Je so pazz’, je so pazz’, così suona il ritornello di un pezzo meraviglioso di Pino Daniele. Oltre a sentirmi in alcune circostanze, devo ammetterlo, un po’ pazzo, ciò che mi lega a quel mondo variegato di mille e più colori è un cordone ancestrale, di sangue e ricordi. Ma qui si parla di cinema. In effetti non sono io ad aver chiamato in causa il Masaniello di Daniele, ma lo ha fatto magistralmente, come sempre avviene nelle sue pellicole, “il maestro” Francesco Rosi.

Sto parlando qui del film Tre Fratelli del 1981, co-sceneggiato da un altro mostro sacro del cinema: il poeta emiliano Antonio “Tonino” Guerra; a mio parere il miglior sceneggiatore italiano in assoluto. Basterebbe citare soltanto alcuni dei suoi migliori lavori, tra cui quelli con Antonioni: La notte (1961), Il deserto rosso (1964), Blow up (1968), Zabriskie Point (1970); le sceneggiature per Rosi stesso, quali: Uomini contro (1970), Il caso Mattei (1972); Amarcord (1973) di Fellini; Nostalghia (1983) di Tarkovskij, per rendere giustizia all’affermazione sopra proposta.

Come un buon burattinaio, Rosi sa molto bene come far muovere i suoi personaggi, farli sembrare reali, farli percepire agli occhi degli spettatori come vivi. Inoltre il regista napoletano ha una qualità in più: egli conosce perfettamente, tanto che li ha costruiti egli stesso, anche i fili che tengono legati i personaggi a quel determinato palco, a quella scena. Rosi è un burattinaio eccellente!

Allora il 1981, la rivolta di Masaniello, Tonino Guerra, i tre fratelli si amalgamano alla perfezione fondendosi in maniera eccellente nelle immagini, allo stesso tempo reali ed immaginifiche, della pellicola.  Da notare attentamente la costruzione meticolosa delle immagini ad opera di un altro grande, il direttore della fotografia, premio oscar per il film Romeo e Giulietta (1968) di Franco Zeffirelli: Pasqualino De Angelis.

Cercheremo insieme di presentare questi elementi: il primo da cui prendere le mosse sarà l’anno in cui il film è uscito nelle sale: il 1981.

Un anno prima soltanto, in data 2 Agosto, era scoppiata una bomba alla stazione centrale di Bologna, la quale aveva tolto dalle braccia dei propri cari ben 85 persone. Non che l’avvenimento, come ben si sa, fosse isolato. Esso “chiudeva” tristemente uno dei periodi più bui e controversi della giovane storia repubblicana italiana. “Chiudere” è volutamente tra virgolette in quanto non si può terminare un capitolo fin tanto che fantasmi e spettri (e anche qualche protagonista) si aggirano tra le fila politiche e non solo. I cosiddetti “anni di piombo” ci sembrano un periodo lontano ormai, relegato alle pagine di una cronaca sensazionalista e diciamolo pure, distorta e politicizzata. Non è affatto così. Le ferite aperte, in questo modo, non si rimargineranno mai, fintanto che non getteremo uno sguardo lucido al nostro passato, la nostra identità difficilmente verrà fuori.  Sarà mai possibile fare i conti col proprio passato in Italia?

Ma andiamo avanti, ripeto, qui si parla di cinema. È chiaro come questo brevissimo accenno agli avvenimenti storici è funzionale ad una più lucida lettura dei Tre fratelli in particolare, e all’avvicinamento di un regista in generale che, come pochi altri, ha raccontato gli eventi della nostra storia in maniera precisa, così reale da avere un’acutezza di molto maggiore a tanti racconti “storici” di quegli stessi eventi. Queste caratteristiche hanno giustamente dato al regista il vanto di essere spesso accostato, con le dovute differenze, ai grandi del neorealismo italiano (De Sica, Rossellini, Visconti ecc.).

La grandezza del film sta, a mio avviso,  nell’essere andato al di là del piano di quello che potremmo chiamare, forzando un po’ i termini, un nuovo nuovo realismo.

