Scena del film The Fall (2006) di Tarsem Singh

Parlare di The Fall senza parlare del suo ideatore e regista sarebbe impossibile, sarebbe un torto al film stesso. La genesi di questo film è, infatti, estremamente legata alla mentalità e alla filosofia personale del suo creatore, Tarsem Singh Dhandwar (noto semplicemente come “Tarsem”), regista indiano-americano dall’indole creativa, critica e molto determinata.

Tarsem nasce in India, studia business ad Harvard su obbligo del padre ma, una volta libero di scegliere, entra nell’accademia di design di Pasadena in California, arrivando ben presto a lavorare alla regia di video di artisti quali R.E.M., Pink e Beyoncé, avvicinandosi quindi molto al mondo e alle dinamiche di Hollywood; un mondo che lo affascina e abbraccia la sua vena creativa, ma che non lo convince, soprattutto dal punto di vista amministrativo e morale.

Decide così di lavorare ad un suo progetto personale, un film, e di ribellarsi a non poche delle golden rules dell’industria hollywoodiana, pur avendo tutti i mezzi e le conoscenze per immergervisi, volendo: sceglie di non girare nemmeno una scena negli studios, di assumere attori non-professionisti, di pagarli tutti ugualmente e non per la loro iconicità, di limitare al massimo l’équipe, svolgendo personalmente molte delle mansioni. Stilisticamente decide, poi, di girare un film “bello”, e così va alla ricerca di scenografie. E con il viaggio, iniziano le riprese.

4 anni di viaggi, scene girate in 28 paesi: questi i numeri dell’impresa in progress di Tarsem, numeri che denotano grande determinazione, ambizione e curioistà allo stesso tempo. Ma non solo, Tarsem è poi anche riuscito a donare grande coerenza al materiale, per arrivare a parlare finalmente del film in sé. The Fall è un’unitaria esplosione di colori e narrazione o, meglio, meta-narrazione: il fil-rouge del film è infatti il racconto fantastico di Roy, stuntman costretto ad un letto d’ospedale a causa di un incidente sul luogo di lavoro, incidente che ci viene mostrato nella sequenza iniziale, un capolavoro di suono, immagine e narrazione una poesia visiva, un’introduzione che già da sola basta per cogliere l’abilità registica di Tarsem. Da non dimenticare, tra l’altro, l’egregia scelta musicale: Beethoven, Sinfonia 2, Movimento 7.
Lo slow-motion e il bianco e nero di questa sequenza iniziale sono solo un preludio, poiché il film intero è in realtà un connubio di montaggio veloce e a tratti concettuale, e soprattutto di colori forti, contrastanti, abbaglianti, in particolare per quanto riguarda i colori primari rosso, giallo e blu, uniti all’estremismo di bianco e nero. The Fall cattura lo spettatore innanzitutto a livello visivo/estetico.

La composizione delle immagini denota una grande attenzione per i dettagli, per la simmetria, per la composizione geometrica (in particolare l’uso di quadrati/cubi) e, da non trascurare, anche per quella concettuale: l’estetica tarsemiana arriva a comunicare ciò che i personaggi non dicono, dal contrasto uomo-natura, al senso di isolazione geografica, ai sentimenti dei protagonisti, ai messaggi nascosti, e così via. Oltre ai colori, si potrebbe vedere nel primo film del regista indiano anche un lato documentaristico, vista la volontà di base di girare le scene in luoghi sempre diversi e sempre spettacolari, tra Himalaya, città blu dell’India, Taj Mahal, Parigi, Roma e molto altro [eccone la lista indicativa fornita da Wikipedia], il che spiega tra l’altro il motivo del lunghissimo periodo di riprese.

Ciò non toglie, tuttavia, che il film mantenga saldo anche il lato narrativo, arrivando a sviluppare un intreccio drammatico di grande impatto, in un continuo alternarsi delle vicende del mondo “reale” e quelle del mondo fantastico narrato da Roy, racconto destinato alla piccola Alexadria, anche lei in ospedale per una “caduta da raccolta d’arance”. E se nel mondo fantastico sono i colori primari a dominare, nell’ambiente ospedaliero è invece il verde che regna, per via dei colori dell’edificio e delle stanze. Resta da chiedersi perché questa -evidente- scelta.
The Fall è un piacere per gli occhi e per la mente, è una storia avvincente filtrata dall’uso poetico e provocativo dei colori, quasi sempre densi, raramente sfumati o sfocati. Un film intenso ad entrambi i livelli visivo e narrativo, in grado di evocare nella mente dei protagonisti -e nelle nostre- figure quali Charles Darwin o Alessandro Il Grande, ma anche una scimmietta geniale, un perfido governatore, un coraggioso e disperato eroe, un’ingenua e forte eroina. Coraggioso e disperato come Roy, ingenua e forte come Alexandria. Figure semplici e in forte stile fiabesco, ma mai noiose né banali.

Maria Adorno