Nella sua ultima fatica, il regista britannico Stephen Frears (che la maggior parte di voi ricorderà per Alta Fedeltà) narra la vera storia della soprano amatoriale americana Florence Foster Jenkins. Madame Florence, come amava firmarsi negli autografi, era una ricca ereditiera melomane e fondatrice di un club per musicisti e appassionati chiamato Verdi Club, ma il motivo della sua fama sono le sue performance canore, che uniscono una completa mancanza di talento ad un’ostinata determinazione e sincera passione.

Leggendario è il termine giusto per descrivere la figura di Florence Foster Jenkins: tutt’oggi molti aspetti del suo vissuto sono ancora avvolti nel mistero. Anzitutto, da cosa erano mossi i suoi numerosi ammiratori celebri, da Enrico Caruso a Cole Porter? Ammirazione per la sua innegabile passione a dispetto della completa incapacità canora? Timore reverenziale dovuto all’affluenza di Lady Florence? L’influenza del marito e manager, l’attore britannico St. Clair Bayfield? Inoltre, la cantante era consapevole dei suoi limiti tecnici?

Probabilmente non avremo mai una risposta definitiva: non a caso, il film dà il meglio di sé quando è volutamente ambiguo, in particolare con il personaggio di St. Clair Bayfield, interpretato da uno Hugh Grant in grande spolvero. Come una versione più affascinante di Max von Mayerling di Viale del tramonto, il suo personaggio appare fin da subito imperscrutabile: il suo rapporto con la moglie è un amore “platonico”, del quale il marito cerca una compensazione più carnale tramite la sua giovane amante, o semplicemente compassione? Il motivo per cui le nasconde le recensioni negative è la paura di ferire i suoi già fragili sentimenti, l’incapacità di essere brutalmente onesto, o la paura di perdere il suo sostegno finanziario? O tutte e tre le cose assieme?

Quanto alla omonima protagonista del film, il ritratto che ne emerge è intriso di umorismo nel senso pirandelliano del termine: l’attempata, stravagante e inetta “cantante” scappò di casa appena diciassettenne per sposare tale Dr. Frank Thornton Jenkins, dopo che il padre si rifiutò di sostenere i suoi studi musicali. Dal primo marito, Lady Florence contrasse il morbo della sifilide, i cui sintomi e le improbabili cure cui si sottopose (arsenico e mercurio) le impedirono di suonare nuovamente il piano, la resero completamente calva (in pubblico indossava una parrucca e delle ciglia finte), e probabilmente le causarono problemi uditivi che spiegherebbero le sue performance.

Tale patetismo è ancora più accentuato dal fatto che Lady Florence sembra essere del tutto inconsapevole della qualità disastrosa delle sue performance, che provocano nel pubblico reazioni assai contrastanti, dalle risate di volta in volta incontrollate o soffocate a stento, alla sincera ammirazione, e a volte anche al disprezzo, manifestato nelle recensioni che Bayfield nasconde alla consorte (ironicamente, si scopre che egli stessa ha nascosto per anni le recensioni negative ricevute dal marito per le sue performance teatrali). In particolare, il giornalista Earl Wilson del New York Post è protagonista di una breve scena che fa subito pensare alla giornalista Tabitha Dickinson, dal film Birdman, il cui sottotitolo, L’imprevedibile virtù dell’ignoranza, calzerebbe a pennello anche al film di Frears, forse anche più che a quello di Iñárritu. A Earl Wilson, incapace di vedere la tragedia che si nasconde dietro alla comicità della performance, basta una recensione scritta rapidamente per bollare la performance di Lady Florence, alla quale ha lungamente lavorato, come una pagliacciata. “[…] niente di questo le costa un beneamato cazzo! Lei non rischia niente! Niente! Niente! Niente! Be’, io sono uno splendido attore! Questo spettacolo mi è costato tutto…”, risponderebbe Riggan Thomson/Michael Keaton.

E qui è doveroso parlare del so bad it’s good: un’opera che per totale incompetenza delle persone coinvolte fallisce completamente nei suoi intenti, stravolge completamente e involontariamente i significanti del genere di riferimento, spalancando però la porta a nuovi significati. Prendiamo l’esempio delle Shaggs, da molti ritenute il peggior complesso della storia, pur avendo il merito di avere involontariamente spalancato le porte a nuovi modi di fare musica, dove non importa saper suonare, purché si suoni: è il principio provocatorio che sta dietro alla musica di formazioni come i Beat Happening, e che suona molto simile al più celebre aforisma di Lady Florence, “la gente può anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato”.

Se al film manca qualcosa, è proprio il non aver spinto a dovere sul pedale del grottesco, del bizzarro, come invece hanno saputo fare magistralmente gli scenggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski nella loro trilogia dell’anti-grande uomo (Ed Wood, Larry Flynt – Oltre lo scandalo e Man on the moon). Curiosamente, i due sceneggiatori asseriscono che Prick Up – L’importanza di essere Joe, quarta opera di Stephen Frears, sia stata un’importante influenza durante la concezione di Ed Wood; purtroppo, possiamo solo fantasticare su cosa sarebbe risultato da una collaborazione tra il regista e i due sceneggiatori. Risulta comunque un film godibile, specie nei suoi primi due terzi, retto da un ottimo cast (il già citato Hugh Grant, una Meryl Streep in grandissima forma e che riproduce fedelmente le “acrobazie” vocali della vera Lady Florence, e anche Simon Hellberg nel ruolo dell’effeminato pianista Cosmé McMoon), e che chi scrive si sente di consigliare.

Colonna sonora