    È qui che trova posto il ruolo del secondo elemento che analizzeremo: la fantasia sognante di Tonino Guerra. I momenti più belli del film sono, senza ombra di dubbio, la messa in scena dei sogni di ognuno dei tre fratelli. Il tentativo di descriverli ci porta in maniera diretta, quasi spietata nella psicologia dei personaggi, nel loro inconscio, nei lati più nascosti del loro interno dove nascono paure e desideri nascosti. A mio avviso è questa la chiave di lettura privilegiata della pellicola: cogliere la portata storica degli eventi e il clima di quegli anni filtrandolo dalle sensazioni, dai dialoghi e dai sogni di tre uomini molto diversi, accomunati da un legame di sangue che li porta a trovarsi insieme, ancora per una volta e dopo molto tempo, per la morte della loro madre.

I tre fratelli sono uomini molto diversi: Philippe Noiret (Raffaele) interpreta un importante giudice che si è appena preso l’impegno di lavorare ad un caso che tutti rifiutano, Vittorio Mezzogiorno (Rocco) fa la parte di un maestro in un carcere minorile cattolico, mentre Michele Placido (Nicola) rappresenta un operaio comunista di una delle grandi fabbriche di Torino.

I tre fratelli sono quasi sconosciuti, li accomuna, come anticipato, soltanto il doversi ritrovare nella loro terra natale: la Puglia per il funerale della loro madre scomparsa. Le scene si girano quasi tutte in quel paesino, nella loro vecchia casa dove condividono con il padre, ormai anziano e vedevo, ricordi e dolore.

I tre fratelli dialogano come se non si fossero mai incontrati, nessuno sa niente o quasi dell’altro, ma nella loro memoria vi è sedimentata quella spensieratezza fanciullesca che pur avevano condiviso e che prepotente si presenta loro in quelle ore, come a ribadire il peso della loro esistenza attuale.  Vi è, nonostante tutto, una certa dolcezza nel tentativo di aprirsi l’un l’altro, di raccontarsi, di farsi conoscere. C’è un qualcosa che va al di là delle loro discussioni politiche, come se il trovarsi di fronte alla morte, letta in termini heideggeriani, li spinga ad esprimere quel che di più autentico li costituisce. Ci riusciranno?

 

 

Da notare, lo scrivo come in una nota, il meraviglioso rapporto che si instaura tra la figlia dell’operaio (Michele Placido) e il nonno. Dorme insieme a lui, al posto della sua consorte scomparsa, gli fa compagnia durante il funerale a cui non assistono, gli fa domande, lo consola, piange con lui. Scene meravigliose…I tre fratelli fanno sogni diversi, ciò che li accomuna è il fatto che nessuno sogna della madre. C’è una grande onestà nel rappresentarli, non c’è retorica; del resto l’inconscio non riesce a mentire, non deve sottostare alle regole di nessun buoncostume. Questo Rosi e Guerra lo sanno benissimo ed è questa consapevolezza unita alla loro maestria a far loro mettere in scena, con tutta la potenza delle immagini, la flebile linea che intercorre tra sogno e realtà, tra realtà e ricordi.

Il giudice sogna di morire ammazzato in un mezzo pubblico a Roma, l’operaio sogna di andare, ancora una volta, a letto insieme alla sua ormai ex moglie. Il terzo sogno, quello che chiude il film e concluderà la nostra riflessione è il più immaginifico, il più simbolico e significativo. Rocco, il maestro, vede restituito nelle sue immagini oniriche la scena dei suoi ragazzi che armati di scopa ammucchiano al centro di una specie di cortile siringhe, armi, banconote, proiettili. Con un gran sorriso, carico di orgoglio, arriva Rocco e con un fiammifero dà alle fiamme quelli che sembrano proprio essere gli oggetti simbolo della parte più buia di quegli anni così controversi (come non pensare all’esplosione nel finale di Zabriskie Point?).

Je so’ pazzo je so’ pazzo nun nce scassate ‘o cazzo! Niente meglio di queste parole e di quelle note potevano accompagnare quel sorriso così sornione e quelle immagini così vivide e assurde, proprio come nei sogni.

 Francesco Rosi e Tonino Guerra hanno bucato la realtà di quegli anni senza proclami politici, ma con la capacità di darci delle sensazioni minime, dei segnali impercettibili, restituendoci quei piccoli gesti che ogni giorno costituiscono la vita di ognuno di noi, anche di chi, come Masaniello, aveva giustamente scatenato nel ‘600 una rivolta popolare.