Oceania il 56° Classico Disney, ancora per poco nei cinema, è l’ultima fatica di una coppia di registi ormai rodata: Ron Clements e John Musker.

Quando meno te l’aspetti ecco che rispunta la Disney! Il 2016 è stato un anno fruttuoso per i Walt Disney Animation Studios, prima con Zootropolis con i giovani Byron Howard e Rich Moore, lontani dall’esperienza di Clements e Musker (insediatisi in quella generazione superlativa che venne dopo i famosi “nine old man”) e successivamente con Oceania, film diretto da quest’ultimi.
Il primo già vincitore di un Golden Globe come miglior film d’animazione, il secondo lo segue a ruota nelle candidature. Peccato manchi il contraltare della Pixar per dare un po’ di brio alle quotazioni del vincitore degli Oscar 2017. In ogni caso, ecco la Disney che piace e convince: con un Zootropolis ancora troppo ridondante e troppo fissato nel voler apparire come un film moralistico e moderno in superficie, ma che, per fortuna, mantiene alcuni messaggi di fondo che lo rendono affascinante e un Oceania che ripesca il meglio delle formule Disney classiche, per modernizzarle. Da un lato, il: «Try Everything»; che viene ripetuto fino alla nausea nella frenesia di una metropoli, dall’altro un messaggio più tacito fra le onde dell’Oceano Pacifico.

In questi due Classici Disney del 2016, si scontrano vecchi e nuovi modi di far regia, di rappresentare, di mandare un messaggio, seppur uniti da qualche punto in comune, sono due prodotti figli del vecchio (che sa rinnovarsi) e del nuovo (che cerca la propria strada).
Il film della coppia Clements – Musker, però, mostra sicuramente qualcosa in più, è un opera totale figlia dell’acuta esperienza dei due, i quali potevano decidere di approcciare a nuovi modi di rappresentazione delle storie a causa degli ultimi trascorsi. Chi segue da vicino la storia dei WADS sa bene che l’ultimo film fatto da questi registi è La principessa e il ranocchio: tramonto dell’epoca 2D della Disney, primo film della fase “Revival” e capro espiatorio della morte del disegno a mano. Insomma, i due, dopo i grandi successi del Rinascimento Disney, ebbero molte difficoltà (anche Il pianeta del tesoro, non fece successo fra il pubblico) a farsi capire e accettare, chissà se con Oceania il trend si potrà invertire, perché la Disney, i WADS, hanno bisogno di questa esperienza, di questa gestione delle storie che, ultimamente è venuta a mancare.

 

Clements – Muscker: narratori della nascita degli eroi

Chi più di Clements – Muscker poteva rievocare un mito? Ci vanno a nozze con le leggende: Aladdin, Hercules, Il pianeta del tesoro; tutti film che si basano su eventi e luoghi che stanno ai confini della fantasia. Così il film Oceania si apre proprio narrando la leggenda del cuore di Te Fiti (dea della fertilità) e di ciò che le accadde: il semidio Maui rapì il cuore della dea, attirando sulla terra un periodo di oscurità.
Lo svolgimento stesso della trama assume le pieghe del viaggio mitologico, quello cui accanto a un umano si piazza l’aiuto divino (dall’Odissea, all’Eneide a tantissimi altri miti questa è una formula conosciutissima); ma se nei miti che conosciamo, l’eroe era affiancato da una divinità potente e con una sua idea precisa del mondo, qui abbiamo un semidio che deve crescere e la sua crescita psicologica non è certamente da personaggio secondario o da spalla.
Tutta l’ambientazione, come di consueto, ha grandi riferimenti alla cultura locale (quella dell’Oceania) ma viene magistralmente integrata con numerosi riferimenti alla cultura occidentale, rendendolo (come Hercules) appetibile per chiunque.

 

 – Vaiana: l’autodeterminazione nella tradizione e nella fede –

Il ruolo della protagonista non si limita a quello dell’eroe che viene formato. Vaiana non parte dalla sua isola natia (Motunui) non riconoscendosi nel ruolo da capo che il padre gli ha assegnato, né si trova a disagio con la gente del posto, semplicemente ha una predisposizione al viaggio che altri non hanno ed una cura verso la natura ancora più solida. Vaiana incarna la tradizione del suo popolo. Scorrono in lei, in modo naturale, i desideri degli antenati che la chiamano fra le onde.

