrature e dialoghi, e forse proprio per questo riesce ad emergere con più forza. Grazie ad un costante gioco di sguardi, i due, che pure non si sono mai visti, sembrano gli unici nel film a comprendersi davvero. Ai complicati rapporti di sangue si sostituisce una comprensione emotiva istintiva ed immediata, una pietà reciproca che passa attraverso un sorriso appena accennato.
La canzone con cui il film inizia (Home is where it hurts di Camille) sembra un manifesto programmatico del messaggio che Dolan ci comunica in tutti i suoi film, anche in questo seppur con minore efficacia. Home is not an Harbour, la casa non è un porto in cui si possa approdare comodamente quando si ha bisogno per poi ripartire. I rapporti famigliari sono qualcosa che non possiamo rinnegare, ci segnano e li cerchiamo perché ne abbiamo bisogno, ma al contempo essi porteranno sempre dolore. Le incomprensioni sepolte dal tempo sono ferite mai cicatrizzate, la comprensione profonda dell’altro che nasce dalla vicinanza spesso è usata per ferire, l’affetto a volte rimane strozzato in gola e ne esce solo un grido di rabbia. E Dolan sembra dirci che questo è costitutivo della famiglia, che per ricevere l’amore dobbiamo passare per forza attraverso il dolore.
La scena forse più bella del film è proprio quella in cui per un momento le tensioni sembrano essere lasciate da parte. Alla radio viene trasmessa Dragostea din tei e la madre insiste per coinvolgere la figlia in un balletto che hanno imparato ad un corso di aerobica. La figlia prima si vergogna, poi si lascia andare e le due ballano, scoordinate e fuori tempo, mentre tutti sorridono. Per un attimo la felicità, semplice e brutale invade lo schermo, commovente perché capiamo subito che non durerà, che è una sospensione, un goffo tentativo di evitare la verità. Home is where it hurts.