Non è semplice scrivere di Paterson, ultima fatica di Jim Jarmusch. Non perché si tratti di un film enigmatico, indecifrabile e dai riferimenti oscuri, ma perché è un film talmente semplice, nel suo svolgimento e nelle sue tematiche, da lasciare spiazzati. Come può, in quest’epoca contrassegnata da imprevedibili e vorticosi cambiamenti, esistere un film del genere, aggressivamente ordinario nella scelta dei protagonisti e dei temi che sviluppa?

Chiunque abbia visto almeno un film di Jarmusch sa di aspettarsi un film relativamente privo di trama, e anche questa volta non sarà disatteso: il film altro non è che una settimana nella routine quotidiana di Paterson (Adam Driver), autista di autobus che lavora nell’omonima città del New Jersey, e della stravagante moglie Laura (Golshifteh Farahani), che passa le proprie giornate a decorare e ridecorare la casa e farsi prendere dalla fissazione del giorno. Non ci sono veri e propri punti di svolta nello svolgimento del film, e qualora succeda qualcosa che appare come tale, altro non è che punteggiatura nel fluire dell’abitudinario discorso degli eventi: la banda di teppistelli che “avverte” Paterson delle possibilità che il suo bulldog Marvin venga rapito, il guasto elettrico all’autobus, la nuova chitarra comprata via internet da Laura, il rapper Method Man sorpreso a provare i suoi pezzi in una lavanderia a gettoni, la disperazione amorosa di Everett nei confronti dell’ex-fidanzata Marie, i litigi del barista Doc con la moglie.

Tra una corsa e l’altra, Paterson scrive poesie, per lo più dedicate alla moglie, annotandole in un taccuino. Al giorno d’oggi, chiunque conserverebbe le proprie poesie in un PC o un tablet, e magari le pubblicherebbe su tumblr. Paterson preferisce invece tenerle per se stesso, nonostante le continue preghiere della moglie affinché le pubblichi: probabilmente è consapevole di non essere in nessun modo un poeta straordinario, tant’è che la poesia scritta dalla ragazzina incontrata mentre rincasa è almeno al livello delle sue, se non addirittura superiore. Pure i soggetti delle sue poesie sono assolutamente ordinari e quotidiani: nell’epoca dei social media, in cui tutti siamo in un modo o nell’altro famosi, un personaggio che vive in modo viscerale la sua passione (Paterson è un avido lettore, e vediamo citare Dante, Petrarca, Emily Dickinson e il suo concittadino William Carlos Williams) senza tuttavia esternarla al mondo (il poeta-autista non possiede un telefono cellulare e non fa uso di Internet) appare anacronistico.

Di per contro, la moglie Laura usa assiduamente internet ed è completamente assorta in attività creative che, pur avendo alle volte più visibilità di quelle del marito, risultano ugualmente “provinciali”: la vendita di cupcake al mercato locale, le decorazioni per la casa e i vestiti fai-da-te (rigorosamente in bianco e nero), la chitarra Arlecchino.

Jarmusch d’altronde è sempre stato affascinato da situazioni ai margini: personaggi ai margini della società e posti ai margini degli States. Tuttavia, mentre David Lynch della provincia americana ne esplorerebbe il lato oscuro, John Carpenter vi introdurrebbe un orrorifico elemento “di disturbo”, i fratelli Coen ne farebbero una satira impietosa, e Peter Bogdanovich ne mostrerebbe tutto lo squallore e la desolazione, Jarmusch guarda a queste zone periferiche, appena sfiorate dalla storia, come piccoli santuari, i cui quindici minuti di fama ancora attirano turisti e curiosi.

Di Paterson, NJ, i passeggeri dell’autobus ne raccontano pettegolezzi e piccole leggende, o addirittura troviamo i due protagonisti di Moonrise Kingdom a raccontare il periodo ivi trascorso dall’anarchico italiano Gaetano Bresci. Vediamo il barista Doc, autentica memoria storica della città (e che non vuole un televisore nel suo locale, così come Paterson non vuole uno smartphone), appendere al muro foto di personaggi illustri legati in un modo o nell’altro alla città di Paterson, quali il comico Lou Abbott, i cantanti Sam & Dave, o Iggy Pop, votato “uomo più sexy del mondo” dal Club delle adolescenti di Paterson nel 1970 (probabilmente un rimando al documentario sugli Stooges Gimme Danger, sempre diretto da Jarmusch nel 2016). E vediamo un eccentrico turista giapponese (interpretato da Masatoshi Nagase, che in un altro film di Jarmusch – Mystery Train, del 1989 – interpretava un giovane giapponese in pellegrinaggio a Memphis sulle orme di Elvis) in visita alla città di Paterson per osservare i luoghi dove William Carlos Williams scriveva le proprie poesie. La provincia guarda, ammirata e da lontano, lo svolgersi della storia lontano dai propri confini, mostra al mondo con pudico orgoglio la manciata di celebrità che ha ospitato nel corso della sua storia, accogliendo con un misto di sorpresa e gratitudine i pochi turisti che la visitano: i nomi celebri citati nel corso del film non sono fini a se stessi, sono carne e sangue della città di Paterson, NJ.

Interessante poi come lo stesso turista giapponese parli di intraducibilità della poesia: i temi della multiculturalità, della difficoltà del tradurre, dell’eccentrico straniero in una terra lontana, sono da sempre cari al regista. Prima del film, una scritta annuncia come l’edizione italiana sia stata supervisionata e approvata dal regista stesso: è probabilmente per questo che vediamo i testi delle poesie di Paterson proiettati sullo schermo in lingua originale, mentre la sua voce fuori campo le legge in italiano. Anche le minoranze e gli stranieri residenti a Paterson sono ben rappresentati: Laura è iraniana, Donny, il collega autista, è indiano, e gran parte degli avventori del bar (nonché lo stesso barista) sono afroamericani. Tutto questo non in ossequio al politically correct, ma coerentemente con la poetica del regista dell’Ohio, che da sempre celebra l’America come melting pot di mille e più culture diverse.

Spegnete i cellulari, scollegate l’ironia e lasciatevi trasportare: film (e registi) così autentici si contano sulle dita di una mano.

Le mani che scrivono le poesie
sono le stesse mani che fanno le pulizie.

(Poesia di Ramayana, nove anni, raccolta da Chandra Livia Candiani)

Colonna sonora