Quando decide di partire, quindi, lo fa perché spinta dalla storia del suo popolo, lo fa per dare soccorso a quest’ultimo, lo fa per rispetto nei confronti della nonna e, ovviamente, lo fa per se stessa.
La caratteristica curiosa è che senza l’appoggio di tutte queste altre motivazioni, lei non sarebbe riuscita a oltrepassare le acque di confine. Partire solo per se stessa, solo per l’impulso di fuggire non bastava, ecco, dunque, che la sua non diventa una fuga per il suo solo bisogno personale, ma si tramuta in un impresa per tutta la gente che dovrà governare. L’autodeterminazione che ne deriva dal viaggio, non è a fini egoistici, Vaiana non ripete la frase: «Io sono Vaiana di Motuni!»; solo per sé stessa, lei lo afferma in quanto futura guida della sua gente ed è normale che in questo trovi anche soddisfazione personale, perché quel richiamo innato verso l’oceano viene soddisfatto pienamente.
La crescita di Vaiana tocca il suo apice quando ogni cosa le ha voltato le spalle: Maui è andato via adirato, il mare non le risponde più, l’invalicabile Te Kā ha stroncato ogni possibilità di giungere sull’isola di Te Fiti; tutto è oscuro, anche quella voglia di vivere che l’aveva da sempre caratterizzata. Proprio in quel momento l’affetto più caro (la nonna) le va in soccorso, lasciandola libera di decidere sul suo futuro. Alle parole che le rivolge, che ricordano tanto quelle di Nonna Salice in Pocahontas, Vaiana ricerca la risposta e la trova nel corso della canzone Io sono Vaiana, in cui rievoca l’amore per il mare, la percezione che quest’ultimo voglia lei per questa missione e l’appoggio dei suoi antenati viaggiatori; tutto ciò le suscita un sentimento simile a una marea dal moto incessante e conclude (su note altissime): «[…] io so ormai, chi è Vaiana!».
Una vera e propria autodeterminazione basata sulla fede nei confronti del mare e degli spiriti antenati, null’altro le serve per tentare l’impossibile: evitare Te Kā e giungere sull’isola di Te Fiti per ridarle il cuore. Questa fede profonda che la spinge a un atto decisamente irrazionale e folle, seppur altamente eroistico, richiama in qualche modo Maui, che sarà fondamentale per farle varcare lo stretto passaggio di mare fra le terre vulcaniche.

 Maui: il semidio che ha l’abbandono nel cuore –

Maui, come abbiamo già detto, è una figura che ha il suo perché e non si limita unicamente ad essere la spalla di Vaiana, ma è un personaggio a tutto tondo, importante per calcare alcune caratteristiche di crescita di quest’ultima.
Ciò che risalta, in relazione a Vaiana, è il fatto che i due hanno superato i primi ostacoli, solo quando lei ha agito con la volontà di non mollare mai. Non si è mai totalmente affidata al semidio per sconfiggere i Kakamora, tantomeno l’egocentrico e narcisista Tamatoa; solo contro Te Kā questo accade ed è proprio lì che i due perdono. Così, ritorna un altro tema classico della Disney, vigente sin da Pinocchio: i miracoli, la fede, la magia, può solo compiere metà dell’opera, per il resto tocca all’individuo muoversi verso ciò che vuole. Solo quando la nostra protagonista agisce di determinazione, pienamente consapevole di sé, Maui torna e insieme riescono a superare l’ostacolo Te Kā.
Per quel che riguarda il suo percorso personale: Maui è stato la causa di tutto! Rubando il cuore di Te Fiti, ha attirato a sé Tamatoa, Kakamora e Te Kā, perdendo il proprio amo (da cui derivano i poteri) e finendo esiliato su un’isoletta. Ciò che colpisce subito di lui è il suo egocentrismo (elemento assente su Vaiana) e l’attaccamento al genere umano, da cui, essendo semidio, deriva. Quest’ultima caratteristica sorprende perché destabilizza immediatamente lo spettatore: Maui ha formato la terra, il cielo, ha tirato su le isole, ha imprigionato i venti, rendendo le acque navigabili, ha trascinato il sole, ha rubato il fuoco; tutte azioni votate al farsi apprezzare dagli uomini. Allora anche il ratto del cuore di Te Fiti entrava in questo piano per farsi amare dagli uomini, poiché il cuore aveva il dono di generare la vita stessa e non poteva pensare a cosa più bella da poter usare nei confronti degli uomini.

Come i tanti miti che narrano di uomini o eroi (nel significato che i greci attribuivano alla seguente parola), quando si prova a toccare il divino spesso si rimane vittima e così accade a Maui, finché non è un umana a dargli una speranza di riscatto. La fede di Vaiana si riversa in lui pian piano. Nelle varie avventure lui impara a fidarsi di lei fino a comprendere che le sue imprese non lo avrebbero reso glorioso finché erano relegate unicamente al suo egoismo. I percorsi dei due, quindi, appaiono simili: entrambi devono mettere il proprio Io da parte per poter giungere a una reale soddisfazione dei loro desideri o, comunque, affermare se stessi in relazione a una causa più grande e nobile.
Il semidio torna e sacrifica quel 50% di divinità che ha; non per la fama, non per colmare il vuoto che l’abbandono dei genitori gli aveva causato, ma diventando eroe a tutti gli effetti sacrificandosi per un legame di profonda amicizia nei confronti di Vaiana.

– La tutela della natura –

Il film intero mantiene un forte messaggio ambientalistico che fa da cornice agli eventi. Questa divinità (Te Fiti) simile a una Madre Natura, defraudata della sua forza, lascia sprofondare il mondo in un decadimento sempre maggiore. L’isola di Motunui è l’ultima a subire le conseguenze di una natura che diventa preda di cataclismi, fino a insediare anche quest’ultima con la carestia. Proprio a causa di questa Vaiana ritrova in sé la convinzione a dover andare oltre i confini geografici previsti da suo padre, sente che deve partire per trovare una qualche soluzione a questa catastrofe ambientale che finirà per decimare il suo popolo. La soluzione di tutto viene affidata a lei: Vaiana, che da piccola protesse la vita di una piccola tartaruga di mare, preda di uccelli che l’avrebbero uccisa; ed è in quel momento che il mare si manifesta a lei, riconoscendole una sensibilità verso la natura maggiore rispetto a quella degli altri abitanti. Infatti è lei che riesce a capire immediatamente cosa è diventata Te Fiti, priva del suo cuore.
Ristabilito l’ordine, tutto torna florido e allegro, la rinnovata forza della natura si sposa con le ritrovate tradizioni degli abitanti di Motunui.


Per il resto il film si muove sulla classica struttura “a tappe”, dove ad ogni incontro corrisponde un evoluzione della storia e del rapporto fra Maui e Vaiana. Entrambi si conoscono, si accettano, si respingono, insomma, compiono il loro piccolo percorso di crescita (essendo costretti a vivere sulla stessa barca) appoggiandosi l’uno sull’altro.
Il problema che viene riscontrato è la rapidità con cui si passa da un evento all’altro, specie nello scontro con i vari mostri. Si arriva a conoscere ben poco di loro, del loro mondo, della loro provenienza ecc. si presentano come ostacoli alla meta finale e come tali vengono semplicemente superati. Peccato, perché sia i Kakamora che Tamatoa e il regno dei mostri, potevano offrire tantissimo a livello di conoscenza e di spettacolarizzazione del film. In questo c’è una leggera mancanza da parte dei registi, i quali sono colpevoli, anche di una mancanza di chiarezza sul perché del ritorno di Maui per salvare Vaiana.

La colonna sonora di Mark Mancina viene arricchita dalla presenza del giovane Lin-Manuel Miranda, compositore e cantante di Broadway che, insieme a Opetaia Foa’i, miscela la tradizione del musical americano, con i suoi ritmi richiamanti allo swing e al jazz, con le sonorità polinesiane. Il risultato è una colonna sonora di grandissimo spessore che sta persino superando il film in sé, come fama, che sa coinvolgere con i suoi ritmi e ammaliare con le musiche d’atmosfera, pregne di queste sonorità tribali.
L’esecuzione dei brani in italiano è stata perfetta: tutto il doppiaggio si è affidato a doppiatori di grande esperienza e laddove le doti canore mancavano, si è ripescata un antica usanza, ovvero quella di associare al personaggio in questione una voce per il canto ed una per il parlato. Così Vaiana ha trovato in Chiara Grispo un’esecutrice eccellente e in Emanuela Ionica una brava doppiatrice.
Fabrizio Vidale e Roberto Pedicini, hanno ricoperto i ruoli di Maui e Tui (padre di Vaiana). Prova altrettanto soddisfacente quella di Angela Finocchiaro nelle vesti della Nonna Tala e quella di Micaela Incitti nel ruolo di Sina (mamma di Vaiana); nonché quella del cantante jazz Gualazzi, la cui prima esperienza al microfono risulta molto gradevole, interpretando il malvagio Tamatoa.
L’adattamento dei testi delle canzoni, invece, zoppica un po’, ma nel complesso anch’esso ha ottimi risultati.

Voto finale: 8